08/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



40 anni dopo la guerra dei Sei Giorni, i semi d'odio gettati allora non sono ancora stati estirpati
Il 5 giugno del 1967 iniziava la guerra dei Sei Giorni, che vide Israele sbaragliare gli eserciti arabi che ne minacciavano l'esistenza e conquistare Gerusalemme Est, l'intera Cisgiordania, le alture del Golan e la Striscia di Gaza, dando inizio all'occupazione che, ancora oggi, è la prima causa del conflitto con la popolazione palestinese.

ManifestazioneSei Giorni. In sei giorni Israele triplicò la sua estensione territoriale e iniziò a insediare la popolazione ebraica anche nei territori occupati, creando un sistema di controllo che è stato più volte paragonato all'apartheid sudafricana, recentemente anche dall'ex presidente Usa Carter. 40 anni di occupazione, il cui fine sulla carta è quello di proteggere la popolazione israeliana, sono costati a Israele miliardi di dollari in spese militari e per gli insediamenti, risorse che sono state tolte all'istruzione, alla sanità e alle spese sociali in genere. Sul fronte palestinese l'occupazione è stata la causa della distruzione dell'economia e della società, che è andata progressivamente radicalizzandosi, avvicinandosi ai gruppi armati. In una recente intervista, il ministro dell'Informazione palestinese, Mustafa Barghouti, ha ammesso che l'errore principale dei palestinesi è stato quello di avere abbandonato la strategia della lotta popolare, sostanzialmente pacifica, che nella prima intifada -dal 1987 al 1993- aveva attirato la solidarietà internazionale. La guerra dei Sei Giorni sancì l'inizio della supremazia militare israeliana nella regione, rimasta incontestata fino allo scontro con Hezbollah, nella guerra in Libano della scorsa estate. In questo lasso di tempo israeliani e palestinesi hanno conosciuto due sollevazioni popolari, alcuni ritiri parziali e un processo di pace che, ancora oggi, non ha portato ad alcuna soluzione condivisa né sulle diatribe territoriali, né sull'annoso problema del diritto al Ritorno dei profughi.

Manifestazione a RamallahManifestazioni. Per commemorare il quarantennale di quei giorni, in Israele e nei Territori Occupati si sono svolte numerose manifestazioni. Il presidente Abu Mazen, intervenuto in un comizio a Ramallah, ha ricordato la sconfitta degli arabi, sostenendo che solo la creazione di uno stato palestinese potrà lavare quell'onta. Mazen ha anche ammonito i suoi cittadini contro il pericolo di una guerra civile, che sarebbe dannosa “tanto quanto, se non di più dell'occupazione”. Lo scorso anno i palestinesi morti nelle violenze tra fazioni sono stati circa 200, mentre quelli uccisi dall'esercito israeliano sono stati almeno 600. La commemorazione è stata l'occasione per invitare la popolazione palestinese a resistere contro l'occupazione anche per Marwan Barghouti, uno dei principali capi di Fatah, in carcere in Israele. Manifestazioni si sono svolte a Ramallah, Nablus, Hebron, ma anche a Gerusalemme Est, e a Tel Aviv. Nella capitale economica israeliana gli attivisti di Peace Now hanno eretto un check point per simulare la realtà quotidiana dei palestinesi di Cisgiordania, che vivono imprigionati da 543 posti di blocco e dozzine di strade, riservate ai 460 mila coloni protetti dall'esercito israeliano. Due generazioni dopo la guerra dei Sei Giorni, il nipote del celebre primo ministro israeliano Menachem Begin, Avidal, 32 anni, ha preso parte alle manifestazioni di questi giorni contro la barriera di separazione. Suo nonno era un grande sostenitore dell'espansione israeliana nei Territori Occupati, mentre lui, scrive il quotidiano israeliano Maariv, si scontra con i soldati israeliani e sostiene che quel muro deve cadere, perché non può portare alla pace.

Amnesty. Alla vigilia del 40 anniversario della guerra Amnesty International ha pubblicato un rapporto intitolato “Enduring Occupation”, in cui si accusa Israele di “Furto di Terra”, in relazione alla continua crescita degli insediamenti ebraici illegali in Cisgiordania, ma anche per il muro di separazione, che ”limita gravemente la libertà di movimento dei palestinesi e ha causato il collasso dell'economia palestinese”. Amnesty invita Israele a smantellare la barriera e i check point, perché quelle misure “hanno fallito nell'intento di portare sicurezza a entrambe le popolazioni”. Il muro di separazione, che quando sarà terminato sarà lungo 720 chilometri, avrebbe dovuto essere eretto sul confine precedente alla guerra dei Sei Giorni, la cosiddetta Green Line, ma, come sostenuto anche dall'Alta Corte di Giustizia Israeliana nel 2004, di fatto entra nel territorio occupato, circondando 12 villaggi e rendendo impossibile la vita di oltre 30 mila civili arabi. “Parte di quel tracciato è illegale e deve essere abbattuta” sosteneva la Corte allora e sostiene Amnesty oggi. Il vicepremier israeliano Shimon Peres respinge le accuse e sostiene che la barriera ha impedito gli attentati suicidi salvando centinaia di vite, mentre il presidente di Amnesty Uk, Kate Allen, sostiene che “le legittime preoccupazioni israeliane per la sicurezza non possono essere una scusa per violare le leggi internazionali e pianificare una massiccia punizione collettiva” e propone urgentemente lo schieramento di una di interposizione forza internazionale nei Territori.
 

Naoki Tomasini

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