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Falluja. Giovedì
a Falluja, nell'ormai famigerato triangolo sunnita, un attentatore
suicida si è fatto esplodere durante la processione funebre di
un capo tribale, che era stato ucciso poche ore prima, uccidendo 27
persone. La vittima faceva parte di una delle tribù sunnite
che recentemente si sono alleate tra loro per combattere dalla parte
delle forze di sicurezza irachene e dell'esercito Usa, contro le
milizie legate ad Al Qaeda. Dall'inizio della guerra la zona sunnita
a ovest di Baghdad è stata la spina nel fianco del comando
statunitense, che ha subito in quell'area le maggiori perdite. Questo
fino a quando le milizie tribali locali si sono unite e hanno
iniziato a dare la caccia ai miliziani stranieri. Le loro operazioni
sono state tra le poche note positive venute dall'Iraq negli ultimi
mesi e hanno portato alla cattura e all'uccisione di importanti
esponenti di Al Qaeda in Mesopotamia. L'uccisione del capo tribale,
avvenuta ieri a Falluja, sostiene un giornalista iracheno, “è
stata probabilmente premeditata e organizzata da Al Qaeda”.
“L'attentatore -continua il cronista- si è fatto esplodere
nella casa dello sceicco”, in mezzo ai parenti delle vittime, che
dunque lo conoscevano. Questo episodio suggerisce che il fronte
tribale anti-al Qaeda e pro-Stati Uniti, non è poi così
compatto. Diversi analisti sostengono infatti che l'unione delle
tribù è solida soprattutto in Al Anbar, mentre nella
zona attorno a Baghdad, di cui Falluja fa parte, il risentimento
popolare contro al Qaeda si sovrappone a quello contro la potenza
occupante.
Truppe Usa. Mentre la sicurezza
delle provincie occidentali è in lento miglioramento, nel
resto del paese continuano le uccisioni settarie tra sunniti e
sciiti. Una mattanza quotidiana che le truppe Usa e la polizia
irachena non sono riuscite a contenere nemmeno con l'operazione di
sicurezza iniziata a febbraio, che ha visto il dispiegamento di
ulteriori truppe Usa, fino alle attuali 150 mila unità. Solo
questo mese i cadaveri di civili assassinati, ritrovati dalla polizia
per le strade del paese, sono stati 340, ma il numero delle uccisioni
settarie è stato enormemente più alto. Nei prossimi
mesi il comando Usa si prepara a mandare ulteriori truppe per
contenere quella che il comandante militare in Iraq, David Petraeus,
prevede sarà una “sanguinosa e difficile estate”. Nei mesi
scorsi, a fronte delle difficoltà e delle gravi perdite
statunitensi, che solo ad aprile sono state 104, il Congresso
statunitense a maggioranza democratica si era speso per chiedere un
calendario di ritiro dal pantano iracheno, una richiesta scontratasi
con il veto imposto dal presidente Bush. Ieri lo stesso Congresso ha
ritrattato la sua posizione, votando a favore di un finanziamento di
95 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan. Bush ha
ribadito che il governo iracheno ”deve ottenere reali miglioramenti
in cambio del sostegno e dei sacrifici statunitensi”, ma il governo
di Baghdad è debole e dipende ancora strettamente dalle scelte
di Washington. I democratici Usa hanno fatto marcia indietro sulle
richieste di ritiro in cambio di concessioni nell'economia interna e
nella convinzione che l'insuccesso di Bush nel conflitto iracheno,
finirà inevitabilmente per avvantaggiarli.
Al Sadr. Ieri, dopo sette mesi
di assenza dalle scene, è tornato a farsi sentire il religioso
sciita Moqtada al Sadr, il capo dell'esercito del Mahdi che si
riteneva si fosse rifugiato in Iran. Al Sadr ha scelto la moschea
della città di Kufa per lanciare un'invettiva contro la
potenza occupante: ha chiesto di nuovo un calendario per il ritiro
delle truppe Usa e ha criticato duramente l'azione delle forze di
sicurezza irachene contro le sue milizie. A febbraio, quando gli Usa
lanciarono l'operazione per la sicurezza, che puntava soprattuto a
smantellare le milizie sciite, Sadr ordinò loro di mantenere
un basso profilo e ritirò i suoi ministri dal governo di Al
Maliki, che rifiuta ancora oggi di chiedere il ritiro delle truppe
Usa. Al Maliki ha nominato oggi i sostituti dei sei ministri sciiti.
Sadr spera che il fallimento di tutti i tentativi di riportare la
sicurezza nel paese portino alla caduta del governo, uno scenario che
aprirebbe nuovi spazi per il suo partito. Naoki Tomasini