29/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il poeta palestinese Mahmoud Darwish a Torino, tra occupazione e ironia
“I miei critici mi accusano di essermi sbarazzato della causa palestinese, ma non è così. Ho fatto e farò le mie battaglie, però bisogna capire che i palestinesi non sono uno slogan, un mestiere o un argomento. Sono esseri umani. Parlare sempre di chi sono le vittime e chi i carnefici non aiuterà i palestinesi: è più utile raccontare la loro umanità, il loro quotidiano e i loro sentimenti, in modo che le persone ci si rivedano e in questo modo capiscano molto di più del loro dramma”.

il poeta mahmoud darwish, sulla destra, e l'interpretePoeta di frontiera. Risponde così Mahmoud Darwish, uno dei più importanti poeti arabi contemporanei, a una domanda del pubblico accorso numeroso ieri al Circolo dei Lettori di Torino, nella suggestiva cornice del Palazzo Graneri della Rocca, per ascoltare questo grande autore. Nato nel 1941 a Birwa, un villaggio della Galilea, scappa con la famiglia dopo la proclamazione dello Stato d'Israele. Nel 1949 la famiglia di Darwish tenta di rientrare in patria, ma il loro villaggio è divenuto una colonia ebraica. Il poeta e i suoi familiari si stabiliscono a Dayr al-Assad, e Darwish comincia subito a mostrare i segni del suo talento. “Ho incontrato la poesia giocando. Un meccanismo magico, per il quale mettevo in fila le lettere e le parole – racconta il poeta – ho sempre pensato che quando le cose vengono nominate esistono, e per me la poesia è stato il nominare le cose semplici. Poi ho scoperto che aveva anche un grande potere, ed è stato quando il comandante militare della zona dove vivevo con la mia famiglia mi ha fatto trascinare davanti a lui, intimandomi di smetterla di scrivere le mie poesie. Avevo solo 10 anni, e potevo spaventarmi. Invece no: ho scelto l'avventura”.
Un'avventura che l'ha portato, tra il 1961 e il 1967, a conoscere le carceri israeliane per ben cinque volte. E si è trovato, suo malgrado, a diventare un'icona per i palestinesi.

il pubblico nel circolo dei lettoriUna vita intensa. Comincia una peregrinazione in giro per il mondo, guardando con curiosità la vita, e raccontando la tragedia del suo popolo. Prima in Unione Sovietica, dove ha studiato, e poi al Cairo in Egitto, a Beirut e in mille altri posti. Giornalista e poeta. Fino al ritorno a casa, sulle ali delle speranze che montavano negli anni tra la prima Intifada e gli accordi di Oslo. Speranze che indicavano una soluzione possibile, che facevano sentire i palestinesi vicini a realizzare il sogno di uno stato indipendente. Lo stesso Darwish s'impegna in prima persona, entrando a far parte della Commissione esecutiva dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Ma nel 1993, in anticipo su tutti, coglie i sintomi di un malessere che poi si tramuterà nel collasso di una classe dirigente palestinese, e si dimette. Ma il legame con la sua terra resta intatto. “La Palestina è una terra che ha due problemi principali: l'occupazione militare e i tanti, troppi profeti”, racconta Darwish. “La storia è passata da lì, e l'ha sempre occupata. Tanta storia, tanta politica, tanta cultura, troppe per un'unica terra. Tanto più è sacra la Palestina per tutti, tanto più è stata profanata”, commenta il poeta palestinese, “ma non possiamo continuare a piangere noi stessi e il nostro destino. Io sono quello che sono anche e soprattutto perché sono nato in Palestina, e ne sono fiero. Sono ebreo, musulmano e cristiano, romano e greco, sono insomma un po' il frutto di tutto quello che è successo alla mia terra. Bisogna guardare quel che possiamo tenere di quello che capita, altrimenti diventiamo noiosi se ci lamentiamo sempre, nessuno ci ascolterà più”.

il poeta palestinese mahmoud darwishRiso amaro. Il tema dell'ironia è molto caro a Darwish, che sottolinea come “saper sdrammatizzare e non prendersi troppo sul serio siano l'arma migliore per costruire la speranza. Chi non riesce a prendersi in giro, non è libero. Non mi fido di due tipi di persone: quelli che non hanno il senso dell'umorismo e quelli che non si annoiano mai. Una volta ho chiesto ai militari israeliani dei check-point se fossero annoiati, ma hanno detto che facevano il loro lavoro”.
Autoironia e senso della misura, che Darwish rivela anche nella risposta alla immancabile domanda, in serate come quella di ieri, sul ruolo dell'intellettuale rispetto al suo tempo e della cultura rispetto ai fatti della cronaca. “Da tempo, per fortuna, ho smesso di credere che la poesia cambierà il mondo”, risponde divertito il poeta, “ma sono convinto che la poesia può cambiare il punto di vista della gente. Ecco allora che può diventare un modo indiretto di cambiare le cose. Il mio è un mestiere serio, che svolgo con professionalità. Ma prima e dopo la scrittura, quella deve essere fatta giocando. La cronaca è già raccontata dai giornali, un poeta deve raccontare i sentimenti e farlo in modo nuovo. Mi rivolgo all'identità umana, non a quella nazionale e ideologica. Raccontando l'amore dei palestinesi per la vita, offro il mio contributo, perché tento di far capire a chi legge le mie poesie che non c'è un amore ideologico. Nessuno milita per la sua causa 24 ore su 24. Se esprimiamo questo, gli altri non capiranno il nostro dramma. E' la vita di tutti i giorni che avvicina le persone, e la si può raccontare solo con la letteratura”.

Christian Elia

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