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La famiglia Kugayev viveva alla periferia del villaggio di Tangi-Chu. Quella
notte, come ogni altra, Visa e Rosa avevano messo a letto i loro cinque figli
vestiti di tutto punto, pronti per fuggire rapidamente in caso di pericolo. E
quella notte il pericolo si materializzò intorno all’una, quando il silenzio del
villaggio che dormiva fu spezzato dal rombo dei motori di tre camion militari
russi e dalle secche raffiche di fucili mitragliatori. Così i soldati russi annunciano
solitamente il loro arrivo.
I coniugi Kugayev si svegliarono di soprassalto. Visa corse a svegliare la figlia
maggiore, Elsa, di diciotto anni, dicendole di svegliare i suoi fratelli e sorelle
minori e di scappare. Ma non fecero a tempo. Quattro soldati della 160esima divisione
corazzata dell’esercito russo sfondarono la porta e fecero irruzione in casa.
Tutti si aspettavano il solito comportamento, la solita perquisizione in cerca
di guerriglieri fuggiaschi o di armi, condita da urla, insulti, minacce, botte
e distruzione delle povere suppellettili della casa. Invece no.
Quella notte i militari entrarono in silenzio, puntarono dritti verso la camera
dei figli e presero Khava, la sorella mezzana di tredici anni. Ma subito mollarono
la presa accorgendosi della presenza di Elsa, la maggiore. La presero e la portarono
via, mentre lei urlava chiedendo aiuto ai familiari, che non potevano fare nulla
sotto la minaccia dei kalashnikov puntati addosso. Usciti dalla casa i militari,
Adlan, il fratello più piccolo, corse fuori dalla porta per inseguire la sorella,
ma un soldato lo colpì alla testa col calcio del fucile facendolo svenire.
Elsa venne portata in una caserma, violentata ripetutamente e infine strangolata.
I Kugayev sono fuggiti in Inguscezia, da dove hanno lottato per chiedere giustizia.
E dopo tre anni hanno vinto. Il colonnello Yuri Budanov, che quella notte del
26 marzo 2003 guidava l’operazione dal cassone di un camion, dopo essere stato
assolto in primo grado, è stato condannato in appello a dieci anni di prigione
per rapimento, omicidio e stupro. Purtroppo Budanov è uno dei pochi ufficiali
russi ad aver pagato per le proprie azioni: la giustizia russa tende ad insabbiare
ogni caso che riesca ad arrivare fino in tribunale.
I casi di violenza sessuale su ragazze cecene da parte di militari russi sono
all’ordine del giorno. E costituiscono, oltre che una tragedia e un’ingiustizia
che pesano come macigni sull’immagine del Cremlino, la principale causa di un
fenomeno triste e inquietante. Gli stupri sono la causa principale di conversione
delle donne alla lotta armata, o meglio al terrorismo suicida. Le vittime delle
violenze, che nella società cecena subiscono il biasimo e l’emarginazione da parte
della collettività, si chiudono in loro stesse e spesso si votano alla morte diventando
shaheed, martiri.
E’ stato, ad esempio, il caso delle sorelle Ganiyevys, due kamikaze del commando
ceceno che il 23 ottobre 2002 parteciparono alla famosa azione al teatro Dubrovka
di Mosca. Tutto si risolse con un blitz delle forze speciali russe che, facendo
uso di gas letali, uccisero 118 persone tra ostaggi e sequestratori. Aminat e
Khadizhat, nel 2001 erano state rapite dai soldati russi come Elsa, e come lei
violentate dai militari. Vennero rilasciate. Tornate al loro villaggio non parlarono
più con nessuno. In quel silenzio di vergogna e rancore maturarono la loro decisione
di sacrificare le loro vite per la causa dell’indipendenza cecena.
Purtroppo, la risposta di Mosca a questo fenomeno nuovo delle donne kamikaze
è stata la peggiore possibile. Dopo la tragedia del teatro il Cremlino ha avviato
un’operazione militare in Cecenia mirata a colpire le donne cecene sospettate
di partecipare alla lotta armata separatista. L’operazione “Fatima”, questo il
suo nome in codice, è stata ovviamente pretesto di nuove violenze contro le donne.
E produrrà nuove martiri e nuovi martirii.