L'ambasciatore italiano in Afghanistan, Ettore Sequi, ha
incontrato Rahmatullah Hanefi giovedì 31 maggio, in un carcere afgano.
«Non abbiamo ragione di ritenere che non esista la volontà
di incanalare la questione Hanefi nei binari della legalità e dello stato di
diritto. I segnali delle autorità afgane vanno in questa direzione, continuiamo
a lavorare sulla base di questo presupposto».
I «segnali» intravisti dal portavoce della Farnesina erano
miraggi, se nella giornata stessa del 31 maggio, successivamente alla visita di
Sequi, è stato impedito al legale indicato dalla famiglia d’incontrare Hanefi.
A due mesi e mezzo dalla sua sparizione, Rahmatullah non
ha potuto ancora nominare né incontrare un avvocato di fiducia.
Nessuno, ovviamente, sa nulla del «fascicolo Hanefi»,
formatosi in forme misteriose e incontrollabili, giunto, pare, nelle mani
dell’«autorità giudiziaria» venerdì scorso.
In Afganistan il diritto alla difesa è un’eventualità subordinata
al gradimento dell’accusa.
In questo contesto, la stessa visita dell’ambasciatore
italiano altro non risulta che un gesto di cortesia, personale o politica, di
Hamid Karzai verso Massimo D’Alema, mentre la dignità, il corpo di una persona
risultano lo strumento materiale di questa cortesia tra «potenti».
Molto più che un’ingenuità superficiale, è un inganno
parlare, come fa la Farnesina, di «binari della legalità e dello stato di
diritto».
Attribuire qualche legalità ad azioni con le quali prosegue
un crimine si configura come complicità.
Nominare un avvocato, chiedere una formalizzazione delle
accuse, seguire un eventuale processo… a tutto questo si è costretti come si è
costretti ad assecondare i criminali in un caso di sequestro di persona. Si è
costretti a seguire le mosse imposte dai sequestratori per liberare l’ostaggio.
È ogni giorno più fondata la preoccupazione che la
«magistratura», tutt’altro che indipendente, sia costretta a infliggere una
condanna per trarre d’imbarazzo altri, più potenti organi dello stato afgano.
La sola azione coerente ed efficace per affrontare questa
situazione, e presumibili altre analoghe e sconosciute, è il rifiuto di
continuare nel dispendioso sostegno a un regime che dell’esser detto
democratico si avvale per esercitare impunemente sopraffazioni e arbitri.
La prevista «conferenza sulla giustizia in Afganistan»,
promossa dal governo italiano che ha responsabilità nell’istaurazione di un
sistema giudiziario afgano, si configura come una pessima farsa sulla quale è
opportuno non si alzi il sipario.