Nel
mezzo del più grande scandalo della storia colombiana che
coinvolge, per il momento, circa quaranta parlamentari con accuse che
vanno dal favoreggiamento all’organizzazione e al finanziamento di
gruppi paramilitari, nelle ultime settimane a tenere banco sono state
le intercettazioni telefoniche dei paramilitari in carcere e dei
leader dell’opposizione al governo di Alvaro Uribe Velez.
La nuova Catedral. Due
settimane fa la rivista
Semana ha scandalizzato il paese con la
pubblicazione di alcune agghiaccianti intercettazioni delle
conversazioni telefoniche di leader paramilitari dal carcere.
Smobilitati nell’ambito del processo di pace tra il
governo e il gruppo paramilitare delle Auc (Autodefensas unidas de
Colombia), sono rinchiusi per l’appunto nel carcere di massima
sicurezza di Itagüí.
“Itagüí
contrasta con altre esperienze del paese, come
La Catedral che
più che un carcere è stata un triste episodio della
vita colombiana”, affermava con decisione il presidente Uribe
qualche mese fa.
Il
riferimento era al carcere di Pablo Escobar, una reggia costruita da
lui stesso, nella quale accettò di essere rinchiuso e da dove
continuava a gestire il suo impero di trafficanti di droga.
Viva e vegeta. Le
intercettazioni pubblicate da
Semana dimostrano come dall'interno del
carcere i paramilitari continuino a gestire il narcotraffico e le
estorsioni, controllino ancora interi quartieri e interi villaggi, e
ordinino esecuzioni e torture.
Altro
che la Catedral di Escobar.
Le
intercettazioni chiariscono una volta per tutte, e senza ombra di
dubbio, che la struttura paramilitare delle Auc è ancora in
piedi, nonostante il governo abbia cercato di negarlo in ogni modo
nei mesi passati. Dimostra che i capi hanno continuato a delinquere e
lo avevano fatto prima, durante e dopo il processo di pace, cosa che
dovrebbe privarli automaticamente dei benefici della legge di
“justicia y paz” e dei relativi sconti di pena.
Mira decentrata. Eppure
l’ira presidenziale si è abbattuta sulle intercettazioni e
non sul contenuto, sulla loro illegalità e non sul mondo
paramilitare che hanno rivelato.
Un'indagine sulle intercettazioni dei detenuti e sulla loro diffusione
alla stampa ha portato alla scoperta di altre intercettazioni
illegali che riguardavano l’opposizione e vari importanti
giornalisti. Alcune di queste risalenti perfino alla campagna
elettorale, prova che qualcuno spiava Carlos Gaviria, allora
candidato alla presidenza per il Polo Democratico.
Effetto sorpresa. Con
una decisione senza precedenti il presidente ha destituito 12 dei 20
generali attivi della polizia e nominato un nuovo direttore, il
generale Naranjo, molto rispettato per il suo lavoro nella polizia
antindroga nonostante suo fratello sia in carcere in Germania
proprio per narcotraffico.
Con
questa mossa a sorpresa il presidente ha dimostrato una gran capacità
di reazione e la nomina di Naranjo ha avuto una buona risposta a
livello internazionale proprio per le sue riconosciute capacità.
Sarebbe
però interessante sapere per conto di chi la polizia
intercettava i leader dell’opposizione e tanti giornalisti critici
del governo.
Un
mese fa il presidente Uribe si lasciò scappare una
dichiarazione che fece scalpore, nella quale affermava di ricevere
informazioni di intelligence sull’attività di alcuni leader
dell’opposizione. L’occasione era la risposta a un importante
dibattito parlamentare, promosso dal senatore Gustavo Petro del Polo
Democratico, durante il quale furono presentate importanti prove
sulla nascita del fenomeno paramilitare nella regione di Antioquia,
fatti verificatisi quando l’attuale presidente ne era governatore.
Il
presidente si riferiva al fatto che l’opposizione era in contatto
con alcuni esponenti democratici negli Stati Uniti e cercava di
sabotare il trattato di libero commercio Colombia-Usa, che potrebbe
essere bocciato dal nuovo congresso a maggioranza democratica.
In conclusione. La
decapitazione dei vertici della polizia sposta l’attenzione dalle
attività dei capi paramilitari in carcere, ma certamente non
risolve il problema della prova del fallimento del processo di pace,
che sta garantendo impunità in cambio di nulla.