Mentre i separatisti islamici bruciano 13 scuole in un solo colpo, crescono i dubbi di influenze esterne sui combattenti
scritto per noi da
G. L. Ursini
Dopo gli insegnanti, sono adesso fisicamente le scuole gli obiettivi dei separatisti
islamici nel Sud Thailandia, dove 13 edifici scolastici sono stati dati alle fiamme
tra le province di Pattani, Yala e Narathiwat. Il ministero dell’Interno tailandese
accusa apertamente i gruppi militanti islamici delle tre province per i crescenti
attacchi a insegnanti e alunni. Più di 2.200 persone sono morte nelle tre province
da quando nel 2004 sono riprese le violenze interreligiose. Più di 200 edifici
sono stati bruciati e 77 professori uccisi, secondo quanto calcolato dai Provveditorati
locali.
E quello di mercoledì sembra un attacco coordinato, con 13 incendi quasi simultanei,
mentre un ordigno esplodeva di fronte un’altra scuola; solo lunedì scorso due
maestre elementari erano state uccise di fronte ai loro alunni, e un insegnante
veniva ucciso in una imboscata. Sono state allora centinaia le scuole a chiudere
per protesta, mentre i maestri scendevano in piazza nei villaggi per chiedere
più tutele al Governo di Bangkok. Intanto la violenza è salita di tono negli ultimi
tre mesi con attacchi quasi quotidiani.
Ferocia sconosciuta finora. Con delle caratteristiche cruente che in Thailandia non avevano mai avuto finora
ospitalità, facendo pensare a pratiche importate da terroristi stranieri in azione
su suolo Thai. Nonostante l’ex premier Thaksin Shinawatra e l’attuale reggente
generale Surayud Chulanont abbiano confermato la scorsa settimana la “non ingerenza
di gruppi terroristici stranieri”, molti analisti, a cominciare da Zachary Abuza
della rivista online ‘Terrorism Report’, credono che alcuni aspetti di questa
violenza siano una firma di integralisti islamici venuti da Filippine o Indonesia.
Come le decapitazioni, che sono state oltre 10 negli ultimi 5 mesi, su poco più
di 25 dal 2004, “con alcuni corpi bruciati dopo l’esecuzione, e in un caso il
cadavere di una donna bruciato in pubblico” ricorda Abuza. Un fedele buddista
martedì scorso è stato catturato dagli integralisti, decapitato e gettato nel
fiume da un’altezza di 300 metri nella provincia di Pattani. Metodi che fanno
pensare a gruppi sospetti di collaborazione con Al Qaida come
Jemaa Islamiya in Indonesia o il
Fronte Moro Islamico di Liberazione delle Filippine.
Il Terrore viene da fuori. “Sono in molti a credere che questa ferocia inusitata sia importata dall’estero”
suggerisce nelle sue analisi Abuza. Ma anche altre fonti governative danno credito
a queste ipotesi. Il Generale Watanachai Chaimuanwong, consulente militare del
premier, ha ipotizzato che i nuovi crudeli militanti islamici siano stati addestrati
in Sumatra o in Cambogia, accusa rimandata da Phnom Phen al mittente per vie ufficiali.
“Per sapere come decapitare una persona, bisogna conoscere quali vertebre del
collo vanno tagliate; sono cose che nessun tailandese ha mai saputo”, ha dichiarato
un portavoce della polizia locale di Pattani, il colonnello Akara Thripote. Ancora
il ‘Terrorism Monitor’ di Abuza riporta come un movimento che raggruppa studenti
thai nelle province fondamentaliste musulmane di Sumatra, Indonesia (denominato
Persuan Mahasiswa Islam Patani) stia raccogliendo militanti e fondi per la ‘lotta di difesa dei valori musulmani’.
A violenza risponde violenza. L’irredentismo nelle tre province meridionali risale al 1786 quando il regno
del Siam inglobò il Sultanato musulmano di Pattai. Ma dopo l’11 settembre sembra
che i gruppi islamici abbiano trovato finanziamenti abbondanti e campi di addestramento
ai quattro angoli d’Asia; e soprattutto un governo centrale che finora ha solo
usato metodi repressivi. “Nonostante professi la ricerca della pace, il Governo
di Bangkok pensa solo a far rispettare le leggi, invece di cercare di capire quali
siano le richieste dei gruppi irredentisti” dichiara il professore Srisompob Jitpiromsri
dell’Università di Pattani ‘Principe Songkhla’.