Da domani, i tre ospedali di Emergency in Afghanistan
passano definitivamente e “ufficialmente” in mano al governo afgano, che ha
comunicato la decisione con una scarna e fredda e-mail giunta ieri sera all’Ong
milanese. Abbiamo chiesto un commento a Carlo Garbagnati, vicepresidente di
Emergency.
Come giudicate il
modo in cui il governo di Kabul vi ha comunicato questa decisione?
Le parole e il tono di quella comunicazione sono molto
significative. Il fatto che abbiano sottolineato che la loro mail è “soltanto
per informarci sulla situazione” equivale a dire che la faccenda è chiusa e non
riguarda più in minima parte Emergency, che viene così tagliata fuori in maniera
netta e definitiva. Gli stessi tempi della mail, arrivata la sera prima della
scadenza dell’ultimatum fissato da Kabul, dimostrano che non hanno voluto
lasciarci il minimo margine di reazione, di elaborazione di eventuali contromisure
da parte nostra: ci hanno messo davanti al fatto compiuto.
Il governo afgano
però vi aveva dato tempo fino a oggi, 25 maggio, per riconsiderare la vostra
decisione di lasciare il paese.
Quell’ultimatum era una farsa per il semplice motivo che attendeva
una nostra decisione che però dipendeva dalle decisioni del governo stesso, che
ha posto quell’ultimatum. Era il governo Karzai che doveva riconsiderare la sua
posizione aggressiva nei confronti di Emergency, consentendo a noi di tornare.
La scadenza di oggi era solo un giochetto per far sembrare che il governo
lasciasse a noi la decisione di tornare o meno, quando invece la decisione di
buttarci fuori dal paese l’ha presa il governo”.
Cosa sarà da domani
dei tre ospedali di Emergency a Kabul, a Lashkargah e in Panjshir? Cosa
succederà concretamente domattina?
Anche se la mail dice che il governo afgano “aprirà
ufficialmente” gli ospedali, pensiamo che domani non succederà nulla di
concreto. Dubitiamo che da domani le tre strutture riaprano i battenti iniziando
a ricoverare e curare pazienti, perché questo richiederebbe un lavoro
preparatorio che non ci risulta sia stato fatto. Ancora non si sa nemmeno chi
prenderà in carico le tre strutture: in merito circolano ancora solo delle
voci.
Quali sono queste
voci?
Per l’ospedale di Kabul pare che il ministero della Sanità
sia intenzionato a gestirlo direttamente.
Per quello di Anabah, in Panjshir, sembra siano in ballo due
ipotesi: il Provincial Reconstruction Team statunitense o l’Ong indiana Agha
Khan.
Quello di Lashkargah, in Helmand, pare invece che verrà
rilevato dalla Croce Rossa Internazionale.
Ma ancora, ripeto, non c’è nulla di certo.
Nel comunicato di
Emergency avete scritto per la prima volta che l’obiettivo del governo Karzai
era “l’espulsione dal paese di un testimone sgradito”.
Il ruolo di testimonianza che gli ospedali di Emergency
svolgevano, in particolare quello di Lashkargah, era diventato molto sgradito
al governo Karzai e non solo, e ha avuto un peso fondamentale in tutta questa
vicenda. Ogni volta che la Nato annunciava di aver ucciso decine di talebani in
un bombardamento, noi ricevevamo decine di feriti civili, bambini, donne,
anziani, scoprendo una verità ben diversa da quella ufficiale. Questo ha creato
un crescente clima di ostilità nei nostri confronti.
Può spiegarsi meglio?
A Lashkargah, Emergency era già considerata scomoda perché,
con il suo ospedale gratuito, rovinava gli affari d’oro delle centinaia di
cliniche private a pagamento che esistono in zona. Ma è stato con l’inizio dei
bombardamenti della Nato nella regione che la nostra posizione è diventata più
delicata per i motivi che ho detto. Motivi per il quali da mesi si erano create
frizioni con il governatore provinciale Asadullah Wafa, con il personale dei
servizi segreti afgani e con i locali comandi britannici della Nato.
Quando avete iniziato
a percepire questa ostilità?
Che il clima fosse cambiato era emerso chiaramente già in
riunioni ufficiali tenute con loro questo inverno. Ma lo si capiva anche da
episodi minori ma significativi, come l’atteggiamento avverso dei soldati
britannici nei confronti del nostro personale internazionale. Questa avversione
nei confronti di Emergency è infine culminata con azioni volte a espellerci dal
paese: l’arresto di Rahmatullah, avvenuto in contemporanea con una poco
spontanea protesta contro di noi, e le successive accuse mosse contro la nostra
Ong dai vertici dei servizi segreti afgani. Azioni che hanno fatto venire meno
per noi le condizioni di sicurezza minime per poter rimanere in Afghanistan,
costringendoci quindi ad andarcene.