Una giovane albanese racconta come l'accoglienza per Bush sia una vecchia tradizione
scritto per noi da
Marjola Rukaj
Lo scorso 10 giugno
Tirana è diventata protagonista nella maggior parte dei media
europei che hanno descritto e commentato una città
paralizzata, blindata dai marines, con le forze nazionali disarmate,
coperta di stelle, strisce e slogan che lodavano l’amicizia
albano-statunitense. Infine il surreale bagno di folla di Bush, che
nessuno si aspettava potesse succedere. Si è trattata di
un’ottima organizzazione, ideata e messa a punto dall’élite
al governo dell’Albania di oggi. Ma agli occhi di un albanese, per
quanto sontuoso e spettacolare, il tutto assomigliava a un déjà
vu a cui si è fin troppo abituati.
Una vecchia tradizione. I giornali albanesi
non hanno esitato a rispolverare le varie accoglienze di personaggi
importanti, di volta in volta alleati delle élite di turno a
Tirana, che formano una galleria ricca ed eterogenea: Vittorio
Emanuele II, il Duce, Kruscev, Chu En Lai, James Baker, Madeleine
Allbright, il papa Giovanni Paolo II e tanti altri. Personalità
diverse, epoche diverse, ma stessa sceneggiatura. La prima
spiegazione possibile di questo atteggiamento ha a che fare con una
caratteristica intrinseca nella mentalità albanese, il
must
della proverbiale ospitalità (anche balcanica), che faceva
violare persino obblighi altrimenti cogenti del diritto tradizionale,
e che in seguito è diventato parte di un’etica formale a cui
gli albanesi non possono sfuggire.
Vi è senza
dubbio notevole americanofilia in questa accoglienza. Ardian Vehbiu,
noto intellettuale albanese, ha analizzato a lungo questo fenomeno,
sotto più aspetti, sostenendo che almeno in politica estera
ciò che muove di solito la classe politica albanese è
da sempre un “levantismo”, che si traduce puntualmente nello
scegliere la super-potenza di turno da cui farsi proteggere, come è
toccato di volta in volta all’Urss, alla Cina e ora agli Usa. Ma
questo atteggiamento adesso, come molti analisti hanno sottolineato,
è tipico dei tempi del comunismo, quando gli albanesi hanno
imparato a venerare acriticamente i leader politici per poi trarne un
vantaggio socio-politico o economico in base alle regole del sistema.
Slogan di regime. E Tirana addobbata di
frasi come
Proud to be partners ricorda molto un film
albanese, molto apprezzato a Cannes, di qualche anno fa, intitolato
“Slogans”, dove gli alunni di una scuola in un villaggio sperduto
dovevano ricoprire le montagne di slogan del genere, per accogliere
una personalità del partito che sarebbe passato per caso da
quelle parti senza neanche fermarvisi. Non sorprende affatto la
somiglianza con quei tempi che gli albanesi tanto deridono, visto che
la classe politica di oggi è erede diretta di quella del
regime, se non la stessa. In molti sostengono infatti che il problema
dell’Albania di oggi sia una classe politica che non ha subito il
ricambio, e che non riesce a tenere il passo con le esigenze della
società. Si tratta infatti di un élite dalle idee poco
chiare, dove la morte delle ideologie, come si suol dire, fa
distinguere poco la destra dalla sinistra, sia in politica interna
sia in politica estera. Una classe politica che rimane al quanto
disorientata, come si è visto pochi giorni prima della visita
di Bush, quando il ministro della cultura Ylli Pango ha avuto un
incontro con il suo omologo iraniano, in vista di interessi reciproci
e collaborazione. La stampa albanese ha ampiamente considerato questa
mossa come l’ennesima gaffe della diplomazia albanese, che sembra
ispirarsi più dalla claustrofobia in reazione al brutto
ricordo del passato che a un quadro coerente di relazioni
internazionali.
Tirana e il suo futuro. Ma aldilà
della politica, per gli albanesi gli Stati Uniti assumono un
significato che va oltre le apparenze. Si tratta di un’opinione
pubblica bombardata da slogan elettorali che riportano, puntualmente,
il legame inscindibile dell’integrazione nel Patto atlantico,
nell’Ue e il sostegno degli Usa e dell’Europa, e questo fa sì
che, nell’immaginario comune degli albanesi, tutti questi elementi
facciano parte di quel mondo dai valori democratici a cui si aspira
aderire. Non a caso si è riservato lo stesso entusiasmo a
George W. Bush e a Papa Giovanni Paolo II negli anni Novanta.
L’equiparazione tra l’Ue e gli Usa sotto la denominazione comune
dei valori occidentali, con cui gli albanesi si identificano, già
dal regime di re Zog negli anni Venti, rimane immutabile anche a
causa di un’enorme mancanza di informazione, poiché i media
locali tendono a seguire puntigliosamente solo la politica interna,
non lasciando che un piccolo spazio da notizie flash per tutto ciò
che riguarda la politica internazionale. Di conseguenza in un paese
dalle idee politiche confuse, non è facile prendere posizione
di fronte a scelte di portata internazionale, e l’apatia che di
solito caratterizza i paesi ex-comunisti davanti a una classe
politica stagnante fa sì che si sia in tal senso tuttora
intorpiditi mantenendo vivo il mito dell’occidente che viene
accettato quasi acriticamente. Per questo motivo l’Albania rimane
l’unico paese che non si oppone agli interventi in Iraq, o in
Afghanistan, visto che il paese è convinto di essere chiamato
a sostenere quelli che vengono percepiti come i valori occidentali. A
questo va aggiunto anche il complesso di essere un piccolo paese che,
in questo caso, sfrutta la rara occasione di contribuire alla
politica internazionale.
Stati Uniti d'Europa. La visita di Bush è
stata percepita anche come una gratifica per 'buona condotta', ed è
stato ampiamente commentato sia dal presidente Alfred Moisiu che dal
premier Sali Berisha come un avvicinamento del paese al mondo
occidentale con cui vuole relazionarsi. Per quanto sia complessa e
frammentata, la politica albanese vede tutte le forze al suo interno
convergere su questo punto: la cosiddetta integrazione
“euro-atlantica”. Secondo uno studio condotto dall’istituto
albanese per la Democrazia e la mediazione (Idn) e pubblicato
dall’autorevole giornale
Shqip, il
90 percento della popolazione albanese è favorevole
all’entrata del paese nella Nato, e l'83,3 percento vi vede un
processo strettamente connesso all’integrazione nell’Ue. Risulta
però che si abbia scarsa informazione sui benefici e sugli
obblighi che questa adesione comporta. In un altro sondaggio,
condotto nei primi mesi dell’anno, sull’integrazione europea
dell’Albania, i risultati sono stati analoghi: l'80 percento degli
intervistati era favorevole all’entrata dell’Albania nell’Ue, e
affermava di non vedere altro futuro per il paese. E in egual modo si
è mostrato che i vantaggi che gli albanesi vi vedevano erano
soprattutto l’opportunità di viaggiare liberamente e di
relazionarsi con l’Europa Occidentale.
Si tratta infatti di
un’interiorizzazione dei modelli occidentali che tutte le élite
albanesi hanno sempre imposto dal momento dell’acquisizione
dell’indipendenza dall’Impero Ottomano. Sostanzialmente è
un fenomeno molto balcanico, in quanto la contrapposizione ai valori
orientali e specialmente all’Islam visto come sinonimo dell’Impero
Ottomano e dell’occupazione plurisecolare, è parte
dell’identità nazionale in modo imprescindibile. E oggi è
evidente che in Albania le religioni non sono state in grado di
decollare, mentre l’Islam è la religione che vi trova minor
sostegno in una società estremamente laicizzata, dove da più
di 50 anni quasi nessuno porta più nomi musulmani. La
definizione “stato musulmano” infatti suscita sempre indignazione
presso gli albanesi che non vi si rispecchiano per niente. Tra
l’altro i vertici dell’Islam albanese hanno accolto calorosamente
il presidente Bush, confermando per l’ennesima volta che l’Albania
rimane un paese da interpretare al di fuori degli schemi classici.
Verso ovest. Anche se è
stato spesso detto che l’Albania deve la sua esistenza agli Stati
Uniti, riferendosi soprattutto alla dottrina Wilson, e l’ovvia
importanza che questa visita ha avuto per il Kosovo, il premier
Berisha ha dichiarato che lo scopo di questa visita non aveva a che
fare con il Kosovo, ma solo con l’Albania e la sua integrazione
euro-atlantica. Sono stati migliaia i kosovari che hanno varcato il
confine per trovarsi in piazza ad accogliere Bush. Ma in Albania si
ha poca coscienza balcanica, e Tirana si vede tutta proiettata verso
occidente, prendendosi costantemente le accuse di indifferenza e
arroganza da parte degli albanesi ex-jugoslavi. Dopo l’apertura
infatti e l’instaurazione di rapporti con gli albanesi oltre
confine, ci si è accorti della diversità,
socio-economica, linguistica, e infine anche in termini di identità
nazionale. Mentre in Kosovo sta prendendo piede sempre di più
la tendenza ad affermare una propria identità diversa da
quella dell’Albania, gli albanesi entro i confini continuano ad
avere difficoltà a dire se una città albanofona si
trova in Montenegro, in Kosovo o in Macedonia.
L’Albania è
così un paese dove non esistono partiti di orientamento
apertamente nazionalista, dove l’occidente costituisce
un’aspirazione quasi identitaria che isola dal resto dei Balcani, e
dove le bandiere dell’Ue sventolano fianco a fianco a quelle
albanesi, in ogni istituzione pubblica, anche se l’adesione non
sembra essere proprio dietro l’angolo.