Le
battaglie sanguinose scoppiate vicino al campo profughi di Nahr
al-Bared, vicino a Tripoli, in Libano, ci ricordano che il problema dei
profughi palestinesi non è scomparso. Al contrario, 60 anni dopo la
"nakba", la catastrofe palestinese del 1948 è di
nuovo al centro dell’attenzione del mondo.
Questa
è una ferita aperta. Chiunque pensi che una risoluzione del
conflitto arabo – israeliano sia possibile senza risanare questa
ferita si sta illudendo.
Da
Tripoli a Sderot, da Riad a Gerusalemme, il problema dei profughi
palestinesi continua ad esistere in tutta la regione. Questa
settimana i media erano pieni di foto di profughi israeliani e
palestinesi che lasciavano le loro case e di madri che piangevano per
la morte dei loro cari in ebraico e arabo, come se nulla fosse
cambiato dal 1948. L’israeliano
medio alza le spalle davanti alla sofferenza dei profughi palestinesi
e liquida la questione con poche parole: “Lo hanno voluto loro”.
Professori
e commercianti ripetono che i palestinesi sono causa della loro
stessa rovina quando, nel 1947, hanno bocciato il Piano di
Spartizione delle Nazioni Unite e hanno iniziato una guerra per
annientare la comunità ebraica nel paese. Che
è un mito molto radicato, uno dei miti alla base della
coscienza israeliana. Ma è molto lontano dalla realtà. Prima
di tutto perchè all’epoca non esisteva neanche una
leadership palestinese che potesse prendere una decisione.
Durante
la rivolta araba dal 1935 al 1939 (“i guai” nel linguaggio
israeliano), il gran Muffi’, Hajj Amin al-Husseini, all’epoca
capo degli arabi palestinesi, fece uccidere tutti quei palestinesi
che non accettarono la sua autorità. Poi lui abbandonò
il paese e i restanti leader palestinesi furono esiliati in una isola
remota dai britannici. Quando
venne il momento giusto e l’Onu adottò la risoluzione della
spartizione, non vi era alcun leader palestinese capace di prendere
una decisione. Al contrario, i leader delle vicine nazioni arabe
decisero di inviare i loro eserciti nel paese una volta conclusosi il
mandato britannico.
E’
vero, le masse palestinesi si opposero al piano di spartizione.
Credevano che tutti i territori palestinesi fossero di loro proprietà
e che gli ebrei, la cui maggior parte era appena arrivata, non avevano
alcuni diritto su di essa. E ancora di più visto che il piano
dell’Onu diede agli ebrei, che all’epoca rappresentavano solo un
terzo della popolazione, il 55 percento del paese. Anche in questo
territorio, gli arabi costituivano il 40 percento degli abitanti. (per
correttezza, andrebbe menzionato che il territorio assegnato agli
ebrei comprendeva il Negev – un vasto deserto che era già
desolato allora ed è rimasto in gran parte così
oggigiorno).
Dall'una e dall'altra parte. La
controparte ebrea, invece, accettò la decisione dell’Onu, ma
solo in apparenza. Durante incontri segreti, David Ben-Gurion non
nascose mai le sue intenzioni di cogliere la prima opportunità
per estendere i territori assegnati allo stato ebreo e di inserirvi
una forte presenza ebrea. La guerra del 1948, iniziata dal lato
arabo, creò un’opportunità per realizzare entrambi gli
scopi: Israele si estese dal 55 percento al 78 percento del paese e da queste
terre
furono allontanati quasi tutti gli abitanti arabi. Molti di loro
fuggirono dall’orrore della guerra, molti altri vi furono
allontanati da noi. Non fu permesso quasi a nessuno di ritornarvi
dopo la guerra. Nel
corso della guerra, circa 750mila palestinesi divennero profughi. Un
aumento naturale raddoppia il loro numero ogni 18 anni, quindi adesso
sono circa 5 milioni. Si
tratta di una grande tragedia umana, una questione umanitaria e un
problema politico. Per lungo tempo, si è pensato che il
problema si sarebbe risolto da solo col passare del tempo, e invece
si ripresenta nuovamente. Molti
partiti hanno sfruttato la situazione a loro vantaggio. Vari regimi
arabi hanno cercato di seguire questa scia.
