I carri armati e i camion dell’esercito
libanese viaggiano in direzione nord, verso la sunnita Tripoli, feudo
della famiglia Karame.
Beirut, la capitale, che di solito è
super blindata, sembra restare senza protezione, tranne per quelle
che sono le case degli zaim, i leader. Quelle case oggi sono
protette più che mai da soldati, da transenne e carri armati.
Nuovo fronte. Bisogna andare
verso il nord, nei pressi del campo profughi palestinese di Nahar el
Bared, che conta 40 mila rifugiati, per assistere alle prove di
quello scontro che rischia di trasformarsi, con il passare delle ore,
in una vera e propria guerra tra l’esercito libanese e al Fateh al
Islam, gruppo armato su cui aleggia l’ombra di al-Qaeda.
Bisogna
andare verso nord e visitare questo campo e scoprire l’odio, la
miseria e la disperazione.
La battaglia, nonostante la richiesta
di cessate il fuoco per evacuare i feriti, nel pomeriggio è
ricominciata e sembra essere ancora più violenta. Nuvole di
fumo, il fumo dei colpi sparati dall’esercito e dai guerriglieri,
prendono forma e s'innalzano tra le case di Naher al Bared.
L’esercito libanese, che non può entrare nel campo in base a
un accordo concluso nel 1969 secondo il quale la sicurezza nei campi
profughi è affidata ai palestinesi stessi, spara dalle
postazioni di carri armati posto attorno al campo.
Ancora una volta, come era successo ai
tempi della guerra civile libanese (1975-1990), i palestinesi
sembrano voler scrivere la storia del Libano.
Divisioni sempre più nette.
“C’è la Siria dietro alla battaglia che è costata
la vita a 48 persone a Tripoli. C’è la Siria dietro
l’esplosione avvenuta in una piazza nel quartiere cristiano di
Acharafiyya a Beirut. C’è la Siria, perché la Siria
vuole indebolire il Libano”. Questo è quello che pensa la
maggior parte dei libanesi all’indomani di quello che è
successo a Tripoli. Per altri, invece, soprattutto per coloro che
vivono nella Beirut cristiana, è “l’ennesimo scontro tra i
musulmani. E allora lasciamoli fare”.
Il gruppo al Fateh al Islam è
per molti, in Libano, l’ennesimo tentativo della sorella Siria per
ingerire negli affari libanesi, soprattutto in vista della luce verde
che le Nazioni Unite hanno dato per la formazione di un tribunale
internazionale per giudicare i presunti responsabili dell’attentato
all’ex premier libanese Rafik al Hariri, nel 2005. Un tribunale che
ben presto, come riferisce la stampa libanese negli ultimi giorni,
dovrebbe vedere la luce.
Nello stesso tempo, in un altro campo
palestinese, colmo di gente senza futuro, di miseria e di rabbia, è
circondato su ogni lato dai soldati dell'esercito libanese, la
tensione cresce. E’ il campo di Ain al Helwa, dove un altro gruppo
armato, stavolta il Jund al Sham (L’esercito del Levante) ha
allertato i miliziani. Anche al Jund al Sham sarebbe legato al Qaeda
e alla Siria. I libanesi dicono che la colpa è dei
palestinesi, come sempre, e dicono anche che agli stranieri piacciono
tanto.
La gente a Tripoli ha paura, Ziad ha
telefonato e ha detto che tutti sono in casa e che gli scontri tra
l’esercito e i guerriglieri sono ricominciati in modo ancora più
violento. Ziad ha anche detto di aver visto un uomo a terra
sanguinante. Chissà se Ziad si è chiesto se fosse un
palestinese o un libanese.
E.C.