Intervista Francesco Gosetti di Sturmeck, ambasciatore dell'Unione Europea a Haiti
Ambasciatore Gosetti, quali sono le sue osservazioni in questi primi sei mesi
d’esperienza a Haiti?
Rispetto alla mia esperienza trentennale in Africa c'è una differenza senza dubbio
evidente: Haiti è un paese iscritto nell’area occidentale. I problemi riguardanti
lo sviluppo sociale ed economico non sono gli stessi delle altre aree in via di
sviluppo. Haiti è una nazione in cui non esistono nella popolazione dei riferimenti
diversi da quelli del mondo occidentale, perché gli schiavi trasportati qui sono
stati completamente strappati alle loro origini e alla loro cultura. Sono stati
deportati in un mondo occidentale, organizzato all’occidentale.
Qui c’è una grande individualità. In Africa se l’individuo è solo, scorporato
dal gruppo, non ha esistenza. Quindi questo paese non ha le basi di partenza dei
paesi africani dove le decisioni sono nella stragrande maggioranza dei casi espressione
di consenso collettivo.
Poi, Haiti è un paese che sente, vede e conosce tutto. Fino a 25 anni fa questo
era un paese organizzato, anche se era arrivato a questo grazie a un periodo d’autoritarismo.
Ed ha concrete possibilità di ritrovare le condizioni di un più grande benessere,
meglio ripartito. Assomiglia un po’ all’Italia del dopoguerra quando vi era una
forte disponibilità di mano d’opera. L'Italia pur carente di risorse primarie,
ha potuto ricostruire, creare, capitalizzare sfruttando le rimesse degli emigranti
ed il turismo. Ecco anche a Haiti c’è in questo momento una grande disponibilità
di forza lavoro. Le rimesse degli emigranti (la famosa diaspora haitiana) rappresentano
un terzo del Pil. E ha potenziali enormi per quanto riguarda il turismo. Tutto
questo consente di dire che questo paese ha la capacità, concreta e reale di potersi
iscrivere nel mondo occidentale e di poter approfittare delle possibilità economiche
che questo offre.
L’enorme potenziale di questo paese è veramente sotto gli occhi di tutti. Ma
fra il dire e il fare cosa manca?
E’ evidente che questo paese, avendo negli ultimi 25 anni perduto circa il 40
per cento della ricchezza nazionale, è l’esempio dei danni che una classe dirigente
non all’altezza può fare.
Vuol dire che la situazione politica haitiana è paragonabile a un’azienda che
fallisce?
Si, certo, Haiti è esattamente come un’industria gestita male. Un disastro, un
vero e proprio disastro. Venticinque anni di cattiva gestione dovuti anche a ragioni
non necessariamente dipendenti dalla qualità di certi dirigenti. Un'altalena costante
fra distruzione e ricostruzione. Credo che questo sia forse l’handicap principale
della storia di questo paese che non è un paese, non dà l’impressione di aver
potuto o voluto dirigere il proprio destino.
Purtroppo questo non è un paese che ha eroi positivi e nella ricerca della vera
identità spesso è valorizzato soltanto per i sussulti che è in grado di produrre.
Questi rigurgiti di violenza, che sono l’espressione di una struttura sociale
che non ha stabilità e distruggono tutto quello che è stato acquisito e poi si
riparte nuovamente. Con tutti i problemi del caso.
E questo perchè?
In parte per delle ragioni legate alla sua storia e in parte per i governi degli
ultimi 20 anni. Haiti è un paese che oggi è sinistrato in tutti i compartimenti
dell’organizzazione sociale e della sua gestione. Il problema di fondo mi sembra
la non risolta della struttura dell’organizzazione sociale, che perpetua una situazione
di tipo coloniale. Una struttura che si organizza su basi clanistiche, in cui
le faide e la vendetta si perpetuano nel tempo e si oppongono alla ricerca del
consenso sociale.
La popolazione è ancora molto arrabbiata con il ‘bianco’ e con il mulatto: sono
visti ancora oggi come dei colonizzatori. Cosa ne pensa?
Direi che esiste senza dubbio nell’organizzazione sociale, come del resto in
altri paesi di quest’area geografica, una minoranza che capta la quasi totalità
delle risorse e vive come in una colonia. Organizza la gestione delle risorse
senza una vera adesione alla cultura locale.
C’è una fierezza nella storia di Haiti che fa dire a ogni cittadino ‘Haiti è
la mia terra’, perché questa, non deve essere dimenticato, è una terra conquistata
con il sangue. Però esiste un abbandono totale da parte della borghesia per il
resto del paese. E questo secondo me è il risultato della storia più recente di
Haiti. Ci sono forme di plutocrazia locale che ad un certo momento hanno addirittura
frammentato la nazione. Ma direi anche che probabilmente l’esperienza duvalierista, con la sua centralizzazione, ha creato una repubblica di Port au Prince e una
repubblica costituita dal resto del Paese.
Non esiste quasi mai l’impressione, a parte pochi casi di persone d’eccezione,
di appartenenza al paese. Qui in Haiti tutti sembrano essere di passaggio.
