Il reporter Peter Moyo svela i retroscena del contrabbando di diamanti nello Zimbabwe
Arrestato,
interrogato per ore, pedinato e minacciato dai servizi segreti. E'
questa la storia di Peter Moyo, il reporter dell'emittente
sudafricana E-tv che, tra febbraio e marzo, è andato
nello Zimbabwe per indagare sul contrabbando di diamanti. Uscito dal
Paese dopo una rocambolesca fuga, degna del miglior film di James Bond, Moyo ha
svelato un traffico che coinvolge calciatori,
politici, generali, uomini d'affari stranieri, contadini, studenti
universitari e persino il personale dell'Onu. Un traffico che,
secondo le stime della Reserve Bank,
solo negli ultimi mesi è costato al Paese 400 milioni di
dollari.

Contatto.
“Sono entrato nel giro comprando da un ragazzino di sette anni
alcuni diamanti, alla periferia della capitale Harare – rivela a
PeaceReporter Moyo –.
Grazie a lui sono entrato in contatto con alcuni cercatori, che mi
hanno portato nel distretto di Marange (la principale zona
diamantifera del Paese, ndr).
In teoria, i giacimenti della zona sono chiusi a causa delle indagini
sul contrabbando, ma intere famiglie corrompono la polizia per
entrare e cercare le pietre. La stessa cosa che ho fatto io”.
Per
far fronte al traffico illegale, lo scorso dicembre il presidente
dello Zimbabwe Robert Mugabe ha nazionalizzato tutte le concessioni
minerarie, ma ha peggiorato ulteriormente la situazione. Mentre
infatti la Zimbabwe Mining Development Corporation, la
compagnia di Stato, non ha i fondi per estrarre le pietre preziose,
migliaia di semplici cittadini, spesso reclutati come braccianti da
intermediari di politici corrotti, contrabbandano i diamanti
all'estero con la complicità delle forze di sicurezza. “E'
ovvio che a organizzare il traffico siano gli uomini dello Zanu-Pf
(il partito al potere, ndr) – riferisce a PeaceReporter
Moyo – perché sono gli unici ad averne il potere e i
mezzi. Nello scandalo sono coinvolti almeno tre ministri, ma finora
nessuno è finito in carcere”.
Rotte.
Una volta in Sudafrica, i diamanti vengono acquistati da
ricettatori specializzati, che si preoccupano di “riciclarli” e
immetterli nel mercato legale vendendoli alle grandi compagnie del
settore. Da qui, le pietre preziose prendono la via di Israele,
Olanda, Libano o Gran Bretagna per essere tagliate. “In teoria, la
provenienza dei diamanti dovrebbe essere certificata – continua
Moyo – ma quando sono andato al Diamond Trade Center di
Johannesburg per vendere quelli che avevo acquistato nello Zimbabwe
nessuno si è preoccupato di verificarne la provenienza. Anche
perché, una volta che gli intermediari hanno riciclato le
pietre, è praticamente impossibile scoprirne l'origine”. Un
brutto colpo per il Kimberley Process (Kp), il sistema
di certificazione dei diamanti nato nel 2000 proprio per evitare che
venissero messe in commercio pietre di contrabbando o provenienti da
zone di guerra. Contattati da PeaceReporter, i vertici del Kp
hanno preferito non rilasciare dichiarazioni.
Incubo.
“Una volta finito il
documentario, l'ho subito spedito in Sudafrica tramite canali fidati
– continua il reporter –. E' stata una felice intuizione, perché
poco dopo sono cominciati i problemi”. Arrestato dalla polizia per
accertamenti, Moyo viene rilasciato il pomeriggio stesso dietro il
pagamento di una cauzione (“una miseria, al cambio era meno di un
dollaro”, confida ridendo). Il giorno dopo, però, la
situazione si complica. “Alcuni uomini vestiti da poliziotti si
sono presentati a casa e mi hanno prelevato. Mi hanno portato in un
edificio buio, dove mi hanno interrogato per ore sul mio lavoro e su
quello che ero venuto a fare. Alla fine mi hanno rilasciato, ma si
sono tenuti il passaporto”. Tornato alla stazione di polizia due
giorni dopo per reclamare il documento, Moyo scopre che i poliziotti
non sanno nulla né del suo interrogatorio né del
passaporto. “Lì ho capito che a sequestrarmi erano stati gli
uomini dei servizi segreti, manovrati da qualcuno molto in alto –
continua Moyo –. Da quel momento, per quattro giorni, la mia vita è
diventata un inferno”.
Connessioni.
I legami tra i politici e il commercio di diamanti nello Zimbabwe
sono molto stretti: al momento due compagnie, la Bubye Mineral
e la River Ranch Limited, si stanno contendendo a colpi di
denunce lo sfruttamento di due siti minerari. La prima è
controllata da Adele Farquhar, moglie dell'ambasciatore dello
Zimbabwe in Sudafrica, mentre la seconda è diretta dal
generale in pensione Solomon Mujuru, marito della vice-presidente
Joyce Mujuru. Mugabe ha riconosciuto la gravità del problema,
ammettendo il coinvolgimento di personalità di primo piano nel
traffico. Ma, in un Paese preda di una crisi economica senza
precedenti, che ha esaurito le sue riserve di valuta estera e che
vanta un'inflazione del 3700 percento, è difficile non essere
tentati dalle sirene di un'attività illecita che frutta
milioni di dollari in valuta pregiata.
Inchieste.
Finora sono in pochi ad aver indagato sulla vicenda. Inchieste
sono in corso sia in Zimbabwe che all'Onu, ma la vicenda di Moyo è
sintomatica di come le autorità preferiscano gestire la
questione: “Mi hanno pedinato per quattro giorni, minacciando me e
la mia famiglia. Aspettavano che facessi una mossa falsa per
eliminarmi. Ho raccontato la storia ai miei contatti nella polizia e
nell'esercito, ma il vespaio che avevo sollevato era talmente grosso
che nessuno poteva aiutarmi. Fortunatamente, sono riuscito ad
anticipare le loro mosse”. Dopo aver fatto espatriare in Germania i
genitori, Moyo semina i suoi “angeli custodi” con uno
stratagemma. “Un mio amico ha preso la mia auto ed è uscito
dal garage di casa – continua –. Speravo che lo pedinassero
credendo che fossi io. Era l'unica mia possibilità di fuga”.
I servizi ci cascano, così Moyo può lasciare la sua
abitazione nell'auto di suo zio, indisturbato. Ma per evitare i
controlli, è costretto a viaggiare per giorni sugli autobus
notturni. “Scendevo prima di ogni check-point della polizia,
lo aggiravo a piedi e rientravo sul pullman”, ricorda. Dopo quattro
giorni di fuga, e con l'aiuto di qualche amico al di là della
frontiera, Moyo, senza documenti, riesce a rientrare in Sudafrica.
L'incubo è finito. “Almeno ho salvato la pelle – conclude
–. A un mio collega è andata molto peggio: i servizi l'hanno
prelevato in casa una sera, e il giorno dopo il suo cadavere è
stato ritrovato al bordo della strada”.