Il parlamento iracheno vota una legge per vincolare al suo volere il prolungamento del mandato delle truppe Usa
E' molto probabile che alla fine si
risolva in una bolla di sapone, ma quello che è accaduto nel
Parlamento di Baghdad il 6 giugno scorso ha dell'incredibile. Un
gruppo di deputati, guidati da quelli fedeli all'ayatollah sciita
radicale Moqtada al-Sadr, ha presentato un disegno di legge per
vincolare il prolungamento del mandato Onu per il contingente
militare internazionale, guidato dagli Usa, a un nulla osta
dell'assemblea.
Mossa astuta. In poche parole
viene scardinato il meccanismo diplomatico con il quale, in netto
ritardo rispetto all'invasione militare dell'Iraq nel marzo del 2003,
le Nazioni Unite posero il loro imprimatur sulla missione in
Mesopotamia. La procedura individuata dalle Nazioni Unite era quella
che il governo iracheno doveva chiedere di volta in volta, tramite
lettera del primo ministro di Baghdad al Consiglio di Sicurezza del
Palazzo di Vetro, il prolungamento della presenza del contingente
internazionale.
Pensata così, salvava la faccia
a tutti. Quella del governo iracheno, rispetto a coloro che lo hanno
sempre ritenuto uno strumento nelle mani di Washington, che così
mostrava di decidere da solo. Quella delle Nazioni Unite, che non
venivano messe in un angolo dall'unilateralismo degli Usa, mettendo
il cappello sulla missione, e quella degli Stati Uniti e dei loro
alleati, che potevano mostrare alle recalcitranti opinioni pubbliche
interne di agire solo su richiesta dell'Onu.
Ma il parlamentarismo e la democrazia
da esportazione, a volte, hanno le loro controindicazioni. E così,
il 6 giugno scorso, approfittando di una seduta alla quale hanno
partecipato solo 144 deputati su 275 (valida per il raggiungimento
del quorum previsto), un gruppo di deputati ha proposto la legge che
incrina il meccanismo 'perfetto', vincolando la richiesta che il
premier al-Maliki dovrà presentare al Consiglio di Sicurezza
entro il 28 novembre al voto parlamentare. Questo, considerato il
crescente dissenso dei parlamentari iracheni verso i militari
stranieri in Iraq, metterebbe a rischio il prolungamento del mandato,
che al momento scade il 31 dicembre 2007.
Segnale forte. “Il governo
dovrà ottenere il permesso del Parlamento prima d'inoltrare la
richiesta all'Onu per estendere il mandato delle forze militari
internazionali”, ha esclamato trionfante alla fine della seduta
Nassar al-Rubaie, il capofila dei deputati fedeli ad al-Sadr. Lo
schieramento che, con 85 voti a favore e 59 contrari, è
riuscito a far approvare il disegno di legge è variegato:
accanto ai sadristi ci sono infatti altri sciiti, quelli del partito
al-Fadhila, e anche i sunniti del
Sunni Accordance Front,
guidato da Adnan Dulaimi. Sciiti e sunniti assieme, almeno quando si
parla di ritiro delle forze militari straniere. “Questo è
solo il primo passo verso il raggiungimento del nostro obiettivo: il
ritiro dei militari stranieri”, ha commentato Rubaie.
“Questa legge è una follia”,
ha ribattuto Mahmoud Othman, uno dei deputati più influenti
del blocco curdo, “non ha senso parlare di bloccare il rinnovo dei
mandati per il contingente internazionale prima che l'addestramento
delle forze armate irachene sia completato”.
Al governo guidato dal premier
al-Maliki i numeri per bloccare la legge non mancano. Secondo la
legge irachena infatti, il governo può porre il veto su tutte
le leggi che non abbiano il sostegno di almeno due terzi dei
deputati. E i 'ribelli' non arrivano a tutti questi voti.
Il segnale però resta: il
parlamento iracheno, frutto delle prime libere elezioni della storia
moderna irachena, era il fiore all'occhiello di tutti coloro che
hanno appoggiato l'invasione dell'Iraq. Anche dell'amministrazione
Bush, che adesso dovrà spiegare all'opinione pubblica Usa,
sempre più ostile al conflitto in Iraq, che la presenza
statunitense in Mesopotamia è possibile solo grazie al veto di
un premier sempre più solo.