Esiste una grande differenza fra la popolazione haitiana e resto delle popolazioni
latinoamericane…
C’è una promessa insita nel fatto della deportazione. Credo che ogni haitiano
che porta in sè la violenza della schiavitù e della deportazione, esista un sentimento
inconscio 'Sono in Haiti, sono di Haiti ma sono destinato altrove’. Per di più,
oggi la pressione economica fa in modo che chiunque incontri per strada ti chieda
aiuto e un passaporto per andare in Italia o altrove. E’ desolante, vogliono tutti
partire da questo splendido Paese. Non c’è speranza, nello spirito della gente,
di costruire in Haiti un avvenire. E direi che invece l’attuale presidente, Renè
Preval, ha dimostrato di essere legato a questa terra a differenza della gran
parte del mondo economico-industriale che ha lasciato Haiti. Una grande parte
dell'imprenditoria è presente solo per via delle proprietà che ancora ha in questo
paese, ma vive altrove. E questo la dice lunga sul fatto che Haiti sia ancora
un paese colonizzato e con una struttura coloniale, dove c’è gente che da ordini
e sfrutta tutto il resto della popolazione.
Allora qual'è la speranza attuale per Haiti?
Direi che oggi, se c’è una speranza, è proprio data da questa volontà della nuova
dirigenza che sta provando in tutti i modi a far capire agli haitiani quanto tenga
a far parlare del Paese e a cercare un avvenire per Haiti, impegnandosi con ogni
mezzo per arrivare all’equità sociale.
Ritiene dunque che l’amministrazione del Presidente Preval sia fino a questo
momento valida?
Ritengo che ci sia una volontà nell’amministrazione haitiana di cercare il modo
più giusto di risolvere le cose. Preval ha detto che la battaglia da vincere in
questo momento è la battaglia per l’equità sociale e io sono d’accordo. E' anche
importante prendere coscienza che la comunità internazionale ha investito molto
per la stabilità del paese. sarebbe imperdonabile sciupare l'opportunità che esiste
oggi per dimostrare alla collettività internazionale che Haiti è un paese governabile. Certo
l’attuale dirigenza dovrebbe avere più aiuto dal mondo economico imprenditoriale.
E comunque bisogna capirli gli imprenditori. Hanno lasciato l’isola d tempo e
ancora oggi hanno grandi difficoltà a tornare a lavorare qui, proprio per via
dei continui rigurgiti di violenza che attanagliano il Paese.
E per quanto riguarda la criminalità com'è la situazione?
La criminalità è ancora molto presente, anche se nell’ultimo periodo dobbiamo
dire che è un po’ diminuita. Però sappiamo bene quali sono gli obiettivi delle
bande criminali e anche per questo bisogna capire la classe imprenditrice quando
non vuole tornare qui a rilanciare l’economia nazionale.
La presenza sul territorio dei caschi blu della Missione di stabilizzazione delle
Nazioni Unite ha contribuito al miglioramento degli eventi sociali in Haiti?
Si, però la realtà è un’altra. Anche se fossero così importanti i caschi blu,
come possiamo pensare che con 8.000 militari si possa controllare un paese come
Haiti? Il ruolo della Minustah è essenziale per assicurare la stabilità politica
e permettere che nel tempo Haiti si doti degli strumenti necessari all'affermazione
dello Stato di diritto (riforma della giustizia, soppressione dell'impunità, ristrutturazione
della polizia..). A livello della criminalità la Minustah ha dei risultati positivi,
come gli arresti di alcuni capi gang e il clima sociale è effettivamente mutato.
C'è una miglior fiducia nell'azione di polizia. Ma i successi della Minustah nella
riduzione della criminalità non devono far illusione. I problemi sono ben più
complessi e la Minustah non può sostituirsi all'azione delle autorità. Questo
paese vive due realtà completamente diverse: una è quella occulta, dove tutti
grosso modo sanno o presumono determinate cose, l’altra è quella visibile, dove
la povertà e l’individualità sono padrone della vita quotidiana.

E l’Unione europea in tutto questo come interviene?
L’Ue è dopo gli Usa il secondo donatore del Paese. Quindi direi, entro certi
limiti e non per farne un elemento di fierezza particolare, che la cooperazione
dell’Unione Europea è l’espressione di una vera volontà di solidarietà, di condivisione
di valori, che poi sono quelli che caratterizzano la ostruzione europea. Inoltre, la
stabilità dell’area geografica dei Caraibi dipende molto dalla stabilità sociale
e politica di Haiti. Questo per noi è molto importante. La visione dell'Unione
Europea nel contesto della mondializzazione e che è 'geneticamnete' iscritta nella
nostra storia recente, si appoggia sull'integrazione politica ed economica di
aree geografiche omogenee. In sostanza esiste una volontà comune di vedere un
mondo capace di condividere la pace che abbiamo saputo costruire con l'Unione
Europea.
Gli accordi di cooperazione che ci legano a Haiti (Accordi di Cotonou) esprimono
una visione condivisa di valori comuni e per questo è bello per me essere in Haiti ad occuparmi
di cooperazione comunitaria, perchè il mio lavoro ha etica e morale di vera solidarietà
e di vera volontà di condividere un mondo in cui l’individuo riceva veramente
quel che ogni individuo merita di avere.