Un gruppo di studenti palestinesi, a Londra per un progetto di pace, guardano con preoccupazione il futuro della loro terra
scritto per noi da
Cecilia Anesi
Mentre
a Gaza la violenza non accenna a fermarsi, a Londra un gruppo di
giovani palestinesi dell’ Olive Tree Project lavora nella
speranza di raggiungere la pace nella loro terra.
Olive Tree
Project e’ un programma di borse di studio che, annualmente,
offre la possibilità a dodici israeliani e palestinesi di
studiare alla City University di Londra, condividendo gli
appartamenti delle residenze universitarie e promuovendo il dialogo.
Lo spettro della guerra. Per
la prima volta, dal settembre scorso, gli studenti palestinesi del
progetto si trovano a parlare di guerra civile, quando sembra che non
sia più Israele a causare sofferenza, ma un conflitto interno.
Cinque studenti palestinesi siedono attorno ad un tavolo.
Khalil
Bitar, 23 anni , studente di politica e relazioni internazionali con
due occhi color smeraldo, dice rivolto agli altri: “Se qualcuno la
settimana scorsa mi avesse chiesto cosa pensavo della situazione a
casa avrei parlato di Israele e del momento particolarmente difficile
che la Palestina sta attraversando. Oggi, invece, il conflitto è
tra palestinesi. Mi sento come se i palestinesi fossero davvero soli
al mondo”.
“Sono
molto triste di fronte al fatto che i palestinesi combattano tra
loro. E’ una vergogna che dopo tutti questi anni di occupazione,
siamo finiti a spararci addosso tra noi, e questo succede solo per
interessi personali di quelli che ci ‘governano’. Lo fanno per
ottenere più potere, più denaro e per vendette
prsonali, magari su questioni vecchie di trenta anni”, dice Wael
Alsousi, 23 anni, studente di ingegneria informatica originario di
Gaza.
“Vorrei
avere miliardi di sterline per tornare a Gaza e comprare tutte le
armi che girano per strada. Poi alzerei il prezzo dei proiettili alle
stelle, cosi che la gente prima di sparare ci pensi due volte. Quando
sparare non conviene più, vedresti la gente smettere di
sparare laggiù a Gaza”, dice Adwan di Rafah, che si sta
laureando in giornalismo.
Tra polemiche e paure. “Il
problema è che l’Occidente non ha accettato Hamas”, dice
Khalil, “però Hamas è stato democraticamente eletto
dai palestinesi, dopo che per anni Fatah ha fatto una politica di
guerra e corruzione. Non abbiamo mai ottenuto la pace con Israele. E
adesso per la vittoria elettorale di Hamas, la gente è stata
lasciata dieci mesi senza stipendio, senza lavoro e senza la libertà
di muoversi: la striscia di Gaza è una prigione a cielo
aperto. Volete indovinare come si sente la gente? La gente non crede
più nella comunità internazionale, gli attacchi suicidi
aumenteranno e le persone continueranno a combattere tra di loro per
le risorse e per il controllo del territorio.”
“Certo,
la gente e’ esplosa”, commenta Wael. Khalil riprende parola e
racconta. “Quando sono tornato a casa, dopo due anni di Collegio
del Mondo Unito a Hong Kong, ero pieno di speranze e pensavo con
convinzione che la pace si potesse ottenere facilmente. Dopo tre anni
trascorsi a casa, sotto l’occupazione militare, ho vissuto la
resistenza palestinese, che spesso viene illustrata in maniera errata
dai media israeliani. Adesso che sono a Londra e vivo con degli
israeliani, sono maturato e non credo in una pace prodotta dal nostro
governo. Pace per me è quando torno e costruisco la mia
organizzazione, nella quale lavorare assieme a degli israeliani per
aiutare i palestinesi”.
Un futuro incerto. La
domanda principale che si pongono Adwan, Wael, Khalil e gli altri è
come contribuire alla costruzione della pace una volta finiti i loro
studi.
“Il
problema del Medio Oriente non verrà certo risolto da noi –
dice Khalil – ma la chiave sta nell’ educare i giovani israeliani
e palestinesi che vogliono lavorare per un futuro migliore, facendoli
lavorare assieme.” Mazen Zu’bi, 22 anni, di Nazareth, pensa che:
“vivere e studiare insieme sia un primo passo essenziale, ma
bisogna tornare a casa e sviluppare lì i progetti.”
“Prima
o poi s'inzierà a credere alla pace. La Palestina è
ancora piena di gente religiosa e di estrema destra, mentre Israele è
ancora pieno di coloni razzisti che vorrebbero mandare tutti i
palestinesi in Giordania - aggiunge Khalil – c’è la luce
della pace nei ragazzi che stanno lavorando sodo per ottenere la pace
e che non sono pacifisti per partito preso. Noi non lavoriamo per la
pace perché ci piace come idea, ma perché abbiamo
sperimentato sulla nostra pelle la durezza della guerra e abbiamo
visto i nostri fratelli, parenti, amici morirci davanti”, conclude
Khalil, mentre gli altri lo guardano pensierosi.