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Candidati a sorpresa. La scorsa
elezione, nel 2000, il presidente Bashar Assad venne eletto con oltre
il 97 percento dei voti, una performance degna di un regime, ottenuta
allora forzando le leggi che gli avrebbero impedito di candidarsi per
via della sua giovane età. Questa volta però, almeno
sulla carta, il presidente potrebbe avere degli avversari. Nei giorni
scorsi alcuni noti dissidenti e oppositori hanno annunciato di aver
proposto la loro candidatura alla presidenza. Sono Abdullah Khalil,
un famoso avvocato di Raqqa, e Moumen Kwefatyeh, ambasciatore siriano in Yemen.
Abdullah
Khalil, membro del Syrian Human Rights Committeee, ha inoltrato la domanda di
partecipazione ma dichiara di nutrire poche speranze che venga
accettata. L'accettazione delle candidature è
prerogativa del Comando Regionale del Partito Baath, un organismo
diretto dallo stesso presidente. Da quando ha proposto la sua
candidatura, racconta l'avvocato Khalil, “i miei clienti hanno
rifiutato di apparire con me in tribunale e altri colleghi hanno
smesso di parlarmi in pubblico”.
Riforme urgenti. Il referendum
insomma è una pratica di facciata, che permise al padre di
Bashar, Hafez, di essere rieletto per 5 mandati di fila. Abdullah
Kalil sa di non avere speranza, ma ha spiegato che la sua candidatura
non è solo simbolica. Ha un programma elettorale completo e se
verrà ammesso alla competizione, lo pubblicherà. Se
invece non verrà ammesso, si appellerà alla Corte
Costituzionale. I candidati a sorpresa si sono infatti approfittati
di una legge siriana che assicura “a ogni cittadino il diritto di
concorrere alla presidenza”. “Aprire la scena anche a personalità
sganciate dal Baath aiuterà il paese a fronteggiare le
pressioni e legittimerà il regime -ha dichiarato l'avvocato
Khalil-. Se vincerà, Bashar diventerà un presidente
legittimo, ma se vincessi io trasformerei il sistema attuale in uno
multi-partitico, in cui anche i Baathisti non verranno discriminati”.
In questo clima di campagna elettorale anche altri dissidenti hanno
fatto sentire la propria voce, come Abdel Halim Khaddam, ex esponente
del Baath in esilio a Parigi, che ha tuonato: ”Assad sta a capo di
una mafia che ha impoverito il paese. Un regime corrotto che nega le
libertà civili. Serve una svolta democratica”. Anche Riad al
Turk, detenuto politico per 17 anni, ha voluto ammonire il
presidente: “Un terremoto potrebbe essere evitato se Bashar
sceglierà la via della riconciliazione, della democrazia e
della lotta alla corruzione -ha detto-.Potrebbe succedere, ma non ci
spererei”
L'amato presidente. Nonostante
le molte critiche al regime, ieri trecentomila siriani sono scesi in
piazza, a Damasco, per manifestare a sostegno del presidente,
sventolando le bandiere del partito Baath e cartelloni con scritto
“Ti amiamo”, “Sì allo sviluppo”, “Sì alla
sicurezza”. Slogan che curiosamente riflettono quelli usati nella
campagna elettorale del presidente. Normalmente in Siria, l'immagine
del presidente campeggia fiera per le strade, nei negozi e in ogni
luogo pubblico, ma lunedì scorso la capitale siriana si è
svegliata tappezzata di migliaia di nuove immagini di Bashar Al Assad
accompagnate da due motti: "Sono con voi" e " Vi amo".
Nonostante le molte critiche e l'abnorme numero di prigionieri
politici in Siria, Assad sa di poter contare sull'argomento della
coesione di fronte al nemico straniero, un pericolo che gli consente
di mantenere le leggi d'emergenza e di perseguitare qualunque forma
di opposizione.Naoki Tomasini