Numero 12. Dal 1° maggio al 31 maggio 2007
Sono 135 i morti in un
mese. Centoundici le vittime nel Canale di Sicilia, 13 nello Stretto
di Gibilterra e 11 sulle rotte per le Canarie. In netto calo gli
sbarchi: meno 25 percento in Italia e meno 67 percento alle Canarie.
In Libia, 400 richiedenti asilo, tra cui 50 donne e 7 bambini, sono
detenuti da sei mesi a Misratah e rischiano la deportazione. Dal 1988
Fortress Europe ha documentato 8.995 vittime dell'immigrazione
clandestina
Naufragi fantasma.
Zarzis, Tunisia meridionale, 25 maggio. Tirando in barca le reti, un
pescatore scopre tra i pesci i resti di un uomo. È l’ennesima
vittima di uno dei tanti naufragi fantasma, di cui nessuno ha
notizia. I dati del Canale di Sicilia parlano di almeno 2.044 morti
in dieci anni, 111 solo nel mese di maggio. Ma il dato reale è
molto più alto. Nessuno sa quello che succede in alto mare.
Nessuno conosce quanti altri corpi affioreranno tra le reti e lungo
le spiagge di Zarzis. Una settimana prima, il 18 maggio, si é
saputo per un puro caso di altri 28 annegati, tra cui 3 bambini,
rovesciati in acqua dal mare in tempesta, 75 miglia al largo di
Malta, dopo 4 giorni di viaggio. L’unico superstite, un ventunenne
ivoriano, è rimasto tra le onde per dieci ore, tenuto a galla
dall’unico giubbetto di salvataggio a bordo, prima di essere
intercettato e tratto in salvo dal peschereccio “Laura II”. Il 1
giugno Malta ha addirittura rifiutato lo sbarco alla nave della
Marina francese “La Motte Picquet”, che aveva ripescato in alto
mare 21 cadaveri, vittime dell’ennesimo naufragio fantasma.
Vergogna Malta.
Lunedì 21 maggio. Sono le 9,30 e uno degli eritrei a bordo di
una barca di dieci metri, partita dalla Libia, chiama al telefono
Lepten, una donna eritrea residente a Bologna. Il motore è
rotto, il natante imbarca acqua e il capitano sta male, continua a
vomitare. Per un paio d’ore un aereo maltese in ricognizione vira
sopra le loro teste, 88 miglia a sud di Malta. Poi sparisce. Altre
telefonate satellitari danno l’allarme ai parenti in Inghilterra, a
Genova e a Bergamo. A bordo sono in 57, sei sono bambini piccoli.
Alle 14,30 i telefoni si spengono. L’aereo, tornato a La Valletta
per rifornirsi, raggiunge di nuovo la zona verso le 16. Due ore più
tardi giunge una motovedetta maltese. Ma tra le onde del mare mosso,
del barcone non c’è più alcuna traccia. Tra il primo
avvistamento aereo e l’arrivo della motovedetta sono passate più
di dieci ore. Troppe, il barcone è affondato. Le ricerche
continuano per giorni, alle operazioni partecipa anche una nave
italiana. Ma non c’è niente da fare. È l’ennesima
tragedia. Un intervento più rapido avrebbe potuto evitare
tanti morti. Ma Malta non ha mai brillato nei soccorsi. Qualcosa di
simile era già successo nella tragedia di Pozzallo del 1995, e
qualcosa di simile avviene ogni giorno a chi, una volta sbarcato,
trascorre 18 mesi della propria vita detenuto nei centri di
detenzione maltesi, già denunciati a più riprese da
Amnesty International e dall’Unione europea.
Meno sbarchi, ancora
morti. Nei primi cinque mesi
del 2007 i morti del Canale sono già 131, più 35 sulle
rotte tra Algeria e Sardegna. Totale 166. Erano stati 286 in tutto il
2006. E se gli sbarchi continuano, gli arrivi sulle coste italiane
sono in netta diminuzione. Dal primo gennaio al 14 maggio 2007 sono
arrivate in Italia soltanto 3.022 persone, il 27% in meno dei 4.165
dello stesso periodo nel 2006. Dimezzano gli arrivi a Lampedusa
(1.855 contro 4.021), e aumentano invece i viaggi sulle rotte per la
Sardegna (253), e la Calabria (529). I dati sono ufficiali. Li ha
presentati il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino
Chiti, che ha parlato di “influenza positiva” della “sempre più
stretta collaborazione italo-libica nel contrasto all'immigrazione
clandestina”. Una collaborazione non esente da controindicazioni:
arresti arbitrari, detenzioni senza processo, torture e deportazioni
collettive.
A quale prezzo?
Fortress Europe lo aveva già denunciato nel dicembre 2006: più
di 400 eritrei ed etiopi detenuti in Libia e a rischio deportazione.
Adesso ne abbiamo la conferma. Secondo un alto funzionario libico,
che ha però chiesto l’anonimato, i 400 migranti sono ancora
detenuti in “preoccupanti condizioni”, nel centro di detenzione
di Misratah. “Sono stati intercettati in mare e arrestati. Tre sono
rifugiati politici, sotto la protezione dell’Alto commissariato
delle Nazioni unite. E ci sono anche 50 donne e 7 bambini, di età
compresa tra pochi mesi e 7 anni”. Sono detenuti da 6 mesi, senza
processo, in un carcere dove abusi e torture sui migranti sono stati
denunciati dai rapporti internazionali di Human Rights Watch e Afvic,
e dal libro reportage “Mamadou va a morire”, di Gabriele Del
Grande. “Molto probabilmente saranno portati a Kufrah e da lì
espulsi alla frontiera con il deserto, è solo una questione di
tempo”, conclude il funzionario.
