Maurizio Chierici
C’è
una notizia che non sembra importante, invece è importante
perché le nuove generazioni possono guardare al futuro solo se
informate con onestà. Niente di nuovo, ma bisogna ripeterlo
perché l’antenna selvaggia tira diritto. Da lunedì mattina Radio CaracasTv non
va in onda. Il governo Chavez ha
tagliato la frequenza scaduta pochi giorni fa. È stata una delle
televisioni che ha guidato il golpe contro Chavez nel 2002. Qualche
mese dopo si è impegnata con bollettini di guerra per
sostenere lo sciopero dei dipendenti della Pdvsa, società
petrolifera statale di un Paese che vive di petrolio. Un modo per
precipitare nel caos il presidente risorto dopo 36 ore di prigione
militare; non importano le conseguenze economiche. Il Venezuela resta
senza benzina, auto ferme, negozi chiusi per un mese borse e affari a
picco. E la gente deve portare pazienza. Eppure ogni volta che si va
a votare, il 70 per cento vota Chavez e il 30 per cento vota
contro. Più o meno il rapporto tra miseria e benessere.

Con populismo e demagogia (secondo l’opposizione) Chavez decide e
impone con la foga di un militare in congedo. Ma se si tornasse a
votare domenica, riavrebbe il 70 per cento dei consensi di chi ha
voglia di sperare. La gente tocca con mano i primi cambiamenti
sgraditi alle classi dominanti, come succede in ogni posto quando si
rivedono i privilegi. Anche le soluzioni restano le stesse di ogni
America Latina e di altri paesi che la grande economia ha
colonizzato. O si eliminano le elezioni, o si torna alle vecchie
abitudini care alle aristocrazie del potere e alle borghesie
satelliti cresciute attorno: vogliono rispetto per il censo e
tolleranza zero verso le classi emarginate e maleducatamente
inquiete. Allora Chavez ha fatto bene? Chavez ha sbagliato. Non si
spegne mai la voce di chi informa. In Italia è successo negli
anni di Berlusconi: licenziati dalla Rai Biagi e Santoro colpevoli di
testimoniare ogni realtà. Ma in Italia l’essere scacciati
dalla Rai in obbedienza al proprietario Mediaset, azienda concorrente
all’ente di Stato, voleva dire sparire per l’intera durata di un
governo presieduto dal proprietario Mediaset, riesumazione
elettronica dell’antico confino fascista. Cesare Pavese, Carlo Levi
e ogni intellettuale o piccolo italiano che non sopportavano il
regime, sono stati deportati in paesini sperduti dell’Italia senza
strade, o chiusi a Lipari o in altre isole, come Pertini e i padri
della democrazia. Dovevano tacere. Il dolore dei loro diari è
arrivato alla gente dopo la caduta di Mussolini.
Chavez ha sbagliato
anche perché RadioTvCaracas stava aspettando il
giudizio dell’Alta Corte alla quale ha fatto appello. Giudizio
arrivato a poche ore dalla chiusura delle frequenze quando la nuova
Tv di stato era ormai pronta a prendere il posto della Tv giubilata.
Troppi sospetti per immaginare una sentenza al di sopra delle parti.
Ma a differenza degli ordini di ogni uomo forte, a differenza di ciò
che è capitato a Biagi e Santoro oscurati fino a quando
Palazzo Chigi non ha cambiato inquilino, RadioTvCaracas può
continuare a trasmettere via cavo e sul satellite. I cavi abbracciano
Caracas, zone rosa, ma anche ville e palazzi e residenze della città.
Il satellite arriva su ogni tetto: quasi un milione di antenne copre
il Venezuela.

Fino a poco fa
RadioTvCaracas era la
seconda potenza radio-televisiva del Venezuela. Nasce nel 1929 dal
gruppo
Phelps, holding alla quale partecipa la
Rca,
casa discografica famosa nel mondo. Nel 1936 la
Phelps cambia
nome diventando
Radio Caracas alla quale aggiunge la Tv. Nel
1953, la dittatura del generale Jimenez ha bisogno di popolarità.
