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Poeta di frontiera. Risponde
così Mahmoud Darwish, uno dei più importanti poeti
arabi contemporanei, a una domanda del pubblico accorso numeroso ieri
al Circolo dei Lettori di Torino, nella suggestiva cornice del
Palazzo Graneri della Rocca, per ascoltare questo grande autore. Nato
nel 1941 a Birwa, un villaggio della Galilea, scappa con la famiglia
dopo la proclamazione dello Stato d'Israele. Nel 1949 la famiglia di
Darwish tenta di rientrare in patria, ma il loro villaggio è
divenuto una colonia ebraica. Il poeta e i suoi familiari si
stabiliscono a Dayr al-Assad, e Darwish comincia subito a mostrare i
segni del suo talento. “Ho incontrato la poesia giocando. Un
meccanismo magico, per il quale mettevo in fila le lettere e le
parole – racconta il poeta – ho sempre pensato che quando le cose
vengono nominate esistono, e per me la poesia è stato il
nominare le cose semplici. Poi ho scoperto che aveva anche un grande
potere, ed è stato quando il comandante militare della zona
dove vivevo con la mia famiglia mi ha fatto trascinare davanti a lui,
intimandomi di smetterla di scrivere le mie poesie. Avevo solo 10
anni, e potevo spaventarmi. Invece no: ho scelto l'avventura”.
Una vita intensa. Comincia una
peregrinazione in giro per il mondo, guardando con curiosità
la vita, e raccontando la tragedia del suo popolo. Prima in Unione
Sovietica, dove ha studiato, e poi al Cairo in Egitto, a Beirut e in
mille altri posti. Giornalista e poeta. Fino al ritorno a casa, sulle
ali delle speranze che montavano negli anni tra la prima Intifada e
gli accordi di Oslo. Speranze che indicavano una soluzione possibile,
che facevano sentire i palestinesi vicini a realizzare il sogno di uno
stato indipendente. Lo stesso Darwish s'impegna in prima persona,
entrando a far parte della Commissione esecutiva dell'Organizzazione
per la Liberazione della Palestina (Olp). Ma nel 1993, in anticipo su
tutti, coglie i sintomi di un malessere che poi si tramuterà
nel collasso di una classe dirigente palestinese, e si dimette. Ma il
legame con la sua terra resta intatto. “La Palestina è una
terra che ha due problemi principali: l'occupazione militare e i
tanti, troppi profeti”, racconta Darwish. “La storia è
passata da lì, e l'ha sempre occupata. Tanta storia, tanta
politica, tanta cultura, troppe per un'unica terra. Tanto più
è sacra la Palestina per tutti, tanto più è
stata profanata”, commenta il poeta palestinese, “ma non possiamo
continuare a piangere noi stessi e il nostro destino. Io sono quello
che sono anche e soprattutto perché sono nato in Palestina, e
ne sono fiero. Sono ebreo, musulmano e cristiano, romano e greco,
sono insomma un po' il frutto di tutto quello che è successo
alla mia terra. Bisogna guardare quel che possiamo tenere di quello
che capita, altrimenti diventiamo noiosi se ci lamentiamo sempre, nessuno ci ascolterà
più”.
Riso amaro. Il tema dell'ironia
è molto caro a Darwish, che sottolinea come “saper
sdrammatizzare e non prendersi troppo sul serio siano l'arma migliore
per costruire la speranza. Chi non riesce a prendersi in giro, non è
libero. Non mi fido di due tipi di persone: quelli che non hanno il
senso dell'umorismo e quelli che non si annoiano mai. Una volta ho
chiesto ai militari israeliani dei check-point se fossero annoiati,
ma hanno detto che facevano il loro lavoro”. Christian Elia
Parole chiave: mahmoud darwish, palestina, israele, galilea