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Khalid Daudov e i suoi tre figli sono stati portati via dal
loro villaggio nel corso di uno dei tanti rastrellamenti delle forze
armate russe. Li hanno condotti al campo di filtraggio Pap-1, un'ex
fabbrica automobilistica della Lada alla periferia di Grozny. Dopo una
lunga e angosciante attesa è iniziato l’interrogatorio. “Sei un
combattente?” gli ha chiesto un ufficiale russo. “No, io non combatto”
ha risposto Khalid. Altre domande, altri no. A ogni risposta negativa,
un calcio, un pugno, uno schiaffo. Ma Khalid continuava a dire che lui
non c’entrava niente con i guerriglieri. Il russo però voleva una
confessione, a tutti i costi. E allora è cominciato l’inimmaginabile.
Dopo alcuni giorni di questo inferno Khalid e i suoi
figli sono stati rilasciati dietro pagamento di un riscatto da parte
dei parenti. Erano tutti malconci, ma Usman era in condizioni davvero
critiche. I calci dei soldati russi gli avevano gravemente danneggiato
il fegato e il rene destro. Dopo un mese, Khalid ha seppellito Usman
nel cimitero del villaggio. “Io non ho mai combattuto perché mia moglie
è morta molti anni fa e io mi sono dovuto prendere cura dei figli –
racconta Khalid. Ma sono orgoglioso dei miei fratelli ceceni che con
coraggio muoiono in nome della nostra terra, per la salvezza della
nostra nazione”.
Controllo-in-cellaTutto questo accadeva nel 2000. A quell’epoca Pap-1
doveva essere stato chiuso assieme alle altre centinaia di campi di
filtraggio creati dai russi in tutta la Cecenia per passare al
settaccio la popolazione cecena allo scopo di filtrare i buoni dai
cattivi. In realtà si tratta di veri e propri campi di concentramento e
di tortura. In seguito alle dure proteste di Amnesty International e
Human Right Watch, Mosca aveva annunciato la loro chiusura nel giugno
del 1997. Ma non è stato così. Secondo Umar Khanbiyev, ex ministro
della Sanità del governo indipendentista, oggi rappresentante del
governo ceceno in esilio, attualmente in Cecenia sono ancora attivi
ottocento ‘campi di filtraggio’.
“I russi e il loro governo fantoccio – spiega
Khanbiyev – non hanno chiuso questi campi, li hanno solo trasferiti
dalle città a posti più nascosti e inaccessibili. I civili prelevati
durante le cosiddette operazioni di pulizia continuano a essere portati
in questi posti e torturati senza pietà. In realtà queste operazioni
sono dei veri e propri sequestri di massa a scopo di estorsione. Non ha
importanza che i prigionieri confessino o meno la loro appartenenza
alla resistenza indipendentista. Lo scopo dei militari russi è
sterminare il popolo ceceno e arricchirsi. Infatti, se dopo quattro
giorni di detenzione non arrivano i parenti del prigioniero con il
riscatto (soldi o armi) il prigioniero sparisce per sempre. Si calcola
che attualmente siano ventimila i civili ceceni di cui si è persa ogni
traccia dopo che sono stati catturati dai russi e dalla polizia del
regime filo-russo di Kadyrov. E quasi altrettanti sono ancora rinchiusi
nei campi di filtraggio segreti sparsi per il paese”.
Anche Khanbiyev, sempre nel 2000, era stato rinchiuso in
‘campo di filtraggio’, a Chernokozovo, uno dei più tristemente noti.
“Oggi quello di Chernokozovo, solo quello, è stato trasformato in un
carcere modello che le autorità filo-russe cecene presentano al mondo
come prova della loro umanità. Ma quando ci finii io era un inferno. Mi
trovavo nell’ospedale del villaggio di Alkhan-Kala a curare i feriti
dei bombardamenti russi, che in quel periodo erano violentissimi. I
soldati hanno fatto irruzione nella clinica e hanno portato via tutti
quelli che c’erano, 19 medici e 75 pazienti. Ci hanno portati a
Chernokozovo, dove ci hanno picchiati e torturati per giorni, senza
pietà per nessuno, nemmeno per i pazienti feriti. Ho protestato contro
questa crudeltà, ma un ufficiale russo mi ha risposto: 'Puoi essere un
dottore, puoi essere anche Dio, tanto non cambia niente: siete ceceni e
noi vi uccideremo!’”.
Queste cose succedono regolarmente ancora oggi. Nessuno ne parla solo
perché chi prova a raccogliere testimonianze e prove di queste atrocità
viene punito con la morte. E’ il caso di Aslan Davletukaev, attivista
locale dell’organizzazione di difesa dei diritti umani Società di
Amicizia Russo-Cecena, rapito lo scorso 10 gennaio e ritrovato morto il
26. Il suo cadavere mutilato, con segni di violenze e torture di ogni
genere, è la macabra conferma del terrore che regna in questo angolo
del Caucaso, nel silenzio e nel disinteresse del mondo intero, che
ricorda gli orrori di ieri, ma ignora quelli di oggi.