Vite spezzate. Le storie di immigrati innocenti negli Usa del post-11 settembre

Lo si è sentito dire innumerevoli volte: dopo l’11 settembre 2001 il mondo non
è più quello di prima. Pochi però sanno che a cambiare è stata anche la vita di
migliaia di innocenti immigrati negli Stati Uniti, la cui unica colpa è quella
di essere musulmani in un Paese che, dopo gli attentati di New York e Washington,
vede un potenziale terrorista in chiunque preghi Allah e porti la barba lunga.
Un rapporto dell’
American Civil Liberties Union (Aclu) pubblicato alcuni giorni fa racconta le storie di decine di egiziani,
giordani, pachistani vittime del giro di vite imposto dall’amministrazione Bush.
Sono vicende legate da un filo comune: in America questi uomini avevano un lavoro
e una famiglia, i loro bambini andavano a scuola e parlavano l’inglese come madrelingua.
Dopo essere stati arrestati e incarcerati, talvolta senza un’accusa, ma di solito
per una violazione di norme sull’immigrazione, alla fine sono stati espulsi e
rimandati nei loro Paesi d’origine. Lì non trovano un lavoro, sono discriminati
perché visti ormai come occidentalizzati, i loro bambini non si inseriscono perché
non parlano la lingua locale e sono presi in giro dai coetanei.
In prigione, spesso sono stati picchiati dalle guardie e sono rimasti dietro
le sbarre senza sapere quando sarebbero stati liberati. Alcuni sono stati tenuti
in cella d’isolamento, con le luci accese 24 ore al giorno, senza ricevere coperte,
con il divieto di telefonare e di ricevere visite dai parenti. Nessuno è stato
dichiarato colpevole di reati legati al terrorismo, nessuno è collegato agli attentati
alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ciononostante, il sito del dipartimento della
Giustizia si vanta ancora di aver espulso dagli Usa centinaia di immigrati “legati
alle indagini sull’11 settembre”. Ecco alcune delle loro storie.
Anser Mehmud. Anser Mehmud e la sua famiglia lasciarono il Pakistan per New York nel 1994.
L’uomo trovò lavoro come tassista, poi mise su una piccola compagnia di autotrasporti.
Tre dei suoi quattro figli sono nati in Pakistan, ma tutti sono ormai più americani
che pachistani: parlano meglio l’inglese che l’urdu, vestono come piccoli rapper
e amano giocare a basket. Nell’ottobre 2001 l’Fbi perquisì casa Mehmud. Anser
fu arrestato e incarcerato. Passò mesi in isolamento, poi si dichiarò colpevole
di possedere un falso certificato di invalidità e fu rimpatriato a Karachi. In
Pakistan non ha abbastanza soldi per comprarsi un camion e ricominciare a fare
l’autotrasportatore in proprio. I figli, di età compresa fra i tre e i quindici
anni, andavano benissimo a scuola a New York ma ora sono meno bravi dei loro compagni
pachistani. E non hanno amici. Anser non è tranquillo quando i bambini escono
di casa: “Sentono la discriminazione, non sono al sicuro – dice –. Gli Stati Uniti
sono un Paese molto diverso dopo l’11 settembre”.
Sadek Awaed. “Mai, mai, mai tornerò indietro”, dice Sadek Awaed, un egiziano 32enne che negli
Usa ha vissuto per dodici anni. “I migliori anni della mia vita trascorsi in carcere.
Non ho mai avuto problemi con nessuno, e poi all’improvviso vengo gettato in prigione
e trattato come un criminale. Venticinque mesi dietro le sbarre hanno cancellato
tutti i begli anni trascorsi in precedenza negli Usa”, racconta. Entrato negli
Stati Uniti con visto turistico nel 1991, dopo due anni Sadek fece richiesta di
asilo politico. Da giovane aveva fatto parte dei Fratelli musulmani, un gruppo
che ora gli Stati Uniti hanno inserito nella lista dei terroristi, e aveva paura
di possibili ritorsioni se fosse tornato in Egitto. L’udienza per il suo asilo
fu concessa solo nel 1997: ma l’avviso di comparizione fu spedito a un indirizzo
sbagliato, e Sadek non lo ricevette mai. Ignaro del tutto, l’uomo saltò l’udienza:
un reato punibile con l’espulsione dagli Usa. Nel maggio 2002, dopo essere stato
fermato per una semplice infrazione al volante, fu portato in prigione. Ha passato
un anno in carcere senza saperne il motivo, veniva picchiato dai secondini. Poi
scoprì che tutto era dovuto a quell’udienza a cui non si era presentato. E’ stato
rispedito in Egitto questa estate, e finora non ha ricevuto alcuna minaccia dai
Fratelli musulmani. “Ma sento che ho i nervi a pezzi, dopo tutto quello che mi
è successo”, dice.
Ansar Mahmud. Il pachistano Ansar Mahmud, 28 anni, arrivò a New York nell’aprile 2000, dopo
aver vinto la lotteria della Green Card. Lavorava 14 ore al giorno come portapizze
per spedire soldi alla sua famiglia, rimasta in Pakistan. Nell’ottobre 2001, commise
l’errore di scattare una foto a un paesaggio vicino alla città dove viveva. Voleva
mandarla a casa: non sapeva che in quel panorama rientrava anche una centrale
dell’acquedotto. Gli Usa erano in piena psicosi post-11 settembre, si temevano
attentati con armi chimiche che avrebbero potuto uccidere, si diceva, centinaia
di migliaia di persone. Fu così che i lavoratori della centrale, accortisi di
Ansar e della sua foto, chiamarono l’Fbi. Ansar fu detenuto per alcune settimane,
poi fu prosciolto dalle accuse di terrorismo. Ma gli inquirenti scoprirono che
aveva aiutato la sorella di un suo vecchio amico pachistano ad ottenere l’assicurazione
per l’automobile. Alla ragazza era scaduto il visto, quindi Ansar fu accusato
di ospitare un immigrato illegale. Con la sua scarsa padronanza della lingua e
per colpa dei cattivi consigli del suo difensore d’ufficio, Ansar si dichiarò
colpevole. Non sapeva che quello era un reato punibile con l’espulsione dal Paese.
Naeem Sheikh. Arrivato negli Usa dal Pakistan nel 1994, Naeem Sheikh faceva il tassista. Un
anno dopo il suo ingresso nel Paese non rinnovò il permesso di lavoro. Non sapeva
che fosse necessario farlo. Nel marzo 2002 fu arrestato per violazioni delle norme
sull’immigrazione. La moglie era incinta di otto mesi del loro primo figlio, che
nacque mentre il padre era in carcere. A Naeem non fu permesso di vedere il bambino.
Fu rispedito in Pakistan un mese dopo, mentre la moglie e il bambino trovavano
rifugio da una sorella di lei in Canada. Ora la famiglia si è riunita e vive a
Lahore. Naeem cerca un lavoro ma non trova niente, dà una mano nel negozio di
stoffe del padre. I suoi amici gli chiedono quanto brutta sia l’America, ma le
sue risposte non li accontentano. “Quando ero in America avevo un lavoro, una
vita decente, del buon cibo e soldi a sufficienza. Perché dovrei dire loro che
l’America è un brutto posto? Ecco perché nessuno mi parla”.