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Pene severe. Per gli altri 10 imputati, cinque dei
quali ancora latitanti, sono state emesse condanne tra gli 8 e i 35
anni di carcere. “Non si tratta di un comune omicidio, ma di un
complotto sovversivo”, ha sottolineato Nata Mesarovic, presidente
del tribunale speciale di Belgrado, che ha emesso la sentenza di un
processo iniziato a dicembre 2003, e che ha vissuto un iter pieno di
difficoltà.
Un complotto sanguinoso. Una rete della quale facevano parte
esponenti di spicco della criminalità organizzata serba, la
cosiddetta mafia di Zemun, dal nome di un sobborgo di Belgrado, e
elementi deviati dei servizi segreti serbi. Persone, come lo stesso
Ulemek, compromessi anche negli episodi più gravi della guerra
nei Balcani, quindi a loro volta potenziali obiettivi dell'Aja.
Djindjic rappresentava un problema per queste persone che, secondo la
corte, lo condannarono a morte. Sentenza eseguita il 12 marzo 2003,
appunto, con due colpi di pistola sparati dal killer a Djindjic
mentre scendeva dalla sua macchina, di fronte alla sede del governo
di Belgrado, nel pieno centro della capitale.
I conti con il passato. Una sentenza che non
chiude i conti con il passato, almeno fino a quando sono latitanti
personaggi come Mladic e Karadzic, ma che segna un punto importante
nel processo che la Serbia sta compiendo verso la solidificazione
delle istituzioni democratiche del paese. In questo senso è
molto importante la presenza in aula del presidente serbo Tadic e del
governo, i quali hanno voluto sottolineare come sia la Serbia stessa
a punire i colpevoli della stagione di sangue che ha segnato il
crollo dell'era Milosevic, in collaborazione con la giustizia
internazionale, ma anche in proprio, come risposta a quel milione di
persone che accompagnò la salma di Dijndijc al funerale.Christian Elia
Parole chiave: christian elia, vuk draskovic, zoran dijndijc,