25/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ancora violenze settarie e scontri tra Al Qaeda e le tribù sunnite, mentre al Sadr torna sulla scena
Donna irachena accanto a mezzo militare Usa a FallujaFalluja. Giovedì a Falluja, nell'ormai famigerato triangolo sunnita, un attentatore suicida si è fatto esplodere durante la processione funebre di un capo tribale, che era stato ucciso poche ore prima, uccidendo 27 persone. La vittima faceva parte di una delle tribù sunnite che recentemente si sono alleate tra loro per combattere dalla parte delle forze di sicurezza irachene e dell'esercito Usa, contro le milizie legate ad Al Qaeda. Dall'inizio della guerra la zona sunnita a ovest di Baghdad è stata la spina nel fianco del comando statunitense, che ha subito in quell'area le maggiori perdite. Questo fino a quando le milizie tribali locali si sono unite e hanno iniziato a dare la caccia ai miliziani stranieri. Le loro operazioni sono state tra le poche note positive venute dall'Iraq negli ultimi mesi e hanno portato alla cattura e all'uccisione di importanti esponenti di Al Qaeda in Mesopotamia. L'uccisione del capo tribale, avvenuta ieri a Falluja, sostiene un giornalista iracheno, “è stata probabilmente premeditata e organizzata da Al Qaeda”. “L'attentatore -continua il cronista- si è fatto esplodere nella casa dello sceicco”, in mezzo ai parenti delle vittime, che dunque lo conoscevano. Questo episodio suggerisce che il fronte tribale anti-al Qaeda e pro-Stati Uniti, non è poi così compatto. Diversi analisti sostengono infatti che l'unione delle tribù è solida soprattutto in Al Anbar, mentre nella zona attorno a Baghdad, di cui Falluja fa parte, il risentimento popolare contro al Qaeda si sovrappone a quello contro la potenza occupante.

Nancy Pelosi, presidente della Camera dei Rappresentanti Usa Truppe Usa. Mentre la sicurezza delle provincie occidentali è in lento miglioramento, nel resto del paese continuano le uccisioni settarie tra sunniti e sciiti. Una mattanza quotidiana che le truppe Usa e la polizia irachena non sono riuscite a contenere nemmeno con l'operazione di sicurezza iniziata a febbraio, che ha visto il dispiegamento di ulteriori truppe Usa, fino alle attuali 150 mila unità. Solo questo mese i cadaveri di civili assassinati, ritrovati dalla polizia per le strade del paese, sono stati 340, ma il numero delle uccisioni settarie è stato enormemente più alto. Nei prossimi mesi il comando Usa si prepara a mandare ulteriori truppe per contenere quella che il comandante militare in Iraq, David Petraeus, prevede sarà una “sanguinosa e difficile estate”. Nei mesi scorsi, a fronte delle difficoltà e delle gravi perdite statunitensi, che solo ad aprile sono state 104, il Congresso statunitense a maggioranza democratica si era speso per chiedere un calendario di ritiro dal pantano iracheno, una richiesta scontratasi con il veto imposto dal presidente Bush. Ieri lo stesso Congresso ha ritrattato la sua posizione, votando a favore di un finanziamento di 95 miliardi di dollari per le guerre in Iraq e Afghanistan. Bush ha ribadito che il governo iracheno ”deve ottenere reali miglioramenti in cambio del sostegno e dei sacrifici statunitensi”, ma il governo di Baghdad è debole e dipende ancora strettamente dalle scelte di Washington. I democratici Usa hanno fatto marcia indietro sulle richieste di ritiro in cambio di concessioni nell'economia interna e nella convinzione che l'insuccesso di Bush nel conflitto iracheno, finirà inevitabilmente per avvantaggiarli.

Moqtada al SadrAl Sadr. Ieri, dopo sette mesi di assenza dalle scene, è tornato a farsi sentire il religioso sciita Moqtada al Sadr, il capo dell'esercito del Mahdi che si riteneva si fosse rifugiato in Iran. Al Sadr ha scelto la moschea della città di Kufa per lanciare un'invettiva contro la potenza occupante: ha chiesto di nuovo un calendario per il ritiro delle truppe Usa e ha criticato duramente l'azione delle forze di sicurezza irachene contro le sue milizie. A febbraio, quando gli Usa lanciarono l'operazione per la sicurezza, che puntava soprattuto a smantellare le milizie sciite, Sadr ordinò loro di mantenere un basso profilo e ritirò i suoi ministri dal governo di Al Maliki, che rifiuta ancora oggi di chiedere il ritiro delle truppe Usa. Al Maliki ha nominato oggi i sostituti dei sei ministri sciiti. Sadr spera che il fallimento di tutti i tentativi di riportare la sicurezza nel paese portino alla caduta del governo, uno scenario che aprirebbe nuovi spazi per il suo partito.
 

Naoki Tomasini

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