Chiede un favore e i devoti non lo negano: vuol disporre di microfoni
che facciano da stampella ad un regime tra i primi ad inaugurare la
parola
desaparecidos. Il gruppo degli eredi della
vecchia
Phelps è guidato da Peter Bottone, azionista di
maggioranza; Marcel Garnier è l’integrante della famiglia.
Come succede un po’ ovunque, Peter Bottone non fa solo l’editore.
Giro d’affari largo. Fra i tanti impegni, rappresenta la holding
Usa che tredici anni fa ha venduto all’aviazione militare
venezuelana caccia da guerra F16, affare finito nel turbinio di uno
scandalo non ancora risolto: tangenti e milioni di dollari svaniti
chissà dove. Ma l’etica dei proprietari non cambia il
problema. Anche se non chiude la bocca a nessuno, negare una
frequenza a una televisione sul mercato è decisione che
inquieta il laboratorio maleducato della democrazia venezuelana. Gli
editori privati dell’opposizione (giornali, radio e Tv) controllano
l’85 per cento della raccolta pubblicitaria. Portano notizie all’80
per cento dei venezuelani. Mentre si chiudeva
RadioTv Caracas,
venivano rinnovate le sequenze di tutte le altre concessioni private,
sei Tv e 29 radio, sempre critiche verso Chavez. La legge sulle
frequenze risale al 1987: l’ha voluta il presidente
socialdemocratico Lusinchi "per adeguare la vita del paese alle
regole della democrazia". Concede per vent’anni l’uso di un
bene dello Stato, riservandosi di riconfermarlo alla scadenza "in
assenza di gravi motivi". Chissà se orchestrare un golpe è
grave.
Restano attivi e contrari a Chavez i due colossi della
comunicazione radiofonica e televisiva di una nazione dove "la
maggioranza della popolazione si disinteressa delle informazioni
scritte". Insomma, non legge giornali. Lo spiega al telefono
Andrés Canizalez, ricercatore all’Università
Cattolica Andrés Bello, una delle roccaforti antichaviste di
Caracas. La Tv alla quale hanno tolto le frequenze è la
seconda del paese. Il gruppo importante si chiama
Venevision
nelle mani di Gustavo Cisneros, comunicatore venezuelano principe
nelle due americhe. È proprietario di
Univision, catena
radio-Tv la cui influenza diventa determinante nelle scelte della
comunità latina che vota negli Stati Uniti. Qualche settimana
fa ha pagato una multa di 24 milioni di dollari per aver trasmesso in
ore “proibite” telenovelas non adatte ai bambini. I regolamenti
Usa sono mannaie. Prevedono carcere immediato e rischio di sedia
elettrica a chi invita a rovesciare il presidente votato dal popolo.
Garnier e Bottone erano destinati a un’altra fine se avessero
sceneggiato a Washington gli attacchi della Caracas 2002. Con
Roberto Marinho, proprietario della
Rede Globo brasiliana,
Murdoch (Cnn) ed Emilio Azcarraga, miliardario che ha nel cassetto la
Televisa messicana, Cisneros ha affittato un satellite per
distribuire le trasmissioni nei due continenti. I suoi interessi si
allargano in altri campi: petrolio, supermercati, banche, Coca Cola e
poi Pepsi. Gli affari lo legano a Bush padre; passano assieme le
vacanze di pesca attorno a Los Roques, isole venezuelane dei Carabi. Tifoso anti
Chavez nei giorni del colpo di Stato e dello sciopero del petrolio,
quando la sua
Venevision era uno dei retropalchi del golpe, si
è ammorbidito dopo l’incontro con Chavez favorito dalla
mediazione di Jimmy Carter. Le critiche (e durissime) al governo
continuano, ma il linguaggio è cambiato: ospita “perfino”
le risposte dei vari ministri.
RadioTvCaracas le ha sempre
rifiutate.

