07/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Da Tripoli a Gerusalemme, i profughi palestinesi continuano a essere tali
Le battaglie sanguinose scoppiate vicino al campo profughi di Nahr al-Bared, vicino a Tripoli, in Libano, ci ricordano che il problema dei profughi palestinesi non è scomparso. Al contrario, 60 anni dopo la "nakba", la catastrofe palestinese del 1948 è di nuovo al centro dell’attenzione del mondo.

uri avneryQuesta è una ferita aperta. Chiunque pensi che una risoluzione del conflitto arabo – israeliano sia possibile senza risanare questa ferita si sta illudendo.
Da Tripoli a Sderot, da Riad a Gerusalemme, il problema dei profughi palestinesi continua ad esistere in tutta la regione. Questa settimana i media erano pieni di foto di profughi israeliani e palestinesi che lasciavano le loro case e di madri che piangevano per la morte dei loro cari in ebraico e arabo, come se nulla fosse cambiato dal 1948. L’israeliano medio alza le spalle davanti alla sofferenza dei profughi palestinesi e liquida la questione con poche parole: “Lo hanno voluto loro”.
Professori e commercianti ripetono che i palestinesi sono causa della loro stessa rovina quando, nel 1947, hanno bocciato il Piano di Spartizione delle Nazioni Unite e hanno iniziato una guerra per annientare la comunità ebraica nel paese. Che è un mito molto radicato, uno dei miti alla base della coscienza israeliana. Ma è molto lontano dalla realtà. Prima di tutto perchè all’epoca non esisteva neanche una leadership palestinese che potesse prendere una decisione.
Durante la rivolta araba dal 1935 al 1939 (“i guai” nel linguaggio israeliano), il gran Muffi’, Hajj Amin al-Husseini, all’epoca capo degli arabi palestinesi, fece uccidere tutti quei palestinesi che non accettarono la sua autorità. Poi lui abbandonò il paese e i restanti leader palestinesi furono esiliati in una isola remota dai britannici. Quando venne il momento giusto e l’Onu adottò la risoluzione della spartizione, non vi era alcun leader palestinese capace di prendere una decisione. Al contrario, i leader delle vicine nazioni arabe decisero di inviare i loro eserciti nel paese una volta conclusosi il mandato britannico.
E’ vero, le masse palestinesi si opposero al piano di spartizione. Credevano che tutti i territori palestinesi fossero di loro proprietà e che gli ebrei, la cui maggior parte era appena arrivata, non avevano alcuni diritto su di essa. E ancora di più visto che il piano dell’Onu diede agli ebrei, che all’epoca rappresentavano solo un terzo della popolazione, il 55 percento del paese. Anche in questo territorio, gli arabi costituivano il 40 percento degli abitanti. (per correttezza, andrebbe menzionato che il territorio assegnato agli ebrei comprendeva il Negev – un vasto deserto che era già desolato allora ed è rimasto in gran parte così oggigiorno).

il campo profughi palestinese di shatila, in libanoDall'una e dall'altra parte. La controparte ebrea, invece, accettò la decisione dell’Onu, ma solo in apparenza. Durante incontri segreti, David Ben-Gurion non nascose mai le sue intenzioni di cogliere la prima opportunità per estendere i territori assegnati allo stato ebreo e di inserirvi una forte presenza ebrea. La guerra del 1948, iniziata dal lato arabo, creò un’opportunità per realizzare entrambi gli scopi: Israele si estese dal 55 percento al 78 percento del paese e da queste terre furono allontanati quasi tutti gli abitanti arabi. Molti di loro fuggirono dall’orrore della guerra, molti altri vi furono allontanati da noi. Non fu permesso quasi a nessuno di ritornarvi dopo la guerra. Nel corso della guerra, circa 750mila palestinesi divennero profughi. Un aumento naturale raddoppia il loro numero ogni 18 anni, quindi adesso sono circa 5 milioni. Si tratta di una grande tragedia umana, una questione umanitaria e un problema politico. Per lungo tempo, si è pensato che il problema si sarebbe risolto da solo col passare del tempo, e invece si ripresenta nuovamente. Molti partiti hanno sfruttato la situazione a loro vantaggio. Vari regimi arabi hanno cercato di seguire questa scia. Il destino dei rifugiati cambia da nazione a nazione. La Giordania gli ha accordato la cittadinanza, pur avendo lasciato molti di loro in campi miserabili. I libanesi non hanno dato alcun diritto civile ai rifugiati ed hanno perpretrato vari massacri. Quasi tutti i leader palestinesi chiedono l’attuazione della risoluzione Onu 194, che è stata adottata 59 anni fa e che promise ai rifugiati di poter fare ritorno alle loro case come cittadini pacifici. Pochi notarono che il Diritto al Ritorno è servito ai governi israeliani successivi come pretesto per rifiutare tutte le iniziative di pace. Il ritorno di 5 milioni di rifugiati significherebbe la fine di Isreale come stato con una solida maggioranza ebrea e la creazione di uno stato bi-nazionale, cosa che riscuoterebbe la decisa opposizione del 99,99 percento del pubblico israelo-ebraico. Questo deve essere capito se si vuole comprendere il modo in cui gli israeliani concepiscono la pace. Un israeliano medio, anche una persona che desidera sinceramente la pace, dice a se stesso: gli arabi non cederanno mai sul Diritto al Ritorno, quindi non c’è nessuna possibilità di pace e quindi non vale la pena iniziare a fare niente.

