31/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La carenza di personale sanitario mette a rischio le terapie nei Paesi poveri
Un assistente medico per visitare 200 pazienti ogni giorno nel distretto di Thyolo in Malawi, due mesi di attesa per iniziare la terapia nel distretto di Mavalane in Mozambico per la mancanza di medici e infermieri, carico di lavoro raddoppiato in due anni a fronte dello stesso numero di infermiere professionali in Sudafrica (Lusikisiki), 89 medici per tutto il Lesotho e infermieri sovraccaricchi di  lavoro. Sono alcuni esempi riportati da un rapporto di Médecins Sans Frontières (Msf) ‘Help wanted’, sulla carenza del personale sanitario e gli effetti sul trattamento di Aids/Hiv nel Sud dell’Africa.

Paesaggio africano. Foto di Maria Serena Lunghi Un ostacolo alla terapia. Msf, concentrandosi su Lesotho, Malawi, Mozambico e Sudafrica, sottolinea come la mancanza di operatori sanitari rischi di “vanificare gli sforzi per rendere le cure contro l’Hiv/Aids accessibili al maggior numero di pazienti nell’Africa Subsahariana”. L’Hiv è doppiamente protagonista di questa mancanza: da un lato ha aumentato le necessità di cure in sistemi sanitari già carenti, dall’altro è stato causa di morte anche fra il personale sanitario, riducendo ulteriormente le forze disponibili. E il numero ridotto di operatori sanitari “è largamente riconosciuto come uno degli ostacoli maggiori al raggiungimento di chi ha ancora urgentemente bisogno di terapia antiretrovirale”, si legge nel rapporto. “L’accesso ai farmaci è una condizione necessaria ma non sarà sufficiente per salvare milioni di vite a rischio se non viene data la priorità anche ad assicurare il personale necessario per  provvedere al trattamento”. Un allarme dunque, perché si trovi una soluzione: “Senza la garanzia di condizioni di lavoro accettabili e di salari regolari”, dice Msf, “nessun Paese potrà mai contare su uno staff sanitario di qualità”.

Paesaggio africano. Foto di Maria Serena Lunghi Il frutto di pochi investimenti. L’allame sulla carenza nei Paesi poveri di personale sanitario, inteso come coloro che svolgono un’attività finalizzata al miglioramento delle condizioni di salute, era stato al centro della Giornata mondiale della salute del 2006 (il 7 aprile), chiamata ‘Working together for health’. Dedicandovi la giornata, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva richiamato l’attenzione sull’importanza del lavoro svolto dagli operatori sanitari, “cuore dei sistemi sanitari”, e sulla crisi nel settore. Una mancanza di operatori frutto, dice l’Oms, di “decadi di sottoinvestimenti nella loro educazione, formazione, salari, ambiente di lavoro e gestione”. Anche in occasione di quella giornata, era stato sottolineato come nell’Africa Subsahariana tale vuoto di personale si combinasse con l’epidemia di Hiv/Aids, con una stima di 750mila operatori sanitari per una popolazione di 682 milioni persone. In percentuale, l’Oms riporta che questa area, con l’11 per cento della popolazione del pianeta e il 24 per cento del carico complessivo delle malattie, può contare soltanto sul 3 per cento del personale sanitario mondiale.

Paesaggio africano. Foto di Maria Serena Lunghi Personale e formazione. Il vuoto di personale, più in generale, veniva calcolato dall’Oms come superiore a 4 milioni di soggetti impiegati nell’ambito sanitario in 57 Paesi (36 nella sola Africa Subsahariana), con ricadute sulla salute infantile e materna, sulle diverse malattie infettive e croniche, in combinazione con una mancanza di formazione. Il rapporto dell’Oms del 2006 sottolineava la necessità di ulteriori investimenti e passi da compiere  in questo settore. A distanza di poco più di un anno il rapporto di Msf sottolinea ancora una volta la gravità della situazione e l’importanza di interventi urgenti.

 

Valeria Confalonieri

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