12/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nandino Capovilla, Betta Tusset, Edizioni Paoline
scritto per noi da
Paolo Lezziero
 
La copertina del libroPiù che indovinato, il titolo del volume di Nandino Capovilla e Betta Tusset, “Bocche scucite”, edito dalle Edizioni Paoline, è drammatico per quanto fa intuire. La spiegazione la dà il sottotitolo, “Voci dai territori occupati”. A far aprire le bocche e sentire il pensiero degli “occupati”, i palestinesi sotto il tallone israeliano, sono i ragazzi del campo di lavoro “Tutti a raccolta” promosso da Pax Christi, con una raccolta di testimonianze fedeli nel testo e atroci nella sostanza. "Un libro che vuol dare voce a chi non ne ha più nemmeno per piangere, per far sentire le proprie ragioni; a chi non è ascoltato perché fuori dal coro e a chi è impegnato a ricucire le lacerazioni…”, si legge sul risvolto di copertina.
E la presentazione di Fabio Corazzina è altrettanto drammatica in senso temporale…” Prima che sia troppo tardi”; “ sappiamo che è contro la dignità umana scacciare una famiglia dalla propria casa e occuparla…che è ripugnante la pulizia etnica…che è criminale fermare una madre incinta al check point e mettere in pericolo la vita sua e del figlio…che non è possibile rinchiudere con un muro alto otto metri un popolo dicendo che è per la sicurezza di tutti…che è scandaloso vivere nel 2007 in un campo profughi del 1948…”
“Abbiamo ascoltato nella terra martoriata di Palestina Agnese, Daniela e Laura, Michlel, Jihad, Mohammed, Gerie, (ebrei e palestinesi)e vogliamo consegnare a voi i loro pensieri, sgorgati come un fiume in piena dalle loro “bocchescucite”, scrivono nell’introduzione gli autori Betta e Nandino.
 
Il muro “Io mi sono sposata nell’aprile del ‘48”, dice Agnese, un mese prima della Nakba, la catastrofe. Mai si cancellerà dalla mia memoria quella pulizia etnica…che tentava di espellere il nostro popolo dalla sua terra…In quell’anno la nostra casa al mare fu sequestrata e assegnata a una famiglia ebrea vittima dell’Olocausto. Da quel momento più nessuno potè rivederla sino al ’67, quando una signora sconosciuta mi vide e mi fece entrare…”
“Tutta la famiglia di mia madre è stata deportata ad Auschwitz. Nessuno è rimasto”, dice Daniela, “ma”, aggiunge, i palestinesi sono il popolo con cui dobbiamo convivere. E come possiamo giustificare le crudeltà che noi commettiamo contro una popolazione civile: donne, vecchi, bambini? Forse con la “sicurezza”? E’ questo che io non posso sopportare”.
E Geries, che è arabo, palestinese, israeliano e cristiano, un giorno va a raccogliere noci e non capisce perché suo padre si arrabbia e sua madre piange. “ Perché l’albero di noci cresceva in un villaggio distrutto dagli israeliani nel ’48, e si era salvato e produceva ancora noci. Quell’albero apparteneva a mio nonno, i miei genitori erano scappati in Libano…io avevo mangiato un frutto che loro non avevano mai più toccato”.
 
Il muro (foto di Grazia Careccia)“Perché avete ridotto Betlemme ad una prigione?”, protesta Suor Lucia, una delle responsabili del Baby Hospital. A Betlemme non ci sono reparti di cure intensive, specialistici e chirurgici. “E ci si deve riferire a Gerusalemme”, continua la suora, "ma per raggiungerli bisogna oltrepassare il muro…è duro essere palestinesi…una fitta rete di contatti si mette subito in moto per il trasferimento, per un posto in ospedale, per un permesso per entrare in Israele, nel trovare ambulanze…interminabili giornate. Così Amira, due mesi di vita, ci ha pensato da sola…e stanca di aspettare se n’é ritornata fra gli angeli…” Come i bambini di quella mamma fermata al chek point e che aspettava due gemelli. Non l’hanno lasciata passare e un bambino è nato e morto sull’asfalto e l’altro le è rimasto in pancia”.
Ci sono poi le testimonianze di Maha, “Il mio vestito è la mia identità, ci rubano la terra …ma non ci possono rubare la memoria.”, di Laura, “Dalle malghe della Val di Fassa alle grotte della Palestina”,che opera nel villaggio di At Tuwani”, di Ramzi” Il sogno di un lancio di…note” che riesce a fuggire e a studiare musica in Francia.
Il libro si conclude con il messaggio della “ Gente di Aboud”, ai volontari. “ Al nostro popolo basta la vostra presenza. Non dovete dire niente. Sanno che siete qui per loro.”
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