25/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il premier turco Erdogan prospetta un'invasione dell'Iraq per sconfiggere i guerriglieri del Pkk
Un mese fa era arrivata la proposta dell'esercito. Dopo l'attentato suicida di martedì 22 maggio ad Ankara, che le autorità turche hanno subito attribuito ai separatisti curdi, è giunto anche il nulla osta del primo ministro Recep Tayyip Erdogan. La Turchia potrebbe presto approvare un'incursione militare nel nord dell'Iraq, da dove circa 4.000 ribelli del Pkk partono per attaccare i soldati turchi nel sud-est del Paese. Uno scenario prospettato da mesi, ma che dopo le parole del premier non appare più utopistico.

Il primo ministro turco, Recep Tayyip ErdoganLe parole di Erdogan. Se il capo di stato maggiore Yasar Buyukanit lo richiederà ufficialmente al governo, il Parlamento approverà “sicuramente” un attacco militare, ha detto mercoledì sera Erdogan parlando alla tv turca. Senza chiedere un parere agli Stati Uniti, che all'interno della Nato sono gli unici ad avere un esercito più grande di quello turco. “La Turchia non chiede il permesso a nessun Paese. Le altre nazioni dovrebbero anzi appoggiarci. Abbiamo già fatto dei preparativi”, ha ribadito il premier. Dato che finora il generale Buyukanit e i partiti di opposizione accusavano il governo di essere troppo morbido con i guerriglieri, le parole di Erdogan suonano come la conferma che Ankara non è disposta a tollerare la situazione attuale.

Un'immagine di un guerrigliero peshmerga del Puk, a Suleymaniya (foto di U. Fratini)E' già guerra. Una situazione che nel montagnoso sud-est della Turchia a maggioranza curda, con il disgelo di primavera, è già quella di una guerra. Decine di persone, tra militari turchi e guerriglieri curdi, hanno perso la vita nei combattimenti o per l'esplosione di mine. L'ultima, ieri nella provincia di Sirnak, ha ucciso sei soldati. L'esercito turco ha ammassato nella zona centinaia di migliaia di truppe, 50.000 uomini solo lungo il confine con l'Iraq. La forte presenza militare ha conseguenze sulla vita di tutti: in un recente viaggio dell'inviato di PeaceReporter nella zona, uno spostamento in pullman di mezza giornata è stato interrotto da sei posti di blocco dell'esercito.

Un'immagine del valico di confine tra Turchia e IraqLa sfida dei guerriglieri. Nonostante i controlli lungo i 384 km di frontiera con l'Iraq, dove esiste un solo valico, i guerriglieri curdi riescono ancora ad entrare in Turchia; anche perché spesso lo fanno aggirando il confine, passando per l'Iran. Sparpagliati nelle montagne del Kurdistan iracheno con la connivenza delle autorità locali – anche se ieri il ministero degli esteri turco ha detto che l'Iraq ha promesso la sua cooperazione contro i guerriglieri – qui i ribelli del Pkk si addestrano e si ricaricano dopo le incursioni oltreconfine. Il territorio è insomma loro, e per questo non sembrano temere una futura invasione turca. “Ci provino. Non avremmo difficoltà a sconfiggerli”, dice baldanzoso un guerrigliero a PeaceReporter. Solo una settimana fa, il Pkk ha fatto sapere di considerare finito il cessate il fuoco unilaterale dichiarato lo scorso settembre. Il movimento guidato da Abdullah Ocalan, in carcere da otto anni ma ancora considerato il leader dei guerriglieri, ha però negato di essere il responsabile dell'attentato di Ankara. “Noi non uccidiamo civili, solo militari. Le autorità turche organizzano attentati per avere poi scuse per attaccarci”, dice a PeaceReporter un responsabile politico del movimento in Iraq.

Mani legate. Nonostante l'aumentata retorica, gli analisti credono che la Turchia abbia le mani legate. “L'esercito e il governo si stanno passando la palla”, dice Wolfango Piccoli, un esperto di Turchia per l'Eurasia Group. “I militari sanno che un'operazione di terra non farebbe nessuna differenza nel combattere il Pkk: i terroristi sparirebbero velocemente dalle montagne e poi ritornerebbero quando i turchi se ne fossero andati”. Una possibilità più reale sarebbe invece quella di limitate operazioni elitrasportate, o di bombardamenti aerei sui campi di addestramento. “E' già successo lo scorso luglio, ma sia i turchi sia gli americani hanno negato. Potrebbe succedere anche stavolta”, continua Piccoli. Ma è probabile che la questione venga ancora rimandata. Il 4 giugno, una delegazione turca si recherà due giorni a Baghdad per trattare il problema con le autorità irachene. Per almeno altre due settimane, tra Turchia e Kurdistan iracheno promettono di volare solo le parole.

Alessandro Ursic

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