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Bando alle mine. A dieci anni dalla sua entrata in vigore, il Trattato di Ottawa per la messa
al bando delle mine antiuomo sembra funzionare. Ad annunciarlo sono i funzionari
dell'ong 'Handicap International', che la settimana scorsa, in un incontro tenutosi
a Bruxelles, hanno confermato la tendenza positiva registrata negli ultimi anni
dai rapporti del 'Landmine Monitor', organismo incaricato di verificare l'attuazione
del Trattato. Sono diminuiti gli Stati con presenza di ordigni (78 in totale)
e procede il processo di sminamento (nel 2005 sono stati bonificati 350 mila chilometri
quadrati). Un totale di 700 mila ordigni sono stati distrutti nell'ultimo anno
monitorato (maggio 2005-maggio 2006), e quasi 40 milioni dall'adozione del Trattato,
nonostante negli arsenali di potenze militari come Usa, Russia e Cina rimangano
enormi quantità di mine, rispettivamente 10,4 milioni per gli Usa, 26,5 per la
Russia e 110 (stimate) per la Cina. La produzione delle mine è attiva in 13 Paesi,
mentre solo 3 Paesi le usano tutt'ora: Myanmar (ex Birmania), Russia e Nepal.
Il rovescio della medaglia. Ma se sul fronte delle mine antiuomo la situazione è in progressivo miglioramento,
una nuova battaglia si apre contro le cluster-bomb, con la costituzione di un
fronte internazionale guidato dal Belgio, che per primo ha presentato una proposta
di legge analoga al Trattato di Ottawa e finalizzata alla messa al bando delle
bombe a grappolo. Proprio 'Handicap International' ha diffuso alcuni giorni fa
un rapporto dal titolo 'L'impronta letale delle bombe a grappolo su popoli e comunità',
dal quale emerge un dato allarmante: nel mondo vi sarebbero ancora 440 milioni
di cluster bomb inesplose. Di fatto, la presenza di questi ordigni in aree abitate
da civili, rende tali territori in tutto e per tutto uguali a un campo minato.
Il problema delle 'cluster bombs' riguarda 24 Paesi, nei quali la popolazione
entra consapevolmente nelle aree 'contaminate' per questioni di necessità. Il
98 percento delle vittime sono infatti civili, colpiti mentre conducono le loro
quotidiane attività lavorative. Per questo, in Afghanistan, i più a rischio sono
i bambini tra i 5 e i 14 anni, tradizionalmente impegnati nel pascolo del bestiame.
Oppure in Laos, dove più di mille persone sono morte mentre coltivavano i campi
o mietevano il raccolto.
Conseguenze a lungo termine. Nel Libano meridionale, a seguito della guerra dei 33 giorni che la scorsa estate
ha devastato il Paese, le cluster bomb contaminano il 90 percento del territorio.
Dopo il conflitto con Israele, i morti libanesi per cluster bomb sono saliti da
due all'anno prima del 2006 a due al giorno nei mesi successivi all'agosto 2006.
In Iraq, l'uso massiccio e continuativo di tali munizioni ha lasciato un'eredità
pesante, con 4 mila civili uccisi o feriti dalla fine della Guerra del Golfo (nel
1991), il 60 per cento dei quali sono bambini. Ma il prezzo da pagare, per le
popolazioni delle aree coinvolte in conflitti, è anche economico. Nelle parti
meridionali e centro-meridionali dell'Iraq, l'88 percento delle persone riferiscono
di avere un accesso bloccato o limitato in aree agricole o dedicate alla pastorizia.
In queste aree, quasi la metà delle vittime era il breadwinner, ovvero l'unica fonte di reddito per intere famiglie. "Le persone colpite - ha
sottolineato Samantha Rennie - sono giovani uomini che guadagnano il pane per
sé e per la famiglia, famiglie che rientrano nelle proprie case dopo i conflitti
e bambini che giocano all'aperto. Le conseguenze delle cluster bomb vanno quindi
ben aldilà delle singole vittime". Le cluster bomb sono bombe che si frammentano
in centinaia di altre piccole bombe, molte delle quali rimangono inesplose contaminando
un'area estesa quanto quattro campi da calcio.
Luca Galassi