23/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Tutti condannati i 12 imputati nel processo per l'omicidio dell'ex premier serbo Zoran Dijndijc
A quattro anni dall'omicidio dell'ex premier serbo Zoran Djindjic, avvenuto il 12 marzo 2003, è arrivata oggi la condanna di tutti e 12 gli imputati. Le sentenze più dure sono state emesse nei confronti di Milorad Ulemek, il mandante dell'omicidio, e di Zvezdan Jovanovic, l'autore materiale, entrambi condannati a 40 anni di carcere.

il killer di dijndjic, zvedzan jovanovic, in aulaPene severe. Per gli altri 10 imputati, cinque dei quali ancora latitanti, sono state emesse condanne tra gli 8 e i 35 anni di carcere. “Non si tratta di un comune omicidio, ma di un complotto sovversivo”, ha sottolineato Nata Mesarovic, presidente del tribunale speciale di Belgrado, che ha emesso la sentenza di un processo iniziato a dicembre 2003, e che ha vissuto un iter pieno di difficoltà.
Prima un pentito, poi un testimone chiave dell'accusa, sono stati uccisi durante il processo e, a settembre dello scorso anno, il presidente stesso del tribunale si è dimesso denunciando pressioni.
D'altronde gli imputati non erano personaggi qualunque in Serbia. Ulemek in primis era il comandante dei famigerati Berretti Rossi, la forza speciale della polizia serba, ritenuti fedelissimi di Slobodan Milosevic. Ulemek, chiamato anche Legija per i suoi trascorsi nella Legione Straniera francese, secondo la tesi dell'accusa, sarebbe stato l'organizzatore di una rete di personaggi che volevano fermare la politica riformista di Djindjic, primo premier eletto del dopo Milosevic, filoeuropeista e colpevole agli occhi dei suoi detrattori di aver consegnato Milosevic al tribunale dell'Aja per i crimini di guerra nella ex-Jugoslavia.

il premier serbo zoran dijndijc, assassianto il 12 marzo 2003Un complotto sanguinoso. Una rete della quale facevano parte esponenti di spicco della criminalità organizzata serba, la cosiddetta mafia di Zemun, dal nome di un sobborgo di Belgrado, e elementi deviati dei servizi segreti serbi. Persone, come lo stesso Ulemek, compromessi anche negli episodi più gravi della guerra nei Balcani, quindi a loro volta potenziali obiettivi dell'Aja. Djindjic rappresentava un problema per queste persone che, secondo la corte, lo condannarono a morte. Sentenza eseguita il 12 marzo 2003, appunto, con due colpi di pistola sparati dal killer a Djindjic mentre scendeva dalla sua macchina, di fronte alla sede del governo di Belgrado, nel pieno centro della capitale.
L'agguato politico non era peraltro una novità per Ulemek, che al momento sta scontando un'altra condanna a 40 anni di carcere, per aver nel 2000 rapito e ucciso Ivan Stambolic, ex alleato di Milosevic e dopo suo oppositore. Il cadavere di Stombolic venne recuperato solo tre anni dopo l'omicidio. Ulemek sconta infine un'altra condanna ancora per aver attentato alla vita di Vuk Draskovic, oppositore di Milosevic, nel 2000.

milorad ulemek, il mandante dell'omicidio dijndijcI conti con il passato. Una sentenza che non chiude i conti con il passato, almeno fino a quando sono latitanti personaggi come Mladic e Karadzic, ma che segna un punto importante nel processo che la Serbia sta compiendo verso la solidificazione delle istituzioni democratiche del paese. In questo senso è molto importante la presenza in aula del presidente serbo Tadic e del governo, i quali hanno voluto sottolineare come sia la Serbia stessa a punire i colpevoli della stagione di sangue che ha segnato il crollo dell'era Milosevic, in collaborazione con la giustizia internazionale, ma anche in proprio, come risposta a quel milione di persone che accompagnò la salma di Dijndijc al funerale.

Christian Elia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità