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Le proteste dei curdi. Sabato 9 giugno, il ministero degli esteri ha fatto pervenire ad Ankara una lettera
ufficiale in cui si accusava la Turchia di aver bombardato alcuni villaggi iracheni
in prossimità del confine, causando gravi danni. Gli attacchi sarebbero stati
compiuti tra mercoledì 6 e giovedì 7 giugno, quando era stata diffusa la notizia
che migliaia di soldati turchi avevano iniziato una operazione su larga scala
oltre confine. La circostanza è stata smentita dai vertici militari di Ankara
e anche fonti locali contattate da PeaceReporter hanno sminuito, parlando di un normale “inseguimento” tra soldati e ribelli.
L'attacco fantasma sarà stato un colossale “al lupo, al lupo”, ma ha comunque
prodotto il giorno dopo la risposta del presidente regionale curdo Massoud Barzani
e del presidente iracheno, curdo anche lui, Jalal Talabani. “Un’eventuale operazione
militare turca non costituirebbe solo un aggressione alla regione curda, ma anche
all’indipendenza dell’intero paese”, hanno detto i due leader invitando la Turchia
alla calma.
L'uscita di al-Sadr. Ma se la reazione dei curdi era prevedibile, lo stesso non si può dire per l'uscita
di Moqtada al-Sadr, che domenica ha lanciato un avvertimento alla Turchia: “Non
rimarremo silenti di fronte a questa minaccia”, ha detto al-Sadr, segnalando però
la disponibilità degli sciiti a “mediare con la Turchia per porre fine a questa
crisi”. Inoltre, per la prima volta si sono fatti sentire anche i ribelli del
Pkk, che hanno minacciato l'esercito turco di “pagare un alto prezzo” se continuerà
le sue offensive, invitandolo a “concludere immediatamente le operazioni, far
ritornare le truppe nelle caserme e non impedire soluzioni democratiche”. Sulle
minacce di invasione turche si è espressa anche Condoleezza Rice, segretario di
stato Usa, che però è sembrata chiudere un occhio sui bombardamenti limitati nella
zona vicino al confine. "Non fa bene a nessuno, né all'Iraq né alla Turchia, una
manovra imponente oltre la frontiera", ha detto la Rice. Ma proprio l'aver usato
la parola "imponente", sinonimo di invasione, è stato interpretato dagli analisti
come un chiudere un occhio verso i mordi e fuggi dell'esercito turco.
Le pressioni turche. Da parte turca, però, la disponibilità non abbonda. Mentre il Paese piange quasi
quotidianamente nuove morti di soldati (lunedì scorso un kamikaze ha ucciso sette
militari, altri tre hanno perso la vita venerdì), il capo di stato maggiore Yasar
Buyukanit ha fatto pubblicare sul sito delle forze armate una dichiarazione in
cui invitava la società turca a mettere in piedi una “resistenza di massa contro
il terrorismo”. L'esercito, che da settimane ha ammassato uomini lungo i 384 chilometri
di confine con l'Iraq, ha fatto capire da tempo di essere pronto per un'invasione,
mentre i leader dell'opposizione laica accusano il governo Erdogan di essere troppo
morbido con i separatisti. L'attentato compiuto domenica 10 a Istanbul – una bomba
a percussione che ha causato 14 feriti lievi in un quartiere periferico, esplosa
senza rivendicazioni ma subito attribuita ai “terroristi” – contribuirà a mantenere
Erdogan sotto pressione.Alessandro Ursic