stampa
invia
Scontri violenti, o no? Al-Bouri racconta i sanguinosi scontri tra la polizia e i circa 500 manifestanti
scesi in piazza nel villaggio per protestare, il 10 giugno scorso, contro la costruzione
di un muro lungo il confine di un terreno privato che taglia l'accesso al mare
per decine di pescatori del villaggio. Il problema è che il proprietario dell'appezzamento
è uno dei 3500 membri della famiglia reale, gli al-Khalifa, che dominano il Bahrain
dal 18° secolo e che, dopo l'indipendenza del 1971, hanno preso il potere assoluto
nel paese. Famiglia reale che è, particolare non trascurabile, sunnita, in un
paese dove il 60 percento della popolazione è sciita. “I manifestanti erano violenti
e lanciavano bottiglie molotov”, ha replicato il capo della locale stazione di
polizia, “abbiamo dovuto lanciare gas lacrimogeno e disperdere i più facinorosi.
Non abbiamo fatto nulla che travalichi le regole di tutte le polizie del mondo”.
Ma il racconto dei manifestanti e delle organizzazioni che si battono per il rispetto
dei diritti umani è differente, e denunciano la brutalità che anche in altre occasioni
ha caratterizzato la polizia del Bahrain, soprattutto quando di mezzo ci sono
gli sciiti.
Un reame molto teso. Gli incidenti dei giorni scorsi, aldilà del pretesto pratico, sono il sintomo
diffuso di un disagio che pervade la società del Bahrain. La minoranza sciita
si sente tagliata fuori da uno stato dove gli al-Khalifa, e i loro accoliti sunniti,
detengono le leve del potere militare, politico ed economico. Dal canto loro,
i sunniti sono convinti che dietro i moti sciiti ci sia l'attrazione esercitata
dall'avanzata sciita in Iraq e dal ruolo sempre più centrale nello scacchiere
mediorientale di Iran e Hezbollah in Libano. Il re, Hamad bin Isa al-Khalifa,
salito al potere nel 1999, aveva tentato di disinnescare la bomba interconfessionale
sulla quale è seduto, varando una politica di riforme tese ad allargare la base
democratica del suo potere: concessione della Costituzione, voto alle donne e
introduzione del parlamentarismo, con la formazione di una Camera Consultiva,
di nomina regia, e una Camera dei Deputati eletta a suffragio universale. Le prime
votazioni si sono tenute nel 2002, ma il blocco sciita ha boicottato il voto.
Le elezioni del dicembre 2006, invece, sono state caratterizzate da un'alta partecipazione
al voto e dalla netta vittoria dei partiti religiosi. Al-Wifaq, partito degli sciiti tradizionalisti, al-Asala, partito salafita e al-Menbar, partito che s'ispira ai Fratelli musulmani, hanno ottenuto la maggioranza assoluta
in Parlamento.
Segnale al re. La vittoria dei partiti religiosi, e tra questi l'affermazione degli sciiti,
sono stati un campanello d'allarme per la monarchia, che neanche l'elezione della
prima donna deputato ha mitigato. Il voto infatti, visti i temi della campagna
elettorale, è parso una bocciatura sonora della politica del re, liberista e filo-occidentale.
Il monarca, da tempo, ha spinto il paese verso un'occidentalizzazione dei costumi,
e sulla liberalizzazione in campo economico, puntando sulla diversificazione degli
investimenti dei proventi del petrolio (che in Bahrain è poco). In particolare
ha puntato sul turismo e sul mercato finanziario, piuttosto povero di controlli.
Il blocco religioso, che in questo senso vede compatti sunniti e sciiti, ha impostato
tutta la campagna elettorale sul rigore morale che bisognerebbe riportare, a loro
dire, nelle scelte politiche del governo. E il voto è parso un segnale da parte
della popolazione civile in questo senso. In realtà, il voto religioso tende a
punire anche la corruzione che circonda la famiglia reale, accusata dall'opinione
pubblica di essere troppo appiattita, per interessi personali, sulla politica
Usa in Medio Oriente. Un problema in più per Washington, che nel Bahrain ha sempre
visto un alleato importante (anche per via della sua posizione strategica nella
regione). I moti di piazza, infatti, potrebbero spingere la famiglia reale, per
salvare il trono, a cedere alle lusinghe della Cina (come ha già fatto l'Oman),
alleato meno imbarazzante, ma non meno conveniente.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, george w, bush, al-khalifa, bahrein