Da
settembre 2006 la Libia ha espulso almeno 12.000 stranieri. Arrestati
in mare, come i 400 di Misratah, oppure in mezzo al deserto o durante
retate nei quartieri di Tripoli, Benghazi e Zuwarah. A maggio scade
il termine, già prorogato, della sanatoria per i lavoratori
immigrati irregolari in Libia, il che fa temere un nuovo giro di
vite. Ma a destare preoccupazione è l’attivazione delle
pattuglie aeronavali di Frontex in estate.
Nautilus II.
Secondo indiscrezioni la prossima operazione Frontex nel Canale di
Sicilia, già nominata Nautilus II, sarà condotta da
Malta e Grecia, durerà 5 settimane e prenderà il via
alla fine del mese di luglio. Sia Malta che la Grecia sono state
denunciate più volte da Amnesty International per la
violazione del diritto d’asilo. Nel 2002 Malta deportò ad
Asmara 223 richiedenti asilo eritrei, ancora oggi detenuti nel
carcere di massima sicurezza di Dahlak Kebir. E la Guardia costiera
greca, nel settembre 2006 provocò la morte di 8 persone,
annegate dopo essere state buttate in mare dagli agenti, a un
centinaio di metri dalla costa turca. Due paesi con questi precedenti
avranno il comando di un’operazione il cui obiettivo è il
respingimento in mare delle imbarcazioni, e il loro riaccompagnamento
verso i porti di partenza, in Libia. Sul destino dei migranti che
saranno intercettati, il funzionario sentito da Fortress Europe non
ha dubbi: “Ovvio, saranno arrestati e poi deportati”. Passeranno
quindi mesi nelle carceri accusate dai rapporti internazionali, tre
delle quali sono state finanziate dall’Italia, per poi essere
rimpatriati, a prescindere dal loro status di richiedenti asilo
politico o meno. In Libia il diritto all’asilo politico non è
riconosciuto. E da anni Tripoli effettua rimpatri verso paesi come il
Sudan e l’Eritrea, nel 2004 anche su voli finanziati dall’Italia.
Se l’Unione europea in Libia non ha nessuna rappresentanza, chi
vigilerà sul trattamento dei migranti respinti da Frontex?
Eppure l’Ue conosce la realtà libica. Le prime denunce degli
abusi commessi contro i migranti nel paese di Qaddafi arrivarono
proprio da un rapporto Ue del dicembre 2004. C’è da
domandarsi quali posizioni prenderanno la sede dell’Alto
commissariato delle Nazioni unite (Acnur) di Tripoli, già
quotidianamente impegnata contro gli arresti di molti dei circa
12.000 rifugiati riconosciuti, che si vedono strappare sotto gli
occhi lo status di rifugiato prima di essere sbattuti in cella. E
quali saranno le posizioni dell’Organizzazione internazionale delle
migrazioni (Oim), presente in Libia nell’ambito del progetto Trim
per il rimpatrio volontario. A Tripoli intanto una delegazione di
Frontex sta pianificando una missione di pattugliamento nel Sahara,
al confine col Niger.
Meno piroghe.
Anche in Spagna gli sbarchi diminuiscono, ma sembrerebbe il
contrario. Madrid ha trovato i fondi per la costruzione di un nuovo
centro di trattenimento per immigrati ad Almeria, ha inviato un aereo
a Capo Verde e un altro in Mauritania, dove sono ancora detenuti, da
oltre 100 giorni, 23 passeggeri del Marine I, la nave carica di
asiatici intercettata lo scorso febbraio. Ma i dati smentiscono la
sindrome da invasione. Dal primo gennaio al 15 maggio 2007 sono
sbarcati sull’arcipelago atlantico 3.012 migranti, di cui 750 già
rimpatriati in Senegal e Marocco. Meno di un terzo rispetto ai 9.239
arrivati nello stesso periodo del 2006. Lo stesso succede nello
stretto di Gibilterra, dove gli arrivi sono diminuiti del 45% nei
primi 4 mesi del 2007. Intanto però si continua a morire. Otto
ragazzi sono dati per dispersi da ormai tre settimane nelle acque di
Boujdour, nel Sahara occidentale, sulle rotte per le Canarie. E alle
Canarie era diretta anche la piroga soccorsa alla deriva a Lompoul,
in Senegal. A bordo c’erano due ragazzi stremati, stesi accanto ai
corpi di tre compagni di viaggio morti di stenti. Ancora non è
chiaro quanti altri passeggeri fossero a bordo del legno, capace di
contenere anche 100 persone. I dispersi potrebbero essere decine. E
altri 13 ragazzi, marocchini, di età compresa tra 20 e 23
anni, sono annegati nello stretto. Erano partiti da Temesmen, vicino
Nador, in Marocco. Soltanto tre superstiti sono stati tratti in salvo
dalla Guardia Civil. Ironia della sorte, otto di loro erano originari
di Hay Nilo, un villaggio della regione di Oued Nachef, a Oujda,
terra di confine, dove le forze armate marocchine continuano a
deportare in Algeria, ormai da anni, migliaia di giovani avventurieri
sub-sahariani arrestati tra Casablanca e Rabat.
Gabriele Del Grande