Domenica
20 maggio gli Sharks di Durban e i Bulls di Pretoria si
sono sfidati nell'evento rugbistico dell'anno: la prima finale tutta
sudafricana del Super 14, il trofeo che raccoglie la crema delle
squadre di Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica. Ma più che dall'attesa per la
partita, la
vigilia è stata occupata dalla vicenda di Luke Watson, l'ala bianca
degli Stormers di Città del Capo, esclusa inizialmente
dalla nazionale e imposta al coach dai vertici della federazione.
Figlio dell'unico giocatore bianco che, negli anni dell'apartheid,
abbandonò il campionato per giocare nelle township
abitate dai neri, Watson è diventato suo malgrado un'icona
politica: la sua esclusione era dettata da una semplice scelta
tecnica, o dalla volontà di fargli pagare le “colpe” del
padre?
Watson. Lo
scandalo Watson è scoppiato la settimana prima della finale,
poco dopo la diramazione delle convocazioni per il test match contro
l'Inghilterra. I vertici della
South Africa Rugby Association
(
Saru) non hanno infatti gradito la sua esclusione dalla
squadra, tanto che il presidente della
Saru, Regan Hoskins, ha
deciso di convocare il giocatore d'ufficio. Non solo: Hoskins ha
apertamente criticato le scelte dell'allenatore Jake White per poi
ricordare che, se la federazione non è soddisfatta
dell'operato dell'allenatore, ha tutto il diritto di sostituirlo.
Ma
cosa si nasconde dietro la vicenda? Il padre del giocatore, quel Dan
“Cheeky” Watson che negli anni '70 ebbe il coraggio di sfidare il
regime dell'apartheid, si è scagliato contro un non
meglio specificato “terzo partito” del rugby sudafricano, reo di
voler far scontare al figlio le sue colpe. Dichiarazioni inizialmente
fatte proprie dai vertici della Saru, anche se il
vicepresidente dell'organizzazione, Koos Basson, ha poi gettato acqua
sul fuoco: “Il nostro comportamento non ha nulla di strano – ha
dichiarato a PeaceReporter – da sempre le convocazioni
vengono fatte in accordo con la federazione. I media hanno distorto
la vicenda, abbiamo sponsorizzato Watson semplicemente perché,
data la sua bravura, era ovvio che facesse parte del team. Ma il
passato del padre, o i rapporti tra bianchi e neri non c'entrano
nulla”.
Quote. Non
la pensa così James Masango, vice-ministro dello Sport e
portavoce del partito di opposizione della Democratic Alliance.
“L'African National Congress (il partito al potere, ndr) ha
ottime entrature nella Saru, e ancora una volta i suoi vertici
hanno imposto la loro visione – dichiara a PeaceReporter –.
La gente si aspetta che il governo costruisca impianti sportivi nelle
periferie, non che imponga la sua ideologia alle nazionali”.
Così,
i già difficili rapporti tra bianchi e neri si riflettono
anche nello sport. “C'è una regola non scritta, che impone
almeno sei giocatori neri nella nazionale”, rivela a PeaceReporter
Kevin McCallum, editorialista sportivo del quotidiano The Star.
Il
problema è che, secondo molti addetti ai lavori, le quote
fanno entrare in nazionale giocatori che a malapena possono militare
come riserve nelle squadre del Super 14. E se c'è chi, come
Basson, ritiene che “la nazionale deve comprendere tutte le
comunità e le culture del Sudafrica”, dall'altra parte ci si
interessa più del fatto sportivo in sé. “La nazionale
deve essere fatta per vincere, non ha importanza quanti bianchi o
neri ci siano – continua Masango – Solo le vittorie fanno
diventare una squadra l'orgoglio della nazione”.
Politica. Una
nazione stanca delle recenti vicissitudini, che hanno allontanato i
tifosi dai loro beniamini. “La gente ha avuto l'ennesima riprova
che qui la politica e lo sport sono troppo legati – conclude
McCallum – ed è inevitabile che questo non piaccia. La
federazione è più volte intervenuta nella selezione dei
giocatori, ma stavolta la cosa si è trasformata in un
pasticcio politico”. Per ora, comunque, la squadra non sembra
risentire delle polemiche esterne: sabato scorso a Bloemfontein,
infatti, l'Inghilterra è stata infatti regolata con un
perentorio 58 a 10 (per la cronaca, Watson non ha giocato).
Un
buon viatico per i prossimi incontri, insomma. Nonostante le
divergenze, da Città del Capo a Pretoria su una cosa sono
tutti d'accordo: bianchi o neri, il Sudafrica vincerà comunque
la coppa del mondo.