Record italiano per l'export di armi, sesto paese al mondo. Cresce anche la spesa militare
Scritto per noi da
Gianluca Ursini
Mentre il mondo aumenta la spesa per armamenti a un ritmo costante da 20 anni,
l'Italia aumenta la sua quota nel commercio internazionale di morte, grazie anche
ai contratti conquistati da Finmeccanica negli Usa. Anche il 2006 ha segnato un
più 3,5 nel budget di guerra rispetto al 2005, per un totale di 1204 miliardi
di dollari.
Tutto scritto nel rapporto Sipri 2006 redatto dall’Istituto di ricerca sulla
pace di Stoccolma. Che arriva negli stessi giorni in cui Finmeccanica annuncia
il proprio appalto record: 6 miliardi di dollari dall'esercito Usa per fornire
in 10 anni 145 aerei C-27J Spartan da trasporto tattico, che fabbricherà Alenia
Aeronautica in consorzio con le multinazionali L-3 e Boeing.
I soliti noti.. Ad aumentare l’anno scorso la spesa militare sono stati soprattutto gli Usa
con 507 miliardi di dollari, pari al 48 percento del totale mondiale; a seguire
Regno Unito, Francia, Giappone e Cina (50 miliardi) con il quattro percento ciascuno
della spesa militare mondiale. Percentuali più piccole per la Germania, spesa
totale 30,4 miliardi di euro e l’Italia. Il Grande balzo in avanti viene dalla
Cina, che sorpassa il Giappone come primo acquirente di armamenti in Asia. Curioso
notare per il nostro Paese, come precedenti campagne di denuncia avevano con preoccupazione
indicato, un budget militare 2006 di 21 miliardi di euro (pari ai 25 miliardi
dollari indicati dl Sipri) in aumento, mentre per il Sipri i 25,1 miliardi di
dollari spesi nel 2006 dall’Italia in armi rappresentano un arretramento rispetto
ai 27 miliardi di dollari spesi nel 2005, durante l’esecutivo Berlusconi.
E un primato italiano. Ma il balletto di cifre conta poco. Quel che conta è che il programma elettorale
dell’Unione ora al governo prometteva un controllo del bilancio Difesa, mentre
al momento risultiamo il settimo Paese al mondo per spese militari. Ma ci sono
altri campi in cui l’Italia di Prodi raggiunge livelli da primato. E’ il livello
di export di armamenti raggiunto dal nostro Paese, per un totale di 860 milioni
di dollari. Questo record della nostra industria bellica, il livello di produzione
più alto raggiunto dal 1985, che fa di noi il sesto esportatore mondiale di armi.
Inoltre, se guardiamo al numero di abitanti, con 468 dollari pro capite l’Italia
supera la Germania (401 dollari) per spesa in armi rispetto alla popolazione.
Ma si può fare di peggio.. Comunque, in un quadro mondiale in cui i 15 maggiori ‘
spender’ da soli acquistano l’83 percento degli strumenti bellici, almeno la spesa
per abitante del pianeta nel settore è scesa nel 2006 a 173 dollari, dai 184 del
2005, secondo l’istituto svedese. Buon record lo toccano ancora gli States con
un 1.604 dollari pro capite di materiale bellico; segue Israele con 1.430 dollari.
Va detto che dell’aumento globale della spesa per armamenti, (che per il 2006
è pari al 2,5 percento del Pil totale prodotto dal mondo, in calo rispetto al
7 percento del 1988) un buon 80 percento è dovuto all’aumento Usa, per i conflitti
in corso in Iraq e Afghanistan. “Negli ultimi dieci anni – ha detto il direttore
Sipri Alison Bailes – la spesa globale in armamenti ha subito un costante aumento
medio del 2,4 percento annuo”.
Chi le fornisce? Sempre noi.. C’è chi acquista, e chi produce. Il commercio internazionale delle armi nel
2006 è aumentato del 50 percento rispetto al 2002, con Cina e India grandi acquirenti.
Il Sipri ha stilato la lista delle 100 prime industrie militari, che hanno aumentato
del 3 percento le vendite rispetto al 2005. Le 40 maggiori industrie Usa da sole
coprono il 63 percento del fatturato (290 miliardi di dollari), ma noi italiani
ci sappiamo difendere, con il settimo posto mondiale di Finmeccanica. L’azienda,
partecipata dal Ministero dell’Economia era decima nel 2003, ma il suo fatturato
è militare ‘solo’ per il 70 percento. Adesso, certo, questi dati della Sipri andranno
aggiornati alla luce della nuova fornitura che l'azienda italiana ha strappato
dopo la visita di G. W. Bush a Roma; per i primi due anni si tratterà di fornire
78 aerei tattici per due miliardi di dollari di valore.
E per la Cooperazione siamo morosi. Intanto l'Italia non paga le proprie quote di aiuti internazionali ai Paesi
poveri, ed è ben lontana dal destinare lo 0,7 percento del proprio Pil in aiuti
allo sviluppo, come disposto nel Trattato Ue di Barcellona del '95.In aprile il
ministro italiano dell'economia T. Padoa-Schioppa aveva proposto di tagliare 50
milioni di euro dal bilancio della Divisione Cooperazione Sviluppo del ministero
degli Esteri; in tutto la Farnesina per gli aiuti allo sviluppo dispone di 650
milioni di euro di budget, comunque un 35 percento in più rispetto al Governo
Berlusconi. Forse il ministro dei conti pubblici cercava di recuperare parte dei
280 milioni che l'Italia ancora deve al Fondo globale di lotta ad Aids, Tbc e
Malaria; l'Italia è morosa per le quote 2005 (per 20 milioni), 2006 e 2007.