28/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La vicenda del giocatore Luke Watson divide il Paese e riapre vecchie ferite
Domenica 20 maggio gli Sharks di Durban e i Bulls di Pretoria si sono sfidati nell'evento rugbistico dell'anno: la prima finale tutta sudafricana del Super 14, il trofeo che raccoglie la crema delle squadre di Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica. Ma più che dall'attesa per la partita, la vigilia è stata occupata dalla vicenda di Luke Watson, l'ala bianca degli Stormers di Città del Capo, esclusa inizialmente dalla nazionale e imposta al coach dai vertici della federazione. Figlio dell'unico giocatore bianco che, negli anni dell'apartheid, abbandonò il campionato per giocare nelle township abitate dai neri, Watson è diventato suo malgrado un'icona politica: la sua esclusione era dettata da una semplice scelta tecnica, o dalla volontà di fargli pagare le “colpe” del padre?

Luke WatsonWatson. Lo scandalo Watson è scoppiato la settimana prima della finale, poco dopo la diramazione delle convocazioni per il test match contro l'Inghilterra. I vertici della South Africa Rugby Association (Saru) non hanno infatti gradito la sua esclusione dalla squadra, tanto che il presidente della Saru, Regan Hoskins, ha deciso di convocare il giocatore d'ufficio. Non solo: Hoskins ha apertamente criticato le scelte dell'allenatore Jake White per poi ricordare che, se la federazione non è soddisfatta dell'operato dell'allenatore, ha tutto il diritto di sostituirlo.
Ma cosa si nasconde dietro la vicenda? Il padre del giocatore, quel Dan “Cheeky” Watson che negli anni '70 ebbe il coraggio di sfidare il regime dell'apartheid, si è scagliato contro un non meglio specificato “terzo partito” del rugby sudafricano, reo di voler far scontare al figlio le sue colpe. Dichiarazioni inizialmente fatte proprie dai vertici della Saru, anche se il vicepresidente dell'organizzazione, Koos Basson, ha poi gettato acqua sul fuoco: “Il nostro comportamento non ha nulla di strano – ha dichiarato a PeaceReporter – da sempre le convocazioni vengono fatte in accordo con la federazione. I media hanno distorto la vicenda, abbiamo sponsorizzato Watson semplicemente perché, data la sua bravura, era ovvio che facesse parte del team. Ma il passato del padre, o i rapporti tra bianchi e neri non c'entrano nulla”.

Quote. Non la pensa così James Masango, vice-ministro dello Sport e portavoce del partito di opposizione della Democratic Alliance. “L'African National Congress (il partito al potere, ndr) ha ottime entrature nella Saru, e ancora una volta i suoi vertici hanno imposto la loro visione – dichiara a PeaceReporter –. La gente si aspetta che il governo costruisca impianti sportivi nelle periferie, non che imponga la sua ideologia alle nazionali”.
Così, i già difficili rapporti tra bianchi e neri si riflettono anche nello sport. “C'è una regola non scritta, che impone almeno sei giocatori neri nella nazionale”, rivela a PeaceReporter Kevin McCallum, editorialista sportivo del quotidiano The Star.
Il problema è che, secondo molti addetti ai lavori, le quote fanno entrare in nazionale giocatori che a malapena possono militare come riserve nelle squadre del Super 14. E se c'è chi, come Basson, ritiene che “la nazionale deve comprendere tutte le comunità e le culture del Sudafrica”, dall'altra parte ci si interessa più del fatto sportivo in sé. “La nazionale deve essere fatta per vincere, non ha importanza quanti bianchi o neri ci siano – continua Masango – Solo le vittorie fanno diventare una squadra l'orgoglio della nazione”.
 
La nazionale sudafricana contro l'InghilterraPolitica. Una nazione stanca delle recenti vicissitudini, che hanno allontanato i tifosi dai loro beniamini. “La gente ha avuto l'ennesima riprova che qui la politica e lo sport sono troppo legati – conclude McCallum – ed è inevitabile che questo non piaccia. La federazione è più volte intervenuta nella selezione dei giocatori, ma stavolta la cosa si è trasformata in un pasticcio politico”. Per ora, comunque, la squadra non sembra risentire delle polemiche esterne: sabato scorso a Bloemfontein, infatti, l'Inghilterra è stata infatti regolata con un perentorio 58 a 10 (per la cronaca, Watson non ha giocato).
Un buon viatico per i prossimi incontri, insomma. Nonostante le divergenze, da Città del Capo a Pretoria su una cosa sono tutti d'accordo: bianchi o neri, il Sudafrica vincerà comunque la coppa del mondo.

Matteo Fagotto

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