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Rivelazioni. Gli stereotipi infranti sono due: è una donna, ed è un civile. Ma questo non
le ha impedito di lavorare per la Marina pakistana. Inoltre, Ayesha Siddiqa, analista
militare, è anche la prima persona che ha svelato nel dettaglio i segreti del
potere economico dei militari pakistani, in possesso di un impero il cui volume
d'affari è stimato in 15 miliardi di euro e i cui beni spaziano dalle pompe di
benzina all'industria pesante, dal cemento ai corn-flakes. La vastità e la profondità
degli interessi delle gerarchie militari pakistane sono da sempre un argomento
proibito, un tabù sul quale il volume 'Military Inc: Inside Pakistan's Military
Economy', pubblicato poco meno di un mese fa, getta un fascio di luce rivelatorio.
Controllo tentacolare. Per metà della storia di questo Paese, che dall'indipendenza, nel 1947, ha combattuto
tre guerre contro l'India, i militari hanno occupato tutti i gangli vitali delle
istituzioni. I suoi servizi segreti, l'Isi, intervengono continuamente nella vita
politica, e la massima autorità politica, Pervez Musharraf, che ha preso il potere
nel 1999 con un colpo di Stato incruento, è al contempo presidente e capo delle
Forze armate pakistane. Queste controllano proprietà immobiliari e patrimoniali
attraverso cinque conglomerate, chiamate 'fondazioni per il welfare'. Hanno quote
in banche, assicurazioni, università, e - secondo Siddiqa - controllano un terzo
dell'industria pesante e oltre il 7 percento delle aziende private.
Business is business. Nonostante lo scopo di tali fondazioni sia quello di finanziare scuole, ospedali
e altre strutture sociali (finanziamenti che, secondo gli stessi militari, raggiungono
10 milioni di persone), risulta impresa assai difficoltosa valutare la portata
di tali investimenti, a causa della scarsissima trasparenza contabile delle società
che gestiscono. Delle 96 imprese direttamente controllate dalle fondazioni, solo
nove hanno registri contabili consultabili pubblicamente. Sistematicamente, i
vertici militari rispediscono al mittente le richieste del parlamento di fornire
bilanci e libri contabili. Il business dei generali è mantenuto in uno stato di
costante floridezza da sovvenzioni statali, donazioni di terra, prestiti concessi
a interessi nulli. "Ci sono enormi inefficienze - spiega l'analista - e il sistema
è immerso fino al collo in un capitalismo di tipo familistico. Il primo obiettivo
di un militare dovrebbe essere quello di combattere, e non di fare il presidente
di una corporazione".
L'autrice, consapevole che il suo libro possa pestare i piedi a qualcuno, in un settore considerato da sempre una 'vacca sacra', ha riferito al quotidiano britannico 'Guardian' che negli ultimi tre anni persone a lei vicine le hanno vivamente sconsigliato di pubblicarlo: "Pensano che abbia tendenze suicide", ha scherzosamente commentato.
Luca Galassi