15/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Mst dice basta alla politica economica del presidente operaio e invade il centro di Brasilia
In migliaia sono scesi per le strade di Brasilia per dire basta alla politica economica di Lula e reclamare la riforma agraria, eterna promessa mai mantenuta del presidente operaio. Sono i Sem terra, il movimento che cinque anni fa portò Luis Inacio da Silva alla vittoria, e che, lo scorso anno, con uno sforzo estremo date le continue delusioni, gli rinnovarono l'appoggio, imponedogli in cambio il rispetto della parola data. Adesso però il suo tempo è scaduto e la manifestazione di ieri, realizzata alla vigilia della giornata conclusiva del loro V Congresso nazionale, ne è la dimostrazione. Gli accaniti rappresentanti del movimento hanno tracciato le linee programmatiche dei prossimi cinque anni e, come strategia di punta hanno scelto di tenere sotto pressione il governo, fino al raggiungimento di quello che ancora adesso pare un miraggio: la terra ai contadini.

Bare davanti all'ambasciata Usa di BrasiliaPrima tappa. Durante il corteo terminato davanti al palazzo presidenziale, i Senza terra hanno anche approfittato per aggiungere benzina sul fuoco della protesta. Davanti all'ambasciata statunitense, hanno dichiarato il loro rigetto verso Geroge W. Bush e le guerre Usa; poi, di fronte al ministero degli Esteri, hanno protestato per la presenza delle truppe Onu ad Haiti, definendole forze occupanti.
Nella loro prima tappa, hanno bloccato l'area antistante l'ambasciata degli Stati Uniti, piantonata per l'occasione da 116 agenti dei 1100 dispiegati a presidiare il percorso di cinque chilometri lungo il quale è sfilato il corteo. Una volta radunati uno per uno, hanno deposto a terra venti bare coperte da bandiere nere, in memoria dei “milioni di vittime provocate” dagli Usa nel mondo. Ogni bara era riferita a un paese in particolare, fra cui il Nicaragua, Haiti, Panamá, El Salvador, l'Argentina, il Cile, il Guatemala, l'Iraq, l'Afghanistan, il Vietnam e la Cambogia.

manifestanti dell'Mst a BrasiliaSeconda tappa. Erano 17.500 persone, (9 mila per la polizia), armate di striscioni e bandiere rosse con lo stemma del movimento. Con compostezza, dopo aver gridato slogan anti-Bush, si sono quindi diretti verso la sede del ministero delle Relazioni Estere, per manifestare il “ripudio” per la presenza delle truppe straniere nell'isola delle Antille. “Gli haitiani hanno bisogno della solidarietà dei popoli, non di interventi militari sotto l'ala dell'impero”, ha dichiarato Vladimir Martini, uno dei membri del coordinamento nazionale dell'Mst, che ha definito una “vergogna” che proprio il Brasile sia al comando di queste truppe.

manifestanti dell'Mst a BrasiliaTappa finale. La marcia si è quindi conclusa nella piazza che ospita governo, parlamento e tribunale supremo di giustizia, i tre poteri, nessuno dei quali è stato risparmiato dai contadini contestatori. Joao Pedro Stedile, leader del movimento, ha preso la parola per accusare a gran voce Lula, il potere legislativo e quello giudiziario di “mantenere uno Stato borghese” che chiude le porte a una “vita degna” per i piccoli contadini. Da qui la condanna del modello agricolo instaurato dal presidente, che a suo dire “favorisce solo gli esportatori, i banchieri e le multinazionali”, e la conferma senza sé e senza ma del profondo bisogno di una riforma agraria, che tenga conto dell'agricoltura familiare quale pilastro dello sviluppo economico e sociale.
E, a futura memoria di quanto ribadito in questa giornata dalla marea di contadini decisi a non arrendersi, è stato piantato nel bel mezzo della piazza un gigantesco cartello che recita: “Accusiamo i tre poteri di impedire la riforma agraria”.

Stella Spinelli

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