11/06/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia dei Mungiki, da setta religiosa a gruppo criminale più famoso del Paese
Una volta erano la setta religiosa più importante del Kenya: capelli rasta, armati di bastoni e machete, si ispiravano alla ribellione Mau Mau contro la Gran Bretagna degli anni '50 e pregavano rivolgendosi al monte Kenya, casa del loro dio, Ngai. Combattevano i costumi occidentali e il cristianesimo e volevano far tornare la comunità Kikuyu, la più numerosa del Paese, alle proprie radici culturali.
Ora si sono tagliati i capelli e si vestono in giacca e cravatta, ma solo per sfuggire alla cattura delle forze dell'ordine, che nelle ultime settimane hanno lanciato una vasta offensiva per ripulire le baraccopoli di Nairobi. Soprattutto, sono diventati l'organizzazione criminale più forte del Paese. Hanno legami con politici, militari e polizia. Negli slums della capitale controllano i trasporti pubblici, l'acqua e l'elettricità, le televisioni e persino le toilette pubbliche. E chi si ribella al loro racket, o cerca di uscire dall'organizzazione, paga con la morte.

Un gruppo di MungikiMungiki. Si chiamano Mungiki (“moltitudine”, nella lingua Kikuyu), nati alla fine degli anni '80 nelle province centrali del Kenya per combattere il regime corrotto del presidente Daniel Arap Moi e purificare la comunità Kikuyu. Sorta come piccola comunità di fedeli, la setta si è ben presto allargata, puntando ai giovani. “Alla sfera religiosa hanno associato rivendicazioni sociali proprio per far presa sui ragazzi – dichiara a PeaceReporter Wainaina Ndungu del National Convention Executive Council, organizzazione che promuove lo sviluppo politico e sociale del Kenya –. Bisogna tener conto che il Paese ha 33 milioni di abitanti, 24 dei quali hanno meno di 40 anni, e buona parte di questi è disoccupata”.
Stando alle (non verificabili) cifre dei loro leader, il gruppo conta due milioni di affiliati. Organizzata in piccole cellule territoriali, ciascuna con un capo che fa riferimento al coordinatore nazionale, la setta è cambiata radicalmente dopo il 2001, in concomitanza con le elezioni che hanno portato al potere l'attuale presidente Mwai Kibaki. “Nel 2001, nella loro prima vera dimostrazione di forza, i Mungiki sfilarono a migliaia per le strade di Nairobi, armati, senza che la polizia intervenisse – ricorda Ndungu – E' lì che i keniani hanno capito che qualcosa stava cambiando”.

Racket. Da allora sono passati appena sei anni, ma il gruppo ha completamente mutato faccia. Ora ha in mano l'intera economia delle baraccopoli di Nairobi. “Sono stati chiamati dalla gente stanca della criminalità – rivela a PeaceReporter James Maina, abitante dello slum di Mathare e coordinatore di alcune associazioni che operano nel sociale –. In pochi mesi hanno ripulito la zona, facendo cessare furti e omicidi. Ma, subito dopo, hanno iniziato a vessarci”. Adesso, a Mathare i Mungiki controllano qualsiasi attività economica: secondo le cifre fornite a PeaceReporter da un gruppo di Ong locali, la setta chiede 100 scellini (circa un euro) al mese per la fornitura di acqua ed elettricità, 30 scellini per ogni negozio, altri 30 per chi abita nelle baracche e 40 se si è forniti di apparecchiature quali lettori Dvd o Cd. Per le case di mattoni (non importa se di proprietà o no) il prezzo sale rispettivamente a 50 e 80 scellini. Alle imprese di costruzioni i Mungiki chiedono 150 scellini per ogni camion carico di materiale. Tanti soldi, visto che in Kenya metà della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. “Fanno pagare anche le toilette pubbliche – si lamenta Maina – ormai estorcono soldi da tutto. Controllano anche il mercato dei Matatu (i trasporti pubblici, ndr) e dell'alcool, grazie all'appoggio della polizia e di alcuni politici, a cui versano delle percentuali sui guadagni. E chi prova a ribellarsi viene ucciso”.

Il funerale di una vittima dei MungikiLegami. “Ci sono due motivi alla radice della metamorfosi del gruppo – ci dice Ken Ouko, sociologo presso l'università di Nairobi –. Da una parte i Mungiki si sono resi conto che la religione non poteva bastare a far sopravvivere il gruppo, e hanno così deciso di intraprendere alcune attività economiche legali. Ma la diffidenza e la demonizzazione di parte della società li ha costretti a scegliere la strada del crimine”.
I legami tra i Mungiki e la politica rimangono invece poco chiari. Messi fuorilegge nel 2002 per i continui scontri con la polizia e per le centinaia di omicidi di cui si sono resi responsabili, i Mungiki sono sopravvissuti ad almeno tre operazioni di polizia. “Non è un caso che gli omicidi più cruenti la setta li compia in concomitanza con le elezioni – continua Ouko –. Il sospetto è che, quando serve, alcuni politici li tirino fuori dall'armadio per intimidire gli avversari, o per impaurire la gente e favorire la vittoria di determinati partiti”.

Vendetta. Risolvere il problema Mungiki si sta rivelando più difficile del previsto, visto che la setta si è frazionata in mille gruppi in lotta tra loro. “Alcuni stanno tentando di tornare alla dimensione religiosa delle origini – continua Ouko – ma non è facile. Anche perché ultimamente ai Mungiki vengono attribuite le colpe di altri gruppi criminali. Stanno diventando una sorta di paravento per tutti quelli che compiono attività illecite”.
Recentemente, sei cadaveri torturati, decapitati e smembrati sono stati rivenuti nei pressi della capitale. Le autorità hanno immediatamente incolpato i Mungiki. “Ammazzano chi fornisce informazioni su di loro, o chi tenta di staccarsi dal gruppo – rivela Maina – e lo fanno in modo cruento, per dare l'esempio”. Anche Ndungu non ha dubbi sulla questione: “Uccidono sia per provocare la reazione del governo e quindi 'compattare la truppa', sia per instillare il panico tra la gente. Una società impaurita è molto più facile da controllare”.
Nelle ultime settimane, almeno 200 membri della setta sono stati arrestati, ma anche tra le autorità c'è chi comincia ad avere dubbi sull'efficacia di una risposta esclusivamente repressiva. “Alcuni ministri si stanno chiedendo se non sarebbe meglio tentare di riabilitare i Mungiki e reinserirli nella società – conclude Ouko – magari legalizzando le attività che già svolgono”. 

Matteo Fagotto

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