Il
destino dei rifugiati cambia da nazione a nazione. La Giordania gli
ha accordato la cittadinanza, pur avendo lasciato molti di loro in
campi miserabili. I libanesi non hanno dato alcun diritto civile ai
rifugiati ed hanno perpretrato vari massacri. Quasi tutti i leader
palestinesi chiedono l’attuazione della risoluzione Onu 194, che è
stata adottata 59 anni fa e che promise ai rifugiati di poter fare
ritorno alle loro case come cittadini pacifici. Pochi
notarono che il Diritto al Ritorno è servito ai governi
israeliani successivi come pretesto per rifiutare tutte le iniziative
di pace. Il ritorno di 5 milioni di rifugiati significherebbe la fine
di Isreale come stato con una solida maggioranza ebrea e la creazione
di uno stato bi-nazionale, cosa che riscuoterebbe la decisa opposizione del 99,99
percento del pubblico israelo-ebraico. Questo
deve essere capito se si vuole comprendere il modo in cui gli
israeliani concepiscono la pace. Un israeliano medio, anche una
persona che desidera sinceramente la pace, dice a se stesso: gli
arabi non cederanno mai sul Diritto al Ritorno, quindi non c’è
nessuna possibilità di pace e quindi non vale la pena iniziare
a fare niente.
L'arma dei rifugiati. Nessun leader arabo
rinuncerebbe apertamente al Diritto al Ritorno. Durante le
conversazioni private, molti leader arabi hanno riconosciuto che il
ritrono è impossibile, ma non hanno il coraggio di dirlo
apertamente. Ammetterlo sarebbe un suicidio politico - cosi’ come
lo sarebbe annunciare di accettare il ritorno dei palestinesi per i politici israeliani.
Ci
sono stati accenni al fatto che il problema demografico di Israele
non può essere ignorato. Da varie parti sono state proposte
soluzioni creative. Una volta in un incontro pubblico di Gush
Shalom, un rappresentante palestinese disse:” oggi la minoranza
araba costituisce il 20 percento dei cittadini israeliani. Quindi
accordiamoci sul fatto che su 80 nuovi immigrati ebrei che entrano
nel paese, 20 rifugiati palestinesi avranno diritto al ritorno. In
questo modo, la proporzione attuale verrebbe rispettata”. Il
pubblico reagì entusiasticamente. Adesso
si sta sviluppando un cambiamento rivoluzionario. La Lega araba ha
offerto a Israele un piano di pace: tutti i 22 stati arabi
riconoscerebbero Israele e stabilirebbero relazioni
diplomatiche e economiche con questo stato, in cambio del ritiro di Israele
dai territori occupati e della creazione di uno stato palestinese. L’offerta
non dimentica il problema dei rifugiati. Menziona la risoluzione
dell’Onu 194, ma aggiunge una qualifica di fondamentale importanza:
che la risoluzione verrebbe raggiunta “per accordo” tra le due
parti. In altre parole: Israele avrebbe il diritto di veto sul
ritorno dei rifugiati nei territori israeliani.
Questo
ha messo il governo israeliano in una posizione difficile. Se
l’opinione pubblica israeliana capisse che l’intero mondo arabo
sta offrendo un concordato di pace senza alcuna relazione con il Diritto al Ritorno,
potrebbero accettare tranquillamente la
situazione. Perciò, è stato fatto di tutto per celare
la parola decisiva. I media israeliani guidati (o fuorviati) hanno
enfatizzato la menzione del piano della risoluzione 194 e hanno
evitato di parlare della soluzione “concertata”.
Il
governo ha trattato l’offerta araba con evidente sdegno ma,
nonostante questo, ha cercato di trarre vantaggio da esso. Ehud
Olmert ha dichiarato di essere pronto a parlare con la delegazione
araba – tenuto conto che non consiste soltanto nell’Egitto e nella
Giordania. In questo modo, Olmert e Tzipi Livni sperano di ottenere
un importante risultato politico, senza pagare per averlo:
costringere l’Arabia Saudita e altri stati ad avere relazioni con
Israele. Visto che non ci sono “sconti”, gli arabi hanno
rifiutato. Dopo tutto ciò, non si è arrivati a niente.
