12/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La polizia spara su una manifestazione degli sciiti contro un parente del re
“L'arrivo della polizia in tenuta anti-sommossa ci ha sorpreso...hanno aperto il fuoco sui dimostranti, violando la legge e i diritti dei manifestanti”. Questo il racconto di Youssef al-Bouri, presidente del consiglio municipale di al-Malkiyah, popoloso borgo sciita a ovest della capitale Manama, in Bahrain.

un'immagine degli scontri nel villaggio di al-MalkiyahScontri violenti, o no? Al-Bouri racconta i sanguinosi scontri tra la polizia e i circa 500 manifestanti scesi in piazza nel villaggio per protestare, il 10 giugno scorso, contro la costruzione di un muro lungo il confine di un terreno privato che taglia l'accesso al mare per decine di pescatori del villaggio. Il problema è che il proprietario dell'appezzamento è uno dei 3500 membri della famiglia reale, gli al-Khalifa, che dominano il Bahrain dal 18° secolo e che, dopo l'indipendenza del 1971, hanno preso il potere assoluto nel paese. Famiglia reale che è, particolare non trascurabile, sunnita, in un paese dove il 60 percento della popolazione è sciita. “I manifestanti erano violenti e lanciavano bottiglie molotov”, ha replicato il capo della locale stazione di polizia, “abbiamo dovuto lanciare gas lacrimogeno e disperdere i più facinorosi. Non abbiamo fatto nulla che travalichi le regole di tutte le polizie del mondo”. Ma il racconto dei manifestanti e delle organizzazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani è differente, e denunciano la brutalità che anche in altre occasioni ha caratterizzato la polizia del Bahrain, soprattutto quando di mezzo ci sono gli sciiti.
L'organizzazione non governativa Human Rights Watch, che si batte per il rispetto dei diritti umani nel mondo, il 1 giugno scorso, ha scritto al re del Bahrain per chiedere informazioni di due cittadini arrestati il 21 maggio, in una manifestazione anti-governativa. In particolare, per uno dei due, Ali Sa'id al-Khabaz, si è messa in moto una campagna internazionale, dopo che sono state diffuse alcune foto che mostrano evidenti segni di percosse e violenze subite nel commissariato di polizia.

Ali Sa'id al-Khabaz prima e dopo il pestaggio nel commissariato di manamaUn reame molto teso. Gli incidenti dei giorni scorsi, aldilà del pretesto pratico, sono il sintomo diffuso di un disagio che pervade la società del Bahrain. La minoranza sciita si sente tagliata fuori da uno stato dove gli al-Khalifa, e i loro accoliti sunniti, detengono le leve del potere militare, politico ed economico. Dal canto loro, i sunniti sono convinti che dietro i moti sciiti ci sia l'attrazione esercitata dall'avanzata sciita in Iraq e dal ruolo sempre più centrale nello scacchiere mediorientale di Iran e Hezbollah in Libano. Il re, Hamad bin Isa al-Khalifa, salito al potere nel 1999, aveva tentato di disinnescare la bomba interconfessionale sulla quale è seduto, varando una politica di riforme tese ad allargare la base democratica del suo potere: concessione della Costituzione, voto alle donne e introduzione del parlamentarismo, con la formazione di una Camera Consultiva, di nomina regia, e una Camera dei Deputati eletta a suffragio universale. Le prime votazioni si sono tenute nel 2002, ma il blocco sciita ha boicottato il voto. Le elezioni del dicembre 2006, invece, sono state caratterizzate da un'alta partecipazione al voto e dalla netta vittoria dei partiti religiosi. Al-Wifaq, partito degli sciiti tradizionalisti, al-Asala, partito salafita e al-Menbar, partito che s'ispira ai Fratelli musulmani, hanno ottenuto la maggioranza assoluta in Parlamento.

il presidente usa bush e il re del bahrain al-khalifa durante un incontro ufficialeSegnale al re. La vittoria dei partiti religiosi, e tra questi l'affermazione degli sciiti, sono stati un campanello d'allarme per la monarchia, che neanche l'elezione della prima donna deputato ha mitigato. Il voto infatti, visti i temi della campagna elettorale, è parso una bocciatura sonora della politica del re, liberista e filo-occidentale. Il monarca, da tempo, ha spinto il paese verso un'occidentalizzazione dei costumi, e sulla liberalizzazione in campo economico, puntando sulla diversificazione degli investimenti dei proventi del petrolio (che in Bahrain è poco). In particolare ha puntato sul turismo e sul mercato finanziario, piuttosto povero di controlli. Il blocco religioso, che in questo senso vede compatti sunniti e sciiti, ha impostato tutta la campagna elettorale sul rigore morale che bisognerebbe riportare, a loro dire, nelle scelte politiche del governo. E il voto è parso un segnale da parte della popolazione civile in questo senso. In realtà, il voto religioso tende a punire anche la corruzione che circonda la famiglia reale, accusata dall'opinione pubblica di essere troppo appiattita, per interessi personali, sulla politica Usa in Medio Oriente. Un problema in più per Washington, che nel Bahrain ha sempre visto un alleato importante (anche per via della sua posizione strategica nella regione). I moti di piazza, infatti, potrebbero spingere la famiglia reale, per salvare il trono, a cedere alle lusinghe della Cina (come ha già fatto l'Oman), alleato meno imbarazzante, ma non meno conveniente.

Christian Elia

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