L’altro colosso che non ha problemi di rinnovo è
Globovision: la legge dei vent’anni di concessione di Lusinchi
le concede di andare fino al 2014. È una specie di megafono
politico dell’opposizione radicale con venature xenofobe verso i
settori popolari afrovenezuelani. Durante il colpo di stato ha
trasmesso per due giorni i proclami che annunciavano "la fine
della dittatura". Fra i proprietari, un’antica famiglia
dell’oligarchia, ma la maggioranza delle azioni sarebbe da poco
finita nel portafoglio di un gruppo nordamericano. Nel 2002
Globovision ha ignorato il ritorno di Chavez alla presidenza: si
è limitata a trasmettere cartoni animati per bambini
trascurando la notizia. È ancora lì, libera di attaccare senza
cambiare registro.
Un modo per suscitare disgusto nei paesi
che contano è l’uso dei corrispondenti stranieri a Caracas.
Spargere questa contrarietà nell’altra America e in Europa
diventa lo strumento che permette di scandalizzare. E nelle redazioni
di altri paesi si fa la conta su chi sta con noi e chi contro di noi.
Venti giorni fa Alan Garcia, nuovo e vecchio presidente del Perù
in eterna questua alla porta degli Stati Uniti, ha cancellato la
frequenza di tre televisioni e non so quante radio oppositrici.
Neanche una parola di qua e di là dal mare. L’anno prima
delle elezioni, Uribe, presidente Colombia, ha tolto tre frequenze a
due Tv non amiche e oscurato le frequenze di radio e Tv regionali e
comunitarie. Come Chavez, ha cambiato la Costituzione per poter essere
rieletto; sta per ricambiarla per durare in eterno. Nessuno si
scandalizza. Alla vigilia delle elezioni messicane, l’ex presidente
Fox ha presentato una legge approvata con un gioco pesante di ricatti
- a destra e sinistra - raccontati dai giornali locali senza
suscitare apprensioni al Congresso americano o nel Parlamento
Europeo. Fox consegna al successore Calderon (stesso partito) un
decreto su radio Tv che assegna il 90 per cento delle frequenze di
Stato a
Televisa di Emiliano Azcarraga (partner nel satellite
con Murdoch, Cisneros e Marinho) e a
Tele Atzeca dove più
o meno si mescolano gli stessi interessi. Tutte le radio comunitarie,
radio indigene e televisioni regionali non gradire, sono condannate
al mutismo. Chi ha sentito una protesta alzi la mano. Nessun partito
- democratici e repubblicani - si è mosso, ma per Chavez si.

Due i motivi: Chavez ha sulle spalle la maledizione di tanto petrolio
e nessuno gli perdona di influenzare il mercato. E poi Chavez è
un presidente maleducato: parla tanto e non nasconde la polemica nei
ricami della diplomazia. Linguaggio da caserma. Il secondo motivo
inquieta: stiamo per essere avvolti da una rete destinata a
controllare l’intero sistema della comunicazione, per il momento
nelle Americhe e il resto sta per venire: non è un caso che
l’ex primo ministro spagnolo Aznar si sia messo a lavorare per
Murdoch. E noi a guardare, schiacciando tranquillamente il bottone in
attesa di notizie.
Che Caracas non sia lontana dall’Italia lo
dimostra la strategia elaborata per accendere la protesta delle
folle. Dagli studi di RadioTvCaracas è uscita qualche
settimana fa una telenovelas al miele, mandata in onda in modo da far
cadere le puntate cruciali nei giorni in cui lo stato si riprendeva
la frequenza. Un bel numero di aficeonados impazzisce e protesta: non
sapranno se l’eroina sposerà il suo mascalzone azzurro dal
quale aspetta un bambino. Colpa di Chavez. Ricordate il referendum
che abbiamo votato, Berlusconi a remare contro agitando fantasmi? Con
la lacrima sospesa ripeteva: se passa nessuno vedrà più
Mike Bongiono, Dinasty e Beautifull. Migliaia di persone senza lavoro
quando Emilio Fede e Rete 4 finiranno nel satellite. Anni lontani, ma
non sono passati. Stiamo ancora limando il conflitto d’interessi.
Ma a differenza di Chavez parliamo in punta di forchetta.