un profugo palestinese mostra la chiave simbolo della casa perdutaL'arma dei rifugiati. Nessun leader arabo rinuncerebbe apertamente al Diritto al Ritorno. Durante le conversazioni private, molti leader arabi hanno riconosciuto che il ritrono è impossibile, ma non hanno il coraggio di dirlo apertamente. Ammetterlo sarebbe un suicidio politico - cosi’ come lo sarebbe annunciare di accettare il ritorno dei palestinesi per i politici israeliani. Ci sono stati accenni al fatto che il problema demografico di Israele non può essere ignorato. Da varie parti sono state proposte soluzioni creative. Una volta in un incontro pubblico di Gush Shalom, un rappresentante palestinese disse:” oggi la minoranza araba costituisce il 20 percento dei cittadini israeliani. Quindi accordiamoci sul fatto che su 80 nuovi immigrati ebrei che entrano nel paese, 20 rifugiati palestinesi avranno diritto al ritorno. In questo modo, la proporzione attuale verrebbe rispettata”. Il pubblico reagì entusiasticamente. Adesso si sta sviluppando un cambiamento rivoluzionario. La Lega araba ha offerto a Israele un piano di pace: tutti i 22 stati arabi riconoscerebbero Israele e stabilirebbero relazioni diplomatiche e economiche con questo stato, in cambio del ritiro di Israele dai territori occupati e della creazione di uno stato palestinese. L’offerta non dimentica il problema dei rifugiati. Menziona la risoluzione dell’Onu 194, ma aggiunge una qualifica di fondamentale importanza: che la risoluzione verrebbe raggiunta “per accordo” tra le due parti. In altre parole: Israele avrebbe il diritto di veto sul ritorno dei rifugiati nei territori israeliani.
Questo ha messo il governo israeliano in una posizione difficile. Se l’opinione pubblica israeliana capisse che l’intero mondo arabo sta offrendo un concordato di pace senza alcuna relazione con il Diritto al Ritorno, potrebbero accettare tranquillamente la situazione. Perciò, è stato fatto di tutto per celare la parola decisiva. I media israeliani guidati (o fuorviati) hanno enfatizzato la menzione del piano della risoluzione 194 e hanno evitato di parlare della soluzione “concertata”.
Il governo ha trattato l’offerta araba con evidente sdegno ma, nonostante questo, ha cercato di trarre vantaggio da esso. Ehud Olmert ha dichiarato di essere pronto a parlare con la delegazione araba – tenuto conto che non consiste soltanto nell’Egitto e nella Giordania. In questo modo, Olmert e Tzipi Livni sperano di ottenere un importante risultato politico, senza pagare per averlo: costringere l’Arabia Saudita e altri stati ad avere relazioni con Israele. Visto che non ci sono “sconti”, gli arabi hanno rifiutato. Dopo tutto ciò, non si è arrivati a niente.

