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Sei Giorni. In sei giorni
Israele triplicò la sua estensione territoriale e iniziò
a insediare la popolazione ebraica anche nei territori occupati,
creando un sistema di controllo che è stato più volte
paragonato all'apartheid sudafricana, recentemente anche dall'ex
presidente Usa Carter. 40 anni di occupazione, il cui fine sulla
carta è quello di proteggere la popolazione israeliana, sono
costati a Israele miliardi di dollari in spese militari e per gli
insediamenti, risorse che sono state tolte all'istruzione, alla
sanità e alle spese sociali in genere. Sul fronte palestinese
l'occupazione è stata la causa della distruzione dell'economia
e della società, che è andata progressivamente
radicalizzandosi, avvicinandosi ai gruppi armati. In una recente
intervista, il ministro dell'Informazione palestinese, Mustafa
Barghouti, ha ammesso che l'errore principale dei palestinesi è
stato quello di avere abbandonato la strategia della lotta popolare,
sostanzialmente pacifica, che nella prima intifada -dal 1987 al 1993-
aveva attirato la solidarietà internazionale. La guerra dei
Sei Giorni sancì l'inizio della supremazia militare israeliana
nella regione, rimasta incontestata fino allo scontro con Hezbollah,
nella guerra in Libano della scorsa estate. In questo lasso di tempo
israeliani e palestinesi hanno conosciuto due sollevazioni popolari,
alcuni ritiri parziali e un processo di pace che, ancora oggi, non ha
portato ad alcuna soluzione condivisa né sulle diatribe
territoriali, né sull'annoso problema del diritto al Ritorno
dei profughi.
Manifestazioni. Per commemorare
il quarantennale di quei giorni, in Israele e nei Territori Occupati
si sono svolte numerose manifestazioni. Il presidente Abu Mazen,
intervenuto in un comizio a Ramallah, ha ricordato la sconfitta degli
arabi, sostenendo che solo la creazione di uno stato palestinese
potrà lavare quell'onta. Mazen ha anche ammonito i suoi
cittadini contro il pericolo di una guerra civile, che sarebbe
dannosa “tanto quanto, se non di più dell'occupazione”. Lo
scorso anno i palestinesi morti nelle violenze tra fazioni sono stati
circa 200, mentre quelli uccisi dall'esercito israeliano sono stati
almeno 600. La commemorazione è stata l'occasione per invitare
la popolazione palestinese a resistere contro l'occupazione anche per
Marwan Barghouti, uno dei principali capi di Fatah, in carcere in
Israele. Manifestazioni si sono svolte a Ramallah, Nablus, Hebron, ma
anche a Gerusalemme Est, e a Tel Aviv. Nella capitale economica
israeliana gli attivisti di Peace Now hanno eretto un check point per
simulare la realtà quotidiana dei palestinesi di Cisgiordania,
che vivono imprigionati da 543 posti di blocco e dozzine di strade,
riservate ai 460 mila coloni protetti dall'esercito israeliano. Due
generazioni dopo la guerra dei Sei Giorni, il nipote del celebre
primo ministro israeliano Menachem Begin, Avidal, 32 anni, ha preso
parte alle manifestazioni di questi giorni contro la barriera di
separazione. Suo nonno era un grande sostenitore dell'espansione
israeliana nei Territori Occupati, mentre lui, scrive il quotidiano
israeliano Maariv, si scontra con i soldati israeliani e sostiene che
quel muro deve cadere, perché non può portare alla
pace.
Amnesty. Alla vigilia del 40
anniversario della guerra Amnesty International ha pubblicato un
rapporto intitolato “Enduring Occupation”, in cui si accusa
Israele di “Furto di Terra”, in relazione alla continua crescita
degli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania, ma anche per il
muro di separazione, che ”limita gravemente la libertà di
movimento dei palestinesi e ha causato il collasso dell'economia
palestinese”. Amnesty invita Israele a smantellare la barriera e i
check point, perché quelle misure “hanno fallito
nell'intento di portare sicurezza a entrambe le popolazioni”. Il
muro di separazione, che quando sarà terminato sarà
lungo 720 chilometri, avrebbe dovuto essere eretto sul confine
precedente alla guerra dei Sei Giorni, la cosiddetta Green Line, ma,
come sostenuto anche dall'Alta Corte di Giustizia Israeliana nel
2004, di fatto entra nel territorio occupato, circondando 12 villaggi
e rendendo impossibile la vita di oltre 30 mila civili arabi. “Parte
di quel tracciato è illegale e deve essere abbattuta”
sosteneva la Corte allora e sostiene Amnesty oggi. Il vicepremier
israeliano Shimon Peres respinge le accuse e sostiene che la barriera
ha impedito gli attentati suicidi salvando centinaia di vite, mentre
il presidente di Amnesty Uk, Kate Allen, sostiene che “le legittime
preoccupazioni israeliane per la sicurezza non possono essere una
scusa per violare le leggi internazionali e pianificare una massiccia
punizione collettiva” e propone urgentemente lo schieramento di una
di interposizione forza internazionale nei Territori.Naoki Tomasini
Parole chiave: sei giorni, amnesty, muro di separazione, menachem begin