I naufraghi aggrappati alle gabbie dei tonni sono il simbolo di una civiltà incapace di 'comprendere'
Scritto per noi da
Marco Rovelli*
Il caso Cap Anamur. Salvare persone che affondano è un reato. Strano che ancora non lo si sia capito.
Eppure la vicenda della Cap Anamur, la nave di un’associazione tedesca umanitaria
che aveva salvato 37 persone da un barcone in procinto di affondare, lo aveva
già esposto con la massima chiarezza. Quei migranti, la maggior parte dei quali
provenienti dal Darfur, erano oggetto di un rimpallo tra Malta, l’Italia e la
Germania. Erano diventati una questione di Stato, quasi il simbolo della sovranità
nazionale. Per questo erano rimasti per tre settimane a bordo della nave davanti
a Porto Empedocle, guardati a vista dalla Marina militare italiana. E quando il
capitano della nave aveva deciso che dovevano scendere a terra, che quella segregazione
non poteva continuare, era stato arrestato, e successivamente processato, insieme
a tre marinai, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il caso Cap
Anamur diceva con chiarezza che l’Unione Europea, almeno dal maggio 2004, dopo
l’allargamento, si era costituita in Fortezza, e che si doveva procedere al respingimento
e all’espulsione, senza se e senza ma, degli immigrati irregolari.
"Il cadavere lo ributto a mare". Qualche mese fa ho assistito a uno sbarco a Pozzallo, nel ragusano. In quel
caso erano eritrei, trainati fino al porto dopo essere stati recuperati al largo.
Per un giorno rimasero nel capannone del porto, per essere poi trasferiti in un
centro di identificazione. Sulla banchina, un vero e proprio cimitero di barconi,
alcuni dipinti a più colori, alcuni ornati di fregi e scritte arabe e versetti
coranici. Tra quei relitti, avevo incontrato un pescatore, ormai abituato alle
presenze di immigrati nel suo mare. “Se devo portare un cadavere a terra per stare
una settimana attaccato alla banchina – mi diceva - io il cadavere lo riprendo
e lo butto in mare, pace all’anima a Dio. La stessa cosa la pensi quando uno li
vede in pericolo… Però sono persone come noi, allora intanto io cerco di portarli
in salvo, poi si vede.”
E’ storia di tutti i giorni, i pescatori sono i primi a intercettare i barconi.
E spesso è successo che se li portavi a terra ti tenevano la nave ferma per qualche
giorno, con un danno economico non da poco. Così, quando ti capitava di pescare
cadaveri, gli scrupoli morali erano superabili. Non quando incontri dei corpi
ancora vivi. Però si tratta sempre di sfidare la legge, e non tutti magari ne
hanno il coraggio. Ché la legge, la nostra legge, disincentiva l’aiuto umanitario.
Il peschereccio di Pozzallo. “Quando li avvisti – continuava il pescatore – tu chiami la capitaneria, loro
vogliono sapere la tua posizione, la posizione dei clandestini, poi devi stare
in attesa, e fare quello che ti dicono. Però, certo, se vedi che quelli sono in
pericolo, tu lasci perdere quello che ti dicono dalla capitaneria, come è successo
quest’estate: c’era un peschereccio di Pozzallo che ha avvistato un barcone di
una cinquantina di persone. Li hanno salvati quasi tutti, tranne tre, ché la barca
si è rovesciata e questi sono affogati. E la Capitaneria sai che cosa gli aveva
detto? Rimanete là in attesa d’ordini! Il capitano diceva, Ma io non posso rimanere
qua, Stanno morendo tutti! Sì, aspettate le nostre unità che stanno arrivando.
Ma le vostre unità prima che arrivano qua ci vogliono quattro o cinque ore, qua
non salviamo neanche una persona. Ha fatto di testa sua e li ha salvati. Era un
peschereccio di qua, poi gli hanno dato la targhetta al valore, però tramite il
sindaco, perché se non c’era il sindaco nel mezzo chissà cosa gli facevano loro…”
Questa ingiunzione di attendere non dipende dalla crudeltà della capitaneria,
ché anzi ci sono persone che si spendono di continuo per salvare barche in difficoltà,
ma dalle costrizioni di una legge che intende limitare al massimo gli accessi
irregolari, costi quel che costi.
Il capro espiatorio. Un evento come quello del peschereccio maltese che non ha voluto far salire
a bordo i ventisette migranti, aggrappati alle gabbie per i tonni, ci dice anche
un’altra cosa. Non che occorra suscitare la pietà per questi “disperati”: la pietà
non è altro che il rovescio del senso di superiorità dell’uomo bianco, al quale
fa agio avere uno zio Tom da compatire. Ci dice invece che è necessaria una vasta,
instancabile operazione di parola, di linguaggio (se pensiamo anche a come queste
cose vengono presentate nei telegiornali) per far capire che la clandestinità
c’è perché non è offerta la minima possibilità di ottenere un ingresso regolare,
e che la clandestinità è una iattura soprattutto per i clandestini stessi, i quali
eviterebbero ben volentieri di mettere a rischio le loro vite su quei barconi,
e potrebbero entrare in Europa con il loro nome e i loro diritti. Si tratta di
comprendere che non permettere di entrare regolarmente produce necessariamente
clandestinità, e la clandestinità è estremamente gradita agli imprenditori che
ne sfruttano la forza-lavoro, e anche ai politicanti che ne sfruttano le potenzialità
di “capro espiatorio”, nemico ideale su cui fare campagna elettorale. Si tratta
di comprendere i meccanismi delle migrazioni, un fatto naturale inevitabile, e
non cedere all’onda d’urto della cronaca nera usata perennemente come lo spettro
dell’uomo nero agitato per invocare misure sempre più restrittive e repressive.
Si tratta di comprendere, anche, il ruolo “necessario” di questi ragazzi ghanesi
nigeriani e camerunesi, ciò che sarebbero andati a fare, quali reti amicali o
parentali avrebbero sfruttato e sfrutteranno, magari a raccogliere pomodori in
Campania o in Puglia, o forse in qualche metropoli a offrirsi nei cantieri. “Si
tratta di comprendere”: espressione delicata, di questi tempi, forse anacronistica.
Ma non c’è altra via.