un vecchietto vicino alla casa bombardata nel campo profughi palestinese di jabalya, nella striscia di gazaTempi difficili. Se qualcuno avesse offerto a Israele questo piano di pace della Lega araba il 4 giugno 1967, un giorno prima della Guerra dei Sei Giorni, avremmo pensato che fosse giunto il Messia. Adesso, per il nostro governo questa offerta non è altro che una mossa astuta: gli arabi sono pronti a rinunciare al ritorno dei rifugiati, ma ci vogliono obbligare a lasciare i territori occupati e a smantellare gli insediamenti. Da una prospettiva storica, la Lega Araba sta rimediando a un errore commesso 40 anni fa, che ha conseguenze di vasta portata. Poco dopo la Guerra dei Sei Giorni, il primo settembre 1967, i capi degli stati arabi si sono riuniti a Khartoum e hanno deliberato i “Tre No” – no alla pace con Israele – no al riconoscimento di Israele – no ai negoziati con Israele. Si può capire il perchè sia stata adottata una risoluzione così fuorviante. I paesi arabi avevano da poco subito un'umiliante sconfitta militare. Essi volevano provare ai loro popoli che non erano stati messi in ginocchio. Volevano mantenere la loro dignità nazionale. Ma per il governo di Israele, questo era un dono caduto dal cielo. La negoziazione li svincolava da ogni tipo di negoziato che li avrebbe potuti obbligare a restituire i territori appena conquistati. Diede il via libera all’inizio degli insediamenti, una operazione che continua indisturbata ancora oggi, rubando la terra da sotto ai piedi dei palestinesi. E ovviamente spazza via il problema dei rifugiati. La nuova proposta della Lega Araba potrebbe riparare al danno fatto alla causa palestinese a Khartoum. Oggi, l’intero mondo arabo ha adottato una risoluzione realistica. Da questo momento in poi, il compito è quello di far comprendere fino in fondo all’opinione pubblica il vero significato di questa proposta e specialmente per quanto riguarda il ritorno dei rifugiati. Questo compito dipende dalla capacità delle forze di pace israeliane, ma anche dalla leadership araba. Per raggiungere questo obiettivo, il problema dei rifugiati deve essere trasferito dal regno del possibile alla realtà. Deve sottoporsi a un processo di demistificazione.
 
campo profughiSoluzione difficile, ma necessaria. Attualmente, un israeliano vede solo un incubo: cinque milioni di rifugiati che aspettano di invadere Israele. Chiederanno di fare ritorno nelle loro terre, dove adesso si trovano i villaggi e le città israeliane, e alle loro case, che sono state demolite molto tempo fa o in cui adesso vivono degli israeliani. Israele, come entità a vasta maggioranza ebrea non esisterà più. Questa paura va neutralizzata e questa ferita deve essere risanata. Sul piano psicologico, dobbiamo riconoscere la nostra responsabilità di parte del problema, che di fatto è stato creato da noi. Un “Comitato per la Verità e la Conciliazione” potrebbe, forse, determinare le dimensioni di questa parte. Per questa, noi dovremmo chiedere scusa, così come hanno fatto altre nazioni per le ingiustizie commesse da loro. Sul piano pratico, il problema vero di 5 milioni di esseri umani deve essere risolto. Tutti loro hanno diritto a un generoso risarcimento, che possa permettere loro di iniziare una nuova vita, nel modo in cui vogliono. Coloro che vogliono rimanere dove si trovano, col consenso del governo locale, potrebbero avere la possibilità di ricostruire la vita delle loro famiglie. Coloro che vogliono vivere nel futuro stato di Palestina, magari nelle aree sgomberate dagli insediamenti, devono ricevere l’assistenza internazionale necessaria. Io, personalmente, credo che sarebbe buono per noi ricevere un certo numero concordato di rifugiati in Israele, come contributo simbolico alla fine della tragedia.
Questo non è né un sogno né un incubo. Abbiamo già gestito compiti ben più difficili. Sarebbe molto più facile e conveniente che continuare una guerra senza nessuna soluzione militare né fine.
Sessanta anni fa, è stata aperta una ferita profonda. Da allora non è più guarita. Infetta la nostra vita e mette a rischio il nostro futuro. E' da molto che andrebbe guarita. Quella è la lezione di Tripoli nel nord e di Sderot nel sud.
Uri Avnery*
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