18/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il campo profughi di Jenin, raso al suolo nel 2002, è stato ricostruito
Il nome di Jenin, una piccola città nel nord della Cisgiordania è diventato tristemente famoso nell’aprile del 2002, quando venne presa d’assedio e in gran parte rasa al suolo dai soldati israeliani nell’ambito dell’operazione Defensive Shield. La città e in particolare il suo campo profughi divennero un simbolo della capacità di resistenza dei palestinesi. Quando al termine dell’assedio agli osservatori internazionali fu concesso di accedere alla città, trovarono decine di morti tra palestinesi e soldati israeliani, e raccontarono anche di oltre duemila persone rimaste senza un tetto per l’azione dei caterpillar che erano penetrati nelle strettissime stradine del campo danneggiando irreparabilmente numerose abitazioni.
 
Le nuove abitazioni di Jenin
Un progetto imponente. Per restituire agli abitanti di Jenin un po’ di fiducia nel futuro è stato importante il lavoro fatto dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA) che ha scelto di riqualificare un panorama sociale e urbano così devastato costruendo 435 nuove case per i senzatetto. La ricostruzione del campo di Jenin è stata possibile anche grazie a 36 milioni di dollari donati dalla Red Crescent Society, la mezzaluna rossa degli Emirati Arabi. Le abitazioni costruite dall’Unrwa coprono la superficie di 17 mila metri quadrati che era stata rasa al suolo durante l’invasione, cui se ne aggiungono altri 14 mila su terreni acquistati fuori dal campo dalla Mezzaluna Rossa. Il quartiere sarà dotato di infrastrutture complete: corrente elettrica, fognature e strade più larghe che in precedenza. Attualmente in costruzione ci sono anche una scuola, un consultorio femminile e una moschea. In aggiunta, l’agenzia per i rifugiati ha previsto anche un piano di restauri per le migliaia di abitazioni che durante il raid hanno subito danni minori.
Alla cerimonia di consegna delle chiavi, cui erano presenti anche Khalifa Nasser Alswaidi, presidente della Mezzaluna Rossa, l’ex presidente degli Emirati Arabi Zayed Sultan al Nahyan, e rappresentanti del British Department for International Development (DFID), il commissario generale dell’Unrwa Peter Hansen ha dichiarato che “l’intervento di solidarietà verso i rifugiati di Jenin è stato il più imponente progetto umanitario intrapreso nei Territori Palestinesi dallo scoppio della seconda intifada. Numerosi donatori internazionali si sono uniti per usare l’esperienza dell’Unrwa allo scopo di segnare un cambiamento sostanziale nelle vite di una popolazione che soffre disperatamente. La mia speranza è che questo rinnovamento nel campo di Jenin possa coincidere con un miglioramento della situazione per tutti i palestinesi nei Territori Occupati.”
 
Ostacoli e perdite. Arafat premia Hansen per il martirio di Ian HookHansen ha anche ringraziato i governi di Svezia e Svizzera per aver fornito squadre di sminatori per pulire il campo dagli ordigni inesplosi e autisti per il trasporto dei materiali di costruzione verso il campo. Tra le difficoltà che si sono dovute affrontare per portare a termine il progetto, bisogna anche considerare gli oltre 150 giorni di lavoro che sono stati perduti a causa delle incursioni israeliane e dei coprifuoco imposti sul campo, ma anche numerosi altri ritardi dovuti alla difficoltà di portare i materiali di costruzione fino al campo passando per i check point che lo circondano. Non solo, nel novembre del 2002 il manager del progetto di ricostruzione del campo, il cinquantatreenne Ian Hook è stato ucciso da un soldato israeliano e i lavori sono stati sospesi. Nel maggio 2004 le forze armate israeliane sono nuovamente entrate in città ed hanno occupato l’ufficio delle Nazioni Unite detenendo per molte ore il nuovo manager del progetto. I lavori erano stati fermati un’ultima volta nel giugno 2004, a seguito della minacce rivolte contro i lavoratori dell’Unrwa da parte di una famiglia di rifugiati.
 
Zubeidi accompagna il saudita Alswaidi
Ospiti inattesi. Durante la cerimonia di consegna delle abitazioni c’è stato un colpo di scena: all’improvviso, non invitato, ha fatto la sua comparsa Zakaria Zubeidi, il capo locale delle Brigate dei martiri di al-Aqsa. Il ventinovenne militante, seguito da una ventina dei suoi compagni armati, ha varcato i cancelli del complesso delle Nazioni Unite ignorando i cartelli che vietano di portare armi, senza essere ostacolato. Un segno di quanto potere abbiano ancora oggi i gruppi armati nella città. Peter Hansen ha commentato: “Certamente non lo assolvo, ma è un fatto da accettare. Guardate il campo: non possiamo fermarli, siamo disarmati.” All’arrivo di Khalifa Nasser Alswaidi, accolto con molto clamore dai palestinesi, i militanti delle Brigate hanno allontanato gli uomini della polizia palestinese (in uniforme ma disarmati) e si sono messi a scortare il dignitario saudita fino all’interno del palazzo delle Nazioni Unite. Una volta dentro, Zubeidi è salito sul palco e ha arringato la folla che ha risposto con entusiasmo mentre i suoi uomini presidiavano le uscite. Zubeidi è ricercatissimo dalle autorità israeliane e la casa della sua famiglia è stata distrutta dall’esercito israeliano per ritorsione alle azioni da lui condotte contro le forze di occupazione. Tra le 435 nuove abitazioni donate alla gente di Jenin, nessuna risulta essere prenotata a suo nome.

Naoki Tomasini

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