Ceuta, l'enclave spagnola in Marocco, era la porta d'ingresso in Europa per i migranti. La Spagna ora l'ha blindata
dal nostro inviato
Christian Elia
Guardando
Ceuta su una carta geografica, vengono in mente gli affreschi della
Cappella Sistina, dove la mano di Michelangelo Buonarroti ha dipinto,
tra mille meraviglie, lo slancio tra Dio e Adamo, che protendono le
braccia l'uno verso l'altro per toccarsi le mani.
La
Spagna e l'Europa si slanciano così, come sotto il peso
dell'Occidente, verso la penisola che si tende dalle coste
dell'Africa.
Ceuta, la Spagna in
Africa. E' qui che il mito ha
collocato le cosiddette Colonne d'Ercole, un tempo limite fisico e
filosofico dell'uomo. Eppure ancora oggi, che il mito è stato
sfatato, quello
stretto continua a rappresentare un confine inviolabile
per migliaia di africani che tentano di raggiungere l'Europa nella
speranza di una vita migliore. Così lontani, eppure così
vicini. Nel punto più stretto, le coste dei continenti segnano
una distanza di appena 15 miglia marine, e le misure diventano
infinitesimali quando si arriva a Ceuta, dove solo una rete divide
Europa e Africa. Ceuta è, assieme a Melilla, un pezzo di
Spagna incastonata in Africa, un'enclave rimasta della Corona
spagnola nonostante la decolonizzazione.
Tutto
a Ceuta parla di Spagna, con un senso d'appartenenza ostentato e un
regime fiscale agevolato, dove è impossibile rendersi conto
che tutt'attorno è Africa. Un tempo forse le figure velate,
che camminano in fretta, avrebbero indicato un elemento di
specificità, ma ormai rappresentano un tratto comune a tutta
l'Europa e non si nota più alcuna differenza. Il re del
Marocco Mohammed VI sembrava intenzionato a riaprire l'annosa
polemica sulla sovranità della città, ma anche quella è
finita nel calderone delle trattative serrate che, negli ultimi 3
anni, corrono sull'asse diplomatico Madrid – Rabat, e che ruotano
tutte attorno a un grande perno: l'immigrazione clandestina.
La porta chiusa.
“Per farle capire come sono cambiate le cose le faccio un esempio:
dall'inizio del 2007 solo due marocchini sono riusciti a passare
dall'altra parte. Negli anni scorsi la media era di 20-25 persone al
giorno”. A parlare è Mohammed Bouissef Rekab, madre
spagnola e padre marocchino, scrittore e docente universitario di
letteratura spagnola a Ceuta e a Tetuan. Figlio delle due culture:
marocchino di nascita e formazione, ha scelto di raccontare le sue
storie usando la lingua spagnola. Un ponte, un legame tra la cultura
europea e quella marocchina, che percepisce i problemi dei migranti,
ma che riesce a fare suo anche il punto di vista degli spagnoli. Nei
suoi racconti e nei suoi romanzi ricorrono spesso i luoghi e i volti
della migrazione, i sogni e le paure di coloro che lasciano la loro
vita per gettarsi verso un futuro migliore. Come si può
raccontare la migrazione? “Non inventando nulla, parlando solo di
quello che c'è, che esiste e che nessuno può negare.
Quasi tutta la letteratura sull'argomento, soprattutto in Europa, si
limita alla narrazione del 'viaggio', spesso solo in senso fisico”,
racconta Rekab seduto a un tavolino di uno dei mille bar che
puntellano la turistica Ceuta, “io cerco di raccontare lo stato
d'animo, le sensazioni che finiscono nel grande affare che
rappresenta l'immigrazione. Nessuno parte se non è costretto,
e nessun riuscirebbe a passare se non gli fosse consentito”.
Il grande affare.
Lo sguardo di Rekab si fa duro, dietro gli occhiali con i quali
guarda distrattamente il via vai del
paseo de Revellin, la
grande via pedonale del centro di Ceuta. “Come può un
disperato arrivare in Spagna se non ha trovato lungo il cammino una
rete di complicità, di persone che per il proprio tornaconto
personale si girano dall'altra parte?”, chiede lo scrittore
marocchino, “ufficialmente tutti parlano di un grande problema, sia
in Marocco che in Spagna, una piaga da guarire. In realtà ci
guadagnano tutti. I poliziotti marocchini e i traghettatori, i
poliziotti spagnoli e gli imprenditori. I
sin papeles
fanno comodo, perché permettono di avere manodopera a basso
costo. Vede, a Ceuta la comunità spagnola e quella marocchina
convivono in pace, il 30 percento della popolazione è composta
da spagnoli di origine marocchina. Ma qui prospera la mafia e le
connessioni con il racket dell'immigrazione clandestina sono
fortissime. Conosco storie di persone che hanno pagato migliaia di
euro per arrivare a Barcellona o altrove, ma come avrebbero potuto
senza complicità?”.
Adesso
non è più così però, l'aria sta
cambiando. “La società spagnola, come tutte quelle
occidentali, è caratterizzata da compartimenti stagni: ogni
classe non si cura di quello che accade fino a quando non si sente
minacciata”, spiega Rekab, “l'immigrazione clandestina è
andata bene a tutti fino a quando ha rappresentato solo un elemento
di sfruttamento economico, quindi conveniente. Poi però, nelle
città spagnole, il problema dell'integrazione e della
convivenza si è fatto spinoso e allora l'atteggiamento della
Spagna e dell'Unione europea è cambiato. A quel punto
bisognava fare qualcosa. E allora, almeno per Ceuta, il problema è
stato risolto...quando si è deciso davvero di farlo”.
