22/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La tensione in Libano è sempre più alta
I carri armati e i camion dell’esercito libanese viaggiano in direzione nord, verso la sunnita Tripoli, feudo della famiglia Karame.
Beirut, la capitale, che di solito è super blindata, sembra restare senza protezione, tranne per quelle che sono le case degli zaim, i leader. Quelle case oggi sono protette più che mai da soldati, da transenne e carri armati.

manifestazione filo-siriana e iraniana di hezbollahNuovo fronte. Bisogna andare verso il nord, nei pressi del campo profughi palestinese di Nahar el Bared, che conta 40 mila rifugiati, per assistere alle prove di quello scontro che rischia di trasformarsi, con il passare delle ore, in una vera e propria guerra tra l’esercito libanese e al Fateh al Islam, gruppo armato su cui aleggia l’ombra di al-Qaeda.
Bisogna andare verso nord e visitare questo campo e scoprire l’odio, la miseria e la disperazione.
La battaglia, nonostante la richiesta di cessate il fuoco per evacuare i feriti, nel pomeriggio è ricominciata e sembra essere ancora più violenta. Nuvole di fumo, il fumo dei colpi sparati dall’esercito e dai guerriglieri, prendono forma e s'innalzano tra le case di Naher al Bared. L’esercito libanese, che non può entrare nel campo in base a un accordo concluso nel 1969 secondo il quale la sicurezza nei campi profughi è affidata ai palestinesi stessi, spara dalle postazioni di carri armati posto attorno al campo.
Ancora una volta, come era successo ai tempi della guerra civile libanese (1975-1990), i palestinesi sembrano voler scrivere la storia del Libano.

un'unità dell'esercito libaneseDivisioni sempre più nette. “C’è la Siria dietro alla battaglia che è costata la vita a 48 persone a Tripoli. C’è la Siria dietro l’esplosione avvenuta in una piazza nel quartiere cristiano di Acharafiyya a Beirut. C’è la Siria, perché la Siria vuole indebolire il Libano”. Questo è quello che pensa la maggior parte dei libanesi all’indomani di quello che è successo a Tripoli. Per altri, invece, soprattutto per coloro che vivono nella Beirut cristiana, è “l’ennesimo scontro tra i musulmani. E allora lasciamoli fare”.
Il gruppo al Fateh al Islam è per molti, in Libano, l’ennesimo tentativo della sorella Siria per ingerire negli affari libanesi, soprattutto in vista della luce verde che le Nazioni Unite hanno dato per la formazione di un tribunale internazionale per giudicare i presunti responsabili dell’attentato all’ex premier libanese Rafik al Hariri, nel 2005. Un tribunale che ben presto, come riferisce la stampa libanese negli ultimi giorni, dovrebbe vedere la luce.
Nello stesso tempo, in un altro campo palestinese, colmo di gente senza futuro, di miseria e di rabbia, è circondato su ogni lato dai soldati dell'esercito libanese, la tensione cresce. E’ il campo di Ain al Helwa, dove un altro gruppo armato, stavolta il Jund al Sham (L’esercito del Levante) ha allertato i miliziani. Anche al Jund al Sham sarebbe legato al Qaeda e alla Siria. I libanesi dicono che la colpa è dei palestinesi, come sempre, e dicono anche che agli stranieri piacciono tanto.
La gente a Tripoli ha paura, Ziad ha telefonato e ha detto che tutti sono in casa e che gli scontri tra l’esercito e i guerriglieri sono ricominciati in modo ancora più violento. Ziad ha anche detto di aver visto un uomo a terra sanguinante. Chissà se Ziad si è chiesto se fosse un palestinese o un libanese.
 
E.C. 
Parole chiave: libano,
Categoria: Guerra, Profughi, Politica
Luogo: Libano