Tempi difficili. Se
qualcuno avesse offerto a Israele questo piano di pace della Lega araba il 4 giugno
1967, un giorno prima della Guerra dei Sei Giorni,
avremmo pensato che fosse giunto il Messia. Adesso, per il nostro
governo questa offerta non è altro che una mossa astuta: gli
arabi sono pronti a rinunciare al ritorno dei rifugiati, ma ci
vogliono obbligare a lasciare i territori occupati e a smantellare
gli insediamenti. Da
una prospettiva storica, la Lega Araba sta rimediando a un errore
commesso 40 anni fa, che ha conseguenze di vasta portata. Poco
dopo la Guerra dei Sei Giorni, il primo settembre 1967, i capi degli
stati arabi si sono riuniti a Khartoum e hanno deliberato i “Tre
No” – no alla pace con Israele – no al riconoscimento di
Israele – no ai negoziati con Israele. Si
può capire il perchè sia stata adottata una risoluzione
così fuorviante. I paesi arabi avevano da poco subito un'umiliante sconfitta militare.
Essi volevano provare ai loro popoli
che non erano stati messi in ginocchio. Volevano mantenere la loro
dignità nazionale. Ma per il governo di Israele, questo era un
dono caduto dal cielo. La
negoziazione li svincolava da ogni tipo di negoziato che li avrebbe
potuti obbligare a restituire i territori appena conquistati. Diede
il via libera all’inizio degli insediamenti, una operazione che
continua indisturbata ancora oggi, rubando la terra da sotto ai piedi
dei palestinesi. E ovviamente spazza via il problema dei rifugiati. La
nuova proposta della Lega Araba potrebbe riparare al danno fatto alla
causa palestinese a Khartoum. Oggi, l’intero mondo arabo ha
adottato una risoluzione realistica. Da questo momento in poi, il
compito è quello di far comprendere fino in fondo all’opinione
pubblica il vero significato di questa proposta e specialmente per
quanto riguarda il ritorno dei rifugiati. Questo compito dipende
dalla capacità delle forze di pace israeliane, ma anche dalla
leadership araba. Per
raggiungere questo obiettivo, il problema dei rifugiati deve essere
trasferito dal regno del possibile alla realtà. Deve
sottoporsi a un processo di demistificazione.
Soluzione difficile, ma necessaria. Attualmente,
un israeliano vede solo un incubo: cinque milioni di rifugiati che
aspettano di invadere Israele. Chiederanno di fare ritorno nelle loro
terre, dove adesso si trovano i villaggi e le città israeliane,
e alle loro case, che sono state demolite molto tempo fa o in cui
adesso vivono degli israeliani. Israele, come entità a vasta
maggioranza ebrea non esisterà più. Questa
paura va neutralizzata e questa ferita deve essere risanata. Sul
piano psicologico, dobbiamo riconoscere la nostra responsabilità
di parte del problema, che di fatto è stato creato da noi. Un
“Comitato per la Verità e la Conciliazione” potrebbe,
forse, determinare le dimensioni di questa parte. Per questa, noi
dovremmo chiedere scusa, così come hanno fatto altre nazioni
per le ingiustizie commesse da loro. Sul
piano pratico, il problema vero di 5 milioni di esseri umani deve
essere risolto. Tutti loro hanno diritto a un generoso
risarcimento, che possa permettere loro di iniziare una nuova vita,
nel modo in cui vogliono. Coloro che vogliono rimanere dove si
trovano, col consenso del governo locale, potrebbero avere la
possibilità di ricostruire la vita delle loro famiglie. Coloro
che vogliono vivere nel futuro stato di Palestina, magari nelle aree
sgomberate dagli insediamenti, devono ricevere l’assistenza
internazionale necessaria. Io, personalmente, credo che sarebbe buono
per noi ricevere un certo numero concordato di rifugiati in Israele,
come contributo simbolico alla fine della tragedia.
Questo
non è né un sogno né un incubo. Abbiamo già
gestito compiti ben più difficili. Sarebbe molto più
facile e conveniente che continuare una guerra senza nessuna
soluzione militare né fine.
Sessanta
anni fa, è stata aperta una ferita profonda. Da allora non è
più guarita. Infetta la nostra vita e mette a rischio il
nostro futuro. E' da molto che andrebbe guarita. Quella è
la lezione di Tripoli nel nord e di Sderot nel sud.
Uri Avnery*