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Ordine di sfratto. La notifica, datata 18 aprile, è arrivata all'Unione russa dei giornalisti (Ruj)
solo il 15 maggio scorso dall'agenzia delle proprietà statali 'Rosimushchestvo':
"Avete un mese di tempo - recitava - per liberare gli uffici dove ha sede il vostro
quartier generale". Ricevuta l'intimazione a distanza di appena tre giorni dalla
scadenza, il più grande sindacato russo, che tutela oltre centomila giornalisti,
ha opposto un fermo rifiuto: "Non ci muoviamo". La battaglia legale tra lo Stato
e il sindacato è iniziata alla vigilia della annuale conferenza della Federazione
internazionale della stampa, che si terrà il 28 maggio nella sede della Ruj sottoposta
a sfratto. Circa un migliaio di giornalisti si riuniranno per discutere della
sicurezza dei giornalisti e della 'crisi dell'impunità' per coloro che perseguitano
- e a volte uccidono - gli operatori dell'informazione in Russia. L'ennesimo
attacco contro la libertà di stampa è stato definito dalla Ruj come un sabotaggio
della conferenza, e ha ricevuto le condanne delle principali organizzazioni che
difendono il lavoro e l'attività dei giornalisti. Il comunicato emesso dalla Ruj
accusa l'ente governativo - che possiede pacchetti azionari in tutti i settori-chiave
dell'economia russa, dal gas ai diamanti - di "gettare in mezzo a una strada un'organizzazione
che ha 90 anni di storia, che ha contribuito alla costruzione della democrazia
e che ha difeso senza compromessi gli interessi della categoria, i diritti costituzionali
e le libertà civili della popolazione".
L'ombra lunga del Cremlino. Il fatto che nessuna ragione sia stata addotta a sostegno del provvedimento,
il ridicolo periodo di tempo concesso per lo sgombero dei locali e le voci semi-ufficiali
che vogliono all'origine dello sfratto la decisione di alloggiare nei locali una
nuova televisione (Russia Today), destinata a diffondere all'estero un'immagine
positiva della Russia, sono tutti fattori che suffragano l'opinone corrente sul
clima che giornalisti indipendenti e rappresentanti del dissenso respirano nel
Paese. Dal crollo del comunismo, i media russi sono stati il campo di battaglia
privilegiato tra Stato e soggetti indipendenti. E' un dato di fatto che, negli
ultimi 5 anni, compagnie con stretti legami con il Cremlino abbiano acquistato
media e network (spesso con un curriculum di incontestabile obiettività), oltreché
case editrici e società tipografiche. L'ultima 'acquisizione' è quella del magnate
del metallo, il filogovernativo Alisher Usmanov, che si è comprato il Kommersant,
quotidiano economico notorio per i suoi giudizi equilibrati e spesso elogiato
per la sua posizione critica nei confronti del governo.
Repressione di Stato. E' dei primi di maggio il più recente rapporto sulla libertà di stampa nel
mondo. Redatto dall'organizzazione statunitense 'Freedom House', colloca la Russia
agli ultimi posti della classifica sulla libertà di stampa (164esima su 195 Stati).
Durante il mandato di Putin, tredici giornalisti sono stati assassinati. In nessun
caso mandanti o esecutori degli omicidi sono stati assicurati alla giustizia.
Il mese scorso il presidente russo ha firmato un decreto che istituisce un nuovo
organo per la supervisione dei mass media e di internet, mentre lo scorso anno
una legge ad hoc ha reso la 'critica giornalistica' passibile di inserimento nelle 'attività
estremistiche' che la nuova legge sanziona con misure assai drastiche. In ottemperanza
al provvedimento sono già state chiuse diverse organizzazioni non governative,
accusate di 'minacciare l'indipendenza politica della Federazione russa'. E' il
caso della Società per l'amicizia russo-cecena, ente attivo nella tutela dei diritti
umani e nelle pubblicazioni di rapporti sulla situazione cecena, il cui direttore
è stato accusato di "fomentare l'odio etnico attraverso i media". Repressione,
inettitudine investigativa e indifferenza giudiziaria rimangono le caratteristiche
preminenti dell'atteggiamento di Putin nei confronti dei giornalisti. Caratteristiche
sublimate nell'omicidio di Anna Politkovskaya, la principale accusatrice della
politica russa in Cecenia. Per sette anni, la giornalista ha raccontato abusi,
sparizioni, corruzione, torture, omicidi. Per sette anni è sopravvissuta a minacce,
incarcerazioni, esili forzati, avvelenamenti. Per morire nel luogo paradossalmente
più sicuro per lei: l'atrio di casa, a Mosca, colpita a morte da un sicario mentre
tornava dal fruttivendolo.
Luca Galassi