Il 28 settembre del 2000 il premier israeliano Ariel Sharon fece una ormai storica
passeggiata sull'Haram al-Sharif, la spianata delle moschee, il luogo più sacro
per i musulmani palestinesi, dando inizio all'insurrezione da parte della popolazione
araba, la seconda intifada.

La Spianata delle moschee si trova nella città vecchia di Gerusalemme, è un ampio
e scenografico slargo sul quale sorgono la moschea di al-Aqsa, da cui ha preso
il nome la seconda intifada, e quella di Omar, nota anche come Duomo della Roccia.
La ragione per cui la passeggiata di Sharon venne percepita come un oltraggio
dipese anche dal fatto che è un terreno conteso, perché al di sotto delle moschee
pare sorgesse Tempio di Salomone, sacro agli ebrei, di cui oggi resta traccia
nel muro del pianto.
Dal punto di vista legale la spianata appartiene agli arabi e il sottosuolo ad
Israele. Solo ieri, per rimarcare come in questi quattro anni le pretese israeliane
sull'area non siano cambiate, il ministro per la Sicurezza Interna Gideon Ezra
ha annunciato la necessità di un restauro delle fondamenta, minacciando di rendere
inagibile la spianata durante il prossimo ramadan.
Da quella passeggiata sono passati quattro anni, durante i quali hanno perso
la vita oltre tremila e trecento palestinesi e novecento israeliani. Sia dal punto
di vista economico che sociale, le condizioni di vita di entrambi i popoli sono
peggiorate enormemente. L'analista politico Mahdi Abdelhadi, per spiegare il livello
raggiunto dal conflitto, ha paragonato la crisi attuale alla nakba, la catastrofe,
termine che i palestinesi associano alla creazione, nel '48, dello stato di Israele
e all'espulsione di settecentomila palestinesi. "Quattro anni di violenze hanno
portato molta sfiducia e cancellato i precedenti progressi sulla via della riconciliazione:
come i defunti accordi di Oslo del 1993 e anche la più recente Road Map, sopra
la quale Sharon ha posto l'ancor più controverso piano per il ritiro da Gaza e
ostacoli insormontabili come il muro di separazione contestato anche dalla Corte
Internazionale di Giustizia. "
Solo pochi giorni fa, le autorità israeliane hanno impedito a ottantacinque ufficiali
della polizia palestinese di attraversare il valico di Rafah ed entrare in Egitto
dove avrebbero dovuto ricevere l'addestramento concordato con le autorità israeliane
e quelle del Cairo, nel piano di disimpegno da Gaza.
Da un punto di vista materiale, all'interno dei Territori Occupati, rispetto
ad un tasso di disoccupazione che prima dell'intifada era intorno al 20 per cento,
si è giunti a tassi del 40/50 per cento, con oltre il 15 percento della popolazione
costretta a vivere in assoluta povertà. L'economia ha ricominciato a crescere
solo leggermente nel 2004, ma con un tasso decisamente inferiore ai livelli di
crescita demografica. Dal canto suo anche Israele affronta una crisi economica
dovuta all'aumento esorbitante delle spese militari e al crollo del settore turistico,
che hanno portato agli attuali livelli di inflazione intorno al 10 percento e
al taglio delle spese sanitarie e sociali.
Secondo gli autori di un recente saggio sull'intifada Amos Harel e Avi Issacharoff,
sebbene la seconda insurrezione abbia causato ingenti danni alla società palestinese,
ha avuto almeno l'effetto di convincere l'opinione pubblica israeliana che il
desiderio della popolazione araba di una nazione palestinese indipendente è qualcosa
che non può essere soppresso. "Una netta maggioranza degli israeliani comprende
che oggi non ci sono alternative ad una soluzione che comprenda due stati tra
il Mediterraneo ed il Giordano."
In occasione dell'anniversario dell'intifada, da più parti, sia all'interno dei
Territori

Occupati che dall'ambito della cooperazione internazionale, si è cercato di fare
il punto della situazione: non solo per quantificare i danni e le perdite, ma
anche per comprendere quel che finora si è ottenuto e verso cosa si sta andando.
Una delle voci più oneste e chiare in questi giorni, viene da Mustafa Barghouti,
leader del partito per l'iniziativa democratica palestinese e, da anni, alla testa
di un vastissimo fronte di Ong che gli consente di essere costantemente aggiornato
su quanto accade sul terreno e di informare a sua volta attraverso il sito www.palestinemonitor.org.
Nella conferenza stampa tenuta alla vigilia dell'anniversario odierno, ha preso
in esame le principali questioni relative al conflitto, allo stato dei colloqui
di pace, del disimpegno da Gaza, del muro, della solidarietà internazionale e
degli scenari futuri.
Gli scenari futuri non potranno che essere altrettanto terribili se le armi dello
scontro continueranno ad essere gli attentati contro civili e le uccisioni mirate
dei capi palestinesi, come il caso del militante di Hamas ucciso domenica. Si
chiamava Ezzeddine Sobhi Sheikh Khalil ed è stato colpito da una bomba piazzata
sulla sua auto che è esplosa attivata dal cellulare della vittima. Di grave nel
suo omicidio, oltre all'extra-giudiziarietà, c'è il fatto che sarebbe stato commesso
da esponenti del Mossad a Damasco, in Siria. Il governo israeliano non ha ammesso
apertamente l'azione terrorista, ma da subito ne è stato indicato come autore
e mandante; Yuval Steinitz, membro del Likud alla Knesset, ha dichiarato: " Non
posso né confermare né negare il nostro coinvolgimento, ma posso dire che in linea
di principio, coloro che uccidono noi, sanno di non avere alcuna immunità, né
in Israele né nei Territori e nemmeno nei paesi che danno loro asilo." Il riferimento
vorrebbe indicare Khalil come mandante delle bombe esplose poche settimane fa
su due autobus di Beer Sheva.
Pochi mesi fa, con l'impiego dell'avizione, Sharon, e il Ministro della Difesa
Mofaz, avevano ordinato gli assassinii di Ahmad Yassin, leader spirituale di Hamas,
e il suo successore, Abdel Aziz Rantisi.
L'uccisione di khalil potrebbe fare scattare una nuova fase del conflitto israelo
palestinese, resa molto più pericolosa dall'esportazione della crisi a tutta la
regione. Il consigliere del ministro dell'Informazione Siriano, Ahmed Haj Ali,
ha descritto l'omicidio come "Una codarda azione di terrorismo concepita per mandare
a tutto il mondo il messaggio che (Israele) può colpire chiunque e ovunque in
relazione alla sua agenda interna ".
Immediatamente dopo l'uccisione di Khalil, un portavoce di Hamas, Mushir al-Masri,
ha commentato "Con questo orribile crimine, Israele sta cercando di esportare
la crisi e di trascinare all'inferno l'intera regione."
Al di la degli annunci di vendetta tuttavia, già domenica i quadri di Hamas annunciavano
che non ci sarebbero stati cambi rispetto alla strategia dettata dallo scomparso
sceicco Yassin che diceva: "Noi siamo un movimento di resistenza legittimo che
combatte per la libertà e l'indipendenza; per questo non esporteremo la nostra
battaglia in altre città. " Yassin però è morto, e ancora non si è trovato qualcuno
in grado di evitare che l'ingiustizia israelo-palestinese si allarghi al resto
del Medio Oriente.
Naoki Tomasini