L'enclave blindata.
I migranti non hanno smesso di partire ovviamente, ma le rotte sono
cambiate. I barconi si lanciano nell'oceano Atlantico salpando dalla
Mauritania o dal Sahara occupato dal Marocco, ma non più da
Ceuta, puntando verso le isole Canarie. Ma com'è stato risolto
il 'problema'? Cosa ha fatto cambiare atteggiamento al governo
marocchino, al punto da mettere in atto una vera e propria guerra ai
migranti? L'episodio più grave di questo nuovo corso, fatto
di brutalità e abusi da parte della polizia marocchina, si è
verificato alla fine del 2005, quando venne aperto il fuoco su un
gruppo di migranti che tentava di saltare la rete che divide Ceuta
dall'Africa. Decine di migranti rimasero uccisi, non si sa ancora se
dal fuoco marocchino o spagnolo. Da quel momento, Ceuta è
diventata sempre più blindata. Le reti metalliche costruite
attorno alla frontiera sono raddoppiate, arricchite di filo spinato.
E la zona è stata militarizzata, con una presenza discreta ma
massiccia di polizia e militari, che si scorgono camminare armati
fino ai denti anche nelle viuzze di Ceuta, tra turisti in ciabatte e
commercianti indaffarati. Questo, però, è solo
l'aspetto più evidente rispetto a un livello più
profondo, per vedere il quale è necessario passare la
frontiera.
Così lontani,
così vicini. Per farlo
basta recarsi in
plaza de Africa, che porta nel suo nome l'unica
concessione che la città fa alla sua collocazione geografica,
e prendere un taxi che, in 10 minuti di corsa lungo il mare del
Mediterraneo, giunge alla frontiera con il Marocco. Passati i
controlli si attraversa una terra di nessuno, dove sembrano sospese
migliaia di vite, affastellate le une sulle altre in un sempiterno
mercato, dove vengono scambiate merci di tutti i tipi. Centinaia di
donne marocchine, abbigliate con i vestiti della tradizione, portano
sulle spalle balle di mercanzia colorata, mentre gli uomini sono
intenti nel carico e scarico dei camioncini o in una fumata di
kif.
Sul ciglio delle collinette che
circondano la frontiera corrono donne, uomini e bambini che si
muovono frenetici nello spazio tra le due frontiere, come se in
quello spazio compresso i ritmi si facessero frenetici per necessità.
Appena giunti alla frontiera marocchina si presenta una spianata di
taxi per Tetuan, Tangeri o Chefchaoun, in attesa di passeggeri. Una
corsa verso Tetuan costa poco più di 10 euro, ben spesi per
cogliere il senso della politica spagnola verso il Marocco.
In
attesa del futuro. “Tetouan
vi piacerà, è una meraviglia!”, urla contento al
volante Ahmed, cercando di sovrastare il volume della musica che
proviene dall'autoradio della sua Mercedes anni Ottanta. “La gente
del nord del Marocco è uguale agli europei: aperta e
socievole. Mica come quelli del sud, chiusi e provinciali”,
racconta il tassista. E' proprio vero che esiste sempre qualcuno più
a sud di te. “Noi non emigriamo, chi ce lo fa fare? Io ho la mia
casetta, il mio lavoro. Qui tutto cresce in fretta, c'è piena
occupazione da noi. Quelli che emigrano sono quelli del sud, che non
hanno lavoro”. Poche centinaia di metri dal confine tutto cambia,
la Spagna cede progressivamente il passo al Marocco, a cominciare dal
generoso uso della bandiera nazionale. Un chilometro e scattano due
ore di fuso orario, puntello burocratico per una differenza da
rimarcare a tutti i costi. Tutto il litorale che corre tra Ceuta e
Tetouan è un enorme cantiere: migliaia di operai, stravolti
dal sole a picco, costruiscono alberghi, villaggi turistici,
ristoranti e piantano alberi. “Ecco, qui sorgerà un grande
albergo, qui un meraviglioso hotel”, racconta Ahmed, con un brillio
negli occhi che neanche gli occhiali da sole riescono a celare. Il
tutto mentre guida con una mano sul volante e una sul poggiatesta del
passeggero. Indica fiero cantieri che sembrano appartenergli, per
l'orgoglio con il quale li racconta. “Tutta roba di prima scelta
sa”, fa notare, “tutta roba europea. I fondi sono spagnoli.
Grandi catene alberghiere e imprese edili, grande business, qualità
occidentale. Sarà bellissimo!”. L'entusiasmo di Ahmed è
contagioso, coinvolge con la sua fiducia nel futuro che scorre veloce
fuori dalla macchina. E' impercettibile la distanza che separa il suo
entusiasmo per lo sviluppo della sua terra da quello per il fatto che
tutto sembrerà ancora più europeo. Ed è in
questi cantieri, in questi investimenti, che sta la risposta alle
domande su Ceuta e su quelle Colonne d'Ercole di nuovo erette. Soldi
in cambio di controllo, semplicemente un business al posto di un
altro. Quelli stessi imprenditori che per anni hanno guadagnato sulla
pelle dei migranti lo fanno ancora, solo in un modo differente. Con
la benedizione del governo spagnolo e marocchino, che hanno entrambi
da guadagnare. E il tour forsennato compiuto dal ministro degli
Esteri spagnolo Moratinos in Africa negli ultimi anni, imitato
peraltro dai ministri di Italia e altri paesi europei, acquista un
senso nelle palme piantate dagli operai per fare ombra ai turisti
fantasma che arriveranno a frotte, come assicura Ahmed mettendo su
una cassetta di Adriano Celentano, convinto di far felici i suoi
passeggeri europei.