24/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il reporter Peter Moyo svela i retroscena del contrabbando di diamanti nello Zimbabwe
Arrestato, interrogato per ore, pedinato e minacciato dai servizi segreti. E' questa la storia di Peter Moyo, il reporter dell'emittente sudafricana E-tv che, tra febbraio e marzo, è andato nello Zimbabwe per indagare sul contrabbando di diamanti. Uscito dal Paese dopo una rocambolesca fuga, degna del miglior film di James Bond, Moyo ha svelato un traffico che coinvolge calciatori, politici, generali, uomini d'affari stranieri, contadini, studenti universitari e persino il personale dell'Onu. Un traffico che, secondo le stime della Reserve Bank, solo negli ultimi mesi è costato al Paese 400 milioni di dollari.
 
Un cercatore di diamanti
Contatto. “Sono entrato nel giro comprando da un ragazzino di sette anni alcuni diamanti, alla periferia della capitale Harare – rivela a PeaceReporter Moyo –. Grazie a lui sono entrato in contatto con alcuni cercatori, che mi hanno portato nel distretto di Marange (la principale zona diamantifera del Paese, ndr). In teoria, i giacimenti della zona sono chiusi a causa delle indagini sul contrabbando, ma intere famiglie corrompono la polizia per entrare e cercare le pietre. La stessa cosa che ho fatto io”.
Per far fronte al traffico illegale, lo scorso dicembre il presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe ha nazionalizzato tutte le concessioni minerarie, ma ha peggiorato ulteriormente la situazione. Mentre infatti la Zimbabwe Mining Development Corporation, la compagnia di Stato, non ha i fondi per estrarre le pietre preziose, migliaia di semplici cittadini, spesso reclutati come braccianti da intermediari di politici corrotti, contrabbandano i diamanti all'estero con la complicità delle forze di sicurezza. “E' ovvio che a organizzare il traffico siano gli uomini dello Zanu-Pf (il partito al potere, ndr) – riferisce a PeaceReporter Moyo – perché sono gli unici ad averne il potere e i mezzi. Nello scandalo sono coinvolti almeno tre ministri, ma finora nessuno è finito in carcere”.
 
Rotte. Una volta in Sudafrica, i diamanti vengono acquistati da ricettatori specializzati, che si preoccupano di “riciclarli” e immetterli nel mercato legale vendendoli alle grandi compagnie del settore. Da qui, le pietre preziose prendono la via di Israele, Olanda, Libano o Gran Bretagna per essere tagliate. “In teoria, la provenienza dei diamanti dovrebbe essere certificata – continua Moyo – ma quando sono andato al Diamond Trade Center di Johannesburg per vendere quelli che avevo acquistato nello Zimbabwe nessuno si è preoccupato di verificarne la provenienza. Anche perché, una volta che gli intermediari hanno riciclato le pietre, è praticamente impossibile scoprirne l'origine”. Un brutto colpo per il Kimberley Process (Kp), il sistema di certificazione dei diamanti nato nel 2000 proprio per evitare che venissero messe in commercio pietre di contrabbando o provenienti da zone di guerra. Contattati da PeaceReporter, i vertici del Kp hanno preferito non rilasciare dichiarazioni.
 
Incubo. “Una volta finito il documentario, l'ho subito spedito in Sudafrica tramite canali fidati – continua il reporter –. E' stata una felice intuizione, perché poco dopo sono cominciati i problemi”. Arrestato dalla polizia per accertamenti, Moyo viene rilasciato il pomeriggio stesso dietro il pagamento di una cauzione (“una miseria, al cambio era meno di un dollaro”, confida ridendo). Il giorno dopo, però, la situazione si complica. “Alcuni uomini vestiti da poliziotti si sono presentati a casa e mi hanno prelevato. Mi hanno portato in un edificio buio, dove mi hanno interrogato per ore sul mio lavoro e su quello che ero venuto a fare. Alla fine mi hanno rilasciato, ma si sono tenuti il passaporto”. Tornato alla stazione di polizia due giorni dopo per reclamare il documento, Moyo scopre che i poliziotti non sanno nulla né del suo interrogatorio né del passaporto. “Lì ho capito che a sequestrarmi erano stati gli uomini dei servizi segreti, manovrati da qualcuno molto in alto – continua Moyo –. Da quel momento, per quattro giorni, la mia vita è diventata un inferno”. 
 
Il reporter Peter Moyo
Connessioni. I legami tra i politici e il commercio di diamanti nello Zimbabwe sono molto stretti: al momento due compagnie, la Bubye Mineral e la River Ranch Limited, si stanno contendendo a colpi di denunce lo sfruttamento di due siti minerari. La prima è controllata da Adele Farquhar, moglie dell'ambasciatore dello Zimbabwe in Sudafrica, mentre la seconda è diretta dal generale in pensione Solomon Mujuru, marito della vice-presidente Joyce Mujuru. Mugabe ha riconosciuto la gravità del problema, ammettendo il coinvolgimento di personalità di primo piano nel traffico. Ma, in un Paese preda di una crisi economica senza precedenti, che ha esaurito le sue riserve di valuta estera e che vanta un'inflazione del 3700 percento, è difficile non essere tentati dalle sirene di un'attività illecita che frutta milioni di dollari in valuta pregiata. 

Inchieste. Finora sono in pochi ad aver indagato sulla vicenda. Inchieste sono in corso sia in Zimbabwe che all'Onu, ma la vicenda di Moyo è sintomatica di come le autorità preferiscano gestire la questione: “Mi hanno pedinato per quattro giorni, minacciando me e la mia famiglia. Aspettavano che facessi una mossa falsa per eliminarmi. Ho raccontato la storia ai miei contatti nella polizia e nell'esercito, ma il vespaio che avevo sollevato era talmente grosso che nessuno poteva aiutarmi. Fortunatamente, sono riuscito ad anticipare le loro mosse”. Dopo aver fatto espatriare in Germania i genitori, Moyo semina i suoi “angeli custodi” con uno stratagemma. “Un mio amico ha preso la mia auto ed è uscito dal garage di casa – continua –. Speravo che lo pedinassero credendo che fossi io. Era l'unica mia possibilità di fuga”. I servizi ci cascano, così Moyo può lasciare la sua abitazione nell'auto di suo zio, indisturbato. Ma per evitare i controlli, è costretto a viaggiare per giorni sugli autobus notturni. “Scendevo prima di ogni check-point della polizia, lo aggiravo a piedi e rientravo sul pullman”, ricorda. Dopo quattro giorni di fuga, e con l'aiuto di qualche amico al di là della frontiera, Moyo, senza documenti, riesce a rientrare in Sudafrica. L'incubo è finito. “Almeno ho salvato la pelle – conclude –. A un mio collega è andata molto peggio: i servizi l'hanno prelevato in casa una sera, e il giorno dopo il suo cadavere è stato ritrovato al bordo della strada”. 

Matteo Fagotto

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