30/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La storia di un padre e di suo figlio picchiato a morte in un campo di filtraggio russo

i corridoi delle celleKhalid Daudov e i suoi tre figli sono stati portati via dal loro villaggio nel corso di uno dei tanti rastrellamenti delle forze armate russe. Li hanno condotti al campo di filtraggio Pap-1, un'ex fabbrica automobilistica della Lada alla periferia di Grozny. Dopo una lunga e angosciante attesa è iniziato l’interrogatorio. “Sei un combattente?” gli ha chiesto un ufficiale russo. “No, io non combatto” ha risposto Khalid. Altre domande, altri no. A ogni risposta negativa, un calcio, un pugno, uno schiaffo. Ma Khalid continuava a dire che lui non c’entrava niente con i guerriglieri. Il russo però voleva una confessione, a tutti i costi. E allora è cominciato l’inimmaginabile.

 
I militari russi hanno iniziato a picchiare i figli di Khalid. “Guarda paparino, ti piace?”, gli chiedeva cinicamente l’ufficiale mentre i tre bambini piangevano e urlavano per le botte. Il figlio maggiore Usman, di dieci anni, accasciato sul pavimento per il dolore, guardava suo padre senza parlare. “I suoi occhi terrorizzati – ricorda Khalid – sembravano chiedermi disperatamente ‘Perché?!’. Non scorderò quel suo sguardo. Mi sono sentito morire. In quel momento ho chiesto ad Allah perché mi aveva dato la vita per poi caricare sulle mie spalle una così insopportabile sofferenza”.
prigionieri uccisiDopo alcuni giorni di questo inferno Khalid e i suoi figli sono stati rilasciati dietro pagamento di un riscatto da parte dei parenti. Erano tutti malconci, ma Usman era in condizioni davvero critiche. I calci dei soldati russi gli avevano gravemente danneggiato il fegato e il rene destro. Dopo un mese, Khalid ha seppellito Usman nel cimitero del villaggio. “Io non ho mai combattuto perché mia moglie è morta molti anni fa e io mi sono dovuto prendere cura dei figli – racconta Khalid. Ma sono orgoglioso dei miei fratelli ceceni che con coraggio muoiono in nome della nostra terra, per la salvezza della nostra nazione”.

Controllo-in-cellaTutto questo accadeva nel 2000. A quell’epoca Pap-1 doveva essere stato chiuso assieme alle altre centinaia di campi di filtraggio creati dai russi in tutta la Cecenia per passare al settaccio la popolazione cecena allo scopo di filtrare i buoni dai cattivi. In realtà si tratta di veri e propri campi di concentramento e di tortura. In seguito alle dure proteste di Amnesty International e Human Right Watch, Mosca aveva annunciato la loro chiusura nel giugno del 1997. Ma non è stato così. Secondo Umar Khanbiyev, ex ministro della Sanità del governo indipendentista, oggi rappresentante del governo ceceno in esilio, attualmente in Cecenia sono ancora attivi ottocento ‘campi di filtraggio’.

“I russi e il loro governo fantoccio – spiega Khanbiyev – non hanno chiuso questi campi, li hanno solo trasferiti dalle città a posti più nascosti e inaccessibili. I civili prelevati durante le cosiddette operazioni di pulizia continuano a essere portati in questi posti e torturati senza pietà. In realtà queste operazioni sono dei veri e propri sequestri di massa a scopo di estorsione. Non ha importanza che i prigionieri confessino o meno la loro appartenenza alla resistenza indipendentista. Lo scopo dei militari russi è sterminare il popolo ceceno e arricchirsi. Infatti, se dopo quattro giorni di detenzione non arrivano i parenti del prigioniero con il riscatto (soldi o armi) il prigioniero sparisce per sempre. Si calcola che attualmente siano ventimila i civili ceceni di cui si è persa ogni traccia dopo che sono stati catturati dai russi e dalla polizia del regime filo-russo di Kadyrov. E quasi altrettanti sono ancora rinchiusi nei campi di filtraggio segreti sparsi per il paese”.

interrogatorio di un prigionieroAnche Khanbiyev, sempre nel 2000, era stato rinchiuso in ‘campo di filtraggio’, a Chernokozovo, uno dei più tristemente noti. “Oggi quello di Chernokozovo, solo quello, è stato trasformato in un carcere modello che le autorità filo-russe cecene presentano al mondo come prova della loro umanità. Ma quando ci finii io era un inferno. Mi trovavo nell’ospedale del villaggio di Alkhan-Kala a curare i feriti dei bombardamenti russi, che in quel periodo erano violentissimi. I soldati hanno fatto irruzione nella clinica e hanno portato via tutti quelli che c’erano, 19 medici e 75 pazienti. Ci hanno portati a Chernokozovo, dove ci hanno picchiati e torturati per giorni, senza pietà per nessuno, nemmeno per i pazienti feriti. Ho protestato contro questa crudeltà, ma un ufficiale russo mi ha risposto: 'Puoi essere un dottore, puoi essere anche Dio, tanto non cambia niente: siete ceceni e noi vi uccideremo!’”.

Queste cose succedono regolarmente ancora oggi. Nessuno ne parla solo perché chi prova a raccogliere testimonianze e prove di queste atrocità viene punito con la morte. E’ il caso di Aslan Davletukaev, attivista locale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani Società di Amicizia Russo-Cecena, rapito lo scorso 10 gennaio e ritrovato morto il 26. Il suo cadavere mutilato, con segni di violenze e torture di ogni genere, è la macabra conferma del terrore che regna in questo angolo del Caucaso, nel silenzio e nel disinteresse del mondo intero, che ricorda gli orrori di ieri, ma ignora quelli di oggi.

Enrico Piovesana
Categoria: Tortura
Luogo: Cecenia (Russia)