24/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'applicazione del Trattato di Ottawa dà i suoi frutti, ma le cluster bomb rischiano di vanificare lo sminamento

Conseguenze degli ordigni inesplosiBando alle mine. A dieci anni dalla sua entrata in vigore, il Trattato di Ottawa per la messa al bando delle mine antiuomo sembra funzionare. Ad annunciarlo sono i funzionari dell'ong 'Handicap International', che la settimana scorsa, in un incontro tenutosi a Bruxelles, hanno confermato la tendenza positiva registrata negli ultimi anni dai rapporti del 'Landmine Monitor', organismo incaricato di verificare l'attuazione del Trattato. Sono diminuiti gli Stati con presenza di ordigni (78 in totale) e procede il processo di sminamento (nel 2005 sono stati bonificati 350 mila chilometri quadrati). Un totale di 700 mila ordigni sono stati distrutti nell'ultimo anno monitorato (maggio 2005-maggio 2006), e quasi 40 milioni dall'adozione del Trattato, nonostante negli arsenali di potenze militari come Usa, Russia e Cina rimangano enormi quantità di mine, rispettivamente 10,4 milioni per gli Usa, 26,5 per la Russia e 110 (stimate) per la Cina. La produzione delle mine è attiva in 13 Paesi, mentre solo 3 Paesi le usano tutt'ora: Myanmar (ex Birmania), Russia e Nepal.

A destra, razione alimentare, a sinistra cluster bombIl rovescio della medaglia. Ma se sul fronte delle mine antiuomo la situazione è in progressivo miglioramento, una nuova battaglia si apre contro le cluster-bomb, con la costituzione di un fronte internazionale guidato dal Belgio, che per primo ha presentato una proposta di legge analoga al Trattato di Ottawa e finalizzata alla messa al bando delle bombe a grappolo. Proprio 'Handicap International' ha diffuso alcuni giorni fa un rapporto dal titolo 'L'impronta letale delle bombe a grappolo su popoli e comunità', dal quale emerge un dato allarmante: nel mondo vi sarebbero ancora 440 milioni di cluster bomb inesplose. Di fatto, la presenza di questi ordigni in aree abitate da civili, rende tali territori in tutto e per tutto uguali a un campo minato. Il problema delle 'cluster bombs' riguarda 24 Paesi, nei quali la popolazione entra consapevolmente nelle aree 'contaminate' per questioni di necessità. Il 98 percento delle vittime sono infatti civili, colpiti mentre conducono le loro quotidiane attività lavorative. Per questo, in Afghanistan, i più a rischio sono i bambini tra i 5 e i 14 anni, tradizionalmente impegnati nel pascolo del bestiame. Oppure in Laos, dove più di mille persone sono morte mentre coltivavano i campi o mietevano il raccolto.

Mine in KurdistanConseguenze a lungo termine. Nel Libano meridionale, a seguito della guerra dei 33 giorni che la scorsa estate ha devastato il Paese, le cluster bomb contaminano il 90 percento del territorio. Dopo il conflitto con Israele, i morti libanesi per cluster bomb sono saliti da due all'anno prima del 2006 a due al giorno nei mesi successivi all'agosto 2006. In Iraq, l'uso massiccio e continuativo di tali munizioni ha lasciato un'eredità pesante, con 4 mila civili uccisi o feriti dalla fine della Guerra del Golfo (nel 1991), il 60 per cento dei quali sono bambini. Ma il prezzo da pagare, per le popolazioni delle aree coinvolte in conflitti, è anche economico. Nelle parti meridionali e centro-meridionali dell'Iraq, l'88 percento delle persone riferiscono di avere un accesso bloccato o limitato in aree agricole o dedicate alla pastorizia. In queste aree, quasi la metà delle vittime era il breadwinner, ovvero l'unica fonte di reddito per intere famiglie. "Le persone colpite - ha sottolineato Samantha Rennie - sono giovani uomini che guadagnano il pane per sé e per la famiglia, famiglie che rientrano nelle proprie case dopo i conflitti e bambini che giocano all'aperto. Le conseguenze delle cluster bomb vanno quindi ben aldilà delle singole vittime". Le cluster bomb sono bombe che si frammentano in centinaia di altre piccole bombe, molte delle quali rimangono inesplose contaminando un'area estesa quanto quattro campi da calcio.

Luca Galassi

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