12/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I leader iracheni avvertono la Turchia: guai a invadere il nord del Paese per combattere il Pkk
Finora avevano incassato le stoccate verbali di esercito e governo turchi, che minacciavano un'invasione del nord dell'Iraq per stanare i ribelli del Pkk nascosti nelle montagne. Ma negli ultimi giorni, gli iracheni hanno risposto per le rime. E non solo quelli del governo regionale curdo: hanno preso posizione anche il governo di Baghdad e Moqtada al-Sadr, il leader sciita a capo delle milizie dell'esercito del Mahdi. Facendo così crescere ulteriormente la tensione tra Turchia, Iraq e Stati Uniti.

Massoud BarzaniLe proteste dei curdi. Sabato 9 giugno, il ministero degli esteri ha fatto pervenire ad Ankara una lettera ufficiale in cui si accusava la Turchia di aver bombardato alcuni villaggi iracheni in prossimità del confine, causando gravi danni. Gli attacchi sarebbero stati compiuti tra mercoledì 6 e giovedì 7 giugno, quando era stata diffusa la notizia che migliaia di soldati turchi avevano iniziato una operazione su larga scala oltre confine. La circostanza è stata smentita dai vertici militari di Ankara e anche fonti locali contattate da PeaceReporter hanno sminuito, parlando di un normale “inseguimento” tra soldati e ribelli. L'attacco fantasma sarà stato un colossale “al lupo, al lupo”, ma ha comunque prodotto il giorno dopo la risposta del presidente regionale curdo Massoud Barzani e del presidente iracheno, curdo anche lui, Jalal Talabani. “Un’eventuale operazione militare turca non costituirebbe solo un aggressione alla regione curda, ma anche all’indipendenza dell’intero paese”, hanno detto i due leader invitando la Turchia alla calma.

Moqtada al-SadrL'uscita di al-Sadr. Ma se la reazione dei curdi era prevedibile, lo stesso non si può dire per l'uscita di Moqtada al-Sadr, che domenica ha lanciato un avvertimento alla Turchia: “Non rimarremo silenti di fronte a questa minaccia”, ha detto al-Sadr, segnalando però la disponibilità degli sciiti a “mediare con la Turchia per porre fine a questa crisi”. Inoltre, per la prima volta si sono fatti sentire anche i ribelli del Pkk, che hanno minacciato l'esercito turco di “pagare un alto prezzo” se continuerà le sue offensive, invitandolo a “concludere immediatamente le operazioni, far ritornare le truppe nelle caserme e non impedire soluzioni democratiche”. Sulle minacce di invasione turche si è espressa anche Condoleezza Rice, segretario di stato Usa, che però è sembrata chiudere un occhio sui bombardamenti limitati nella zona vicino al confine. "Non fa bene a nessuno, né all'Iraq né alla Turchia, una manovra imponente oltre la frontiera", ha detto la Rice. Ma proprio l'aver usato la parola "imponente", sinonimo di invasione, è stato interpretato dagli analisti come un chiudere un occhio verso i mordi e fuggi dell'esercito turco.

Il ministro degli esteri turco, Abdullah Gul, al funerale di un soldato ucciso dal PkkLe pressioni turche. Da parte turca, però, la disponibilità non abbonda. Mentre il Paese piange quasi quotidianamente nuove morti di soldati (lunedì scorso un kamikaze ha ucciso sette militari, altri tre hanno perso la vita venerdì), il capo di stato maggiore Yasar Buyukanit ha fatto pubblicare sul sito delle forze armate una dichiarazione in cui invitava la società turca a mettere in piedi una “resistenza di massa contro il terrorismo”. L'esercito, che da settimane ha ammassato uomini lungo i 384 chilometri di confine con l'Iraq, ha fatto capire da tempo di essere pronto per un'invasione, mentre i leader dell'opposizione laica accusano il governo Erdogan di essere troppo morbido con i separatisti. L'attentato compiuto domenica 10 a Istanbul – una bomba a percussione che ha causato 14 feriti lievi in un quartiere periferico, esplosa senza rivendicazioni ma subito attribuita ai “terroristi” – contribuirà a mantenere Erdogan sotto pressione.

Alessandro Ursic

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