Il nome di Jenin, una piccola città nel nord della Cisgiordania è diventato tristemente
famoso nell’aprile del 2002, quando venne presa d’assedio e in gran parte rasa
al suolo dai soldati israeliani nell’ambito dell’operazione Defensive Shield.
La città e in particolare il suo campo profughi divennero un simbolo della capacità
di resistenza dei palestinesi. Quando al termine dell’assedio agli osservatori
internazionali fu concesso di accedere alla città, trovarono decine di morti tra
palestinesi e soldati israeliani, e raccontarono anche di oltre duemila persone
rimaste senza un tetto per l’azione dei caterpillar che erano penetrati nelle
strettissime stradine del campo danneggiando irreparabilmente numerose abitazioni.

Un progetto imponente. Per restituire agli abitanti di Jenin un po’ di fiducia nel futuro è stato importante
il lavoro fatto dall’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA)
che ha scelto di riqualificare un panorama sociale e urbano così devastato costruendo
435 nuove case per i senzatetto. La ricostruzione del campo di Jenin è stata possibile
anche grazie a 36 milioni di dollari donati dalla Red Crescent Society, la mezzaluna
rossa degli Emirati Arabi. Le abitazioni costruite dall’Unrwa coprono la superficie
di 17 mila metri quadrati che era stata rasa al suolo durante l’invasione, cui
se ne aggiungono altri 14 mila su terreni acquistati fuori dal campo dalla Mezzaluna
Rossa. Il quartiere sarà dotato di infrastrutture complete: corrente elettrica,
fognature e strade più larghe che in precedenza. Attualmente in costruzione ci
sono anche una scuola, un consultorio femminile e una moschea. In aggiunta, l’agenzia
per i rifugiati ha previsto anche un piano di restauri per le migliaia di abitazioni
che durante il raid hanno subito danni minori.
Alla cerimonia di consegna delle chiavi, cui erano presenti anche Khalifa Nasser
Alswaidi, presidente della Mezzaluna Rossa, l’ex presidente degli Emirati Arabi
Zayed Sultan al Nahyan, e rappresentanti del British Department for International
Development (DFID), il commissario generale dell’Unrwa Peter Hansen ha dichiarato
che “l’intervento di solidarietà verso i rifugiati di Jenin è stato il più imponente
progetto umanitario intrapreso nei Territori Palestinesi dallo scoppio della seconda
intifada. Numerosi donatori internazionali si sono uniti per usare l’esperienza
dell’Unrwa allo scopo di segnare un cambiamento sostanziale nelle vite di una
popolazione che soffre disperatamente. La mia speranza è che questo rinnovamento
nel campo di Jenin possa coincidere con un miglioramento della situazione per
tutti i palestinesi nei Territori Occupati.”
Ostacoli e perdite.

Hansen ha anche ringraziato i governi di Svezia e Svizzera per aver fornito squadre
di sminatori per pulire il campo dagli ordigni inesplosi e autisti per il trasporto
dei materiali di costruzione verso il campo. Tra le difficoltà che si sono dovute
affrontare per portare a termine il progetto, bisogna anche considerare gli oltre
150 giorni di lavoro che sono stati perduti a causa delle incursioni israeliane
e dei coprifuoco imposti sul campo, ma anche numerosi altri ritardi dovuti alla
difficoltà di portare i materiali di costruzione fino al campo passando per i
check point che lo circondano. Non solo, nel novembre del 2002 il manager del
progetto di ricostruzione del campo, il cinquantatreenne Ian Hook è stato ucciso
da un soldato
israeliano e i lavori sono stati sospesi. Nel maggio 2004 le forze armate israeliane
sono nuovamente entrate in città ed hanno occupato l’ufficio delle Nazioni Unite
detenendo per molte ore il nuovo manager del progetto. I lavori erano stati fermati
un’ultima volta nel giugno 2004, a seguito della minacce rivolte contro i lavoratori
dell’Unrwa da parte di una famiglia di rifugiati.

Ospiti inattesi. Durante la cerimonia di consegna delle abitazioni c’è stato un colpo di scena:
all’improvviso, non invitato, ha fatto la sua comparsa Zakaria Zubeidi, il capo
locale delle Brigate dei martiri di al-Aqsa. Il ventinovenne militante, seguito
da una ventina dei suoi compagni armati, ha varcato i cancelli del complesso delle
Nazioni Unite ignorando i cartelli che vietano di portare armi, senza essere ostacolato.
Un segno di quanto potere abbiano ancora oggi i gruppi armati nella città. Peter
Hansen ha commentato: “Certamente non lo assolvo, ma è un fatto da accettare.
Guardate il campo: non possiamo fermarli, siamo disarmati.” All’arrivo di Khalifa
Nasser Alswaidi, accolto con molto clamore dai palestinesi, i militanti delle
Brigate hanno allontanato gli uomini della polizia palestinese (in uniforme ma
disarmati) e si sono messi a scortare il dignitario saudita fino all’interno del
palazzo delle Nazioni Unite. Una volta dentro, Zubeidi è salito sul palco e ha
arringato la folla che ha risposto con entusiasmo mentre i suoi uomini presidiavano
le uscite. Zubeidi è ricercatissimo dalle autorità israeliane e la casa della
sua famiglia è stata distrutta dall’esercito israeliano per ritorsione alle
azioni da lui condotte contro le forze di occupazione. Tra le 435 nuove abitazioni
donate alla gente di Jenin, nessuna risulta essere prenotata a suo nome.