Scritto per noi da
Meri Calvelli
Anche questa notte è passata tra
sparatorie e scontri violenti tra Hamas e Fatah. Gli attacchi sono
mirati sugli uomini della sicurezza preventiva, che vengono prelevati
direttamente a casa. Sono mirati alle strutture, ai ministeri, alle
agenzie dell'una e dell'altra parte, ai campi di addestramento
militare e tutto ciò a cui è possibile sparare per
distruggere.

Sono oltre 40 le vittime negli ultimi
cinque giorni di questa assurda battaglia; la gente è chiusa
in casa, i negozi sono serrati e nessuno si azzarda ad andare presso
i pochi posti di lavoro, perché cecchini e checkpoint lo
impediscono. Chi arriva non sa poi se potrà ritornare. Ieri
per metà della giornata decine di giornalisti palestinesi, di
tutte le agenzie stampa, gli unici presenti che cercano di coprire
gli eventi, sono stati assediati e bersagliati all'interno dei loro
edifici, dove ha sede anche la Tv Palestine. Si può dire che
ormai il livello di conflitto è alto e l'idea che presto Gaza
possa diventare permanentemente terra di conflitto tra famiglie e
signori della guerra non è remota.

Purtroppo, trasformare anche Gaza
nell'ennesima Somalia è un piano studiato da lungo tempo.
Lo dimostra il fatto che nessuno della
comunità internazionale ha risposto alle centinaia di appelli
della società civile palestinese, che chiedeva protezione,
fine dell'occupazione, apertura delle frontiere, fine dell'embargo. È
da un anno e mezzo, dalla vittoria delle elezioni democratiche di
Hamas, che un intero popolo deve pagare pesantemente per questa
scelta. Un anno e mezzo chiusi dentro la prigione di Gaza, con le
frontiere chiuse, senza possibilità di intraprendere nessuna
attività economica, senza poter lavorare, percepire uno
stipendio, ricevere e commerciare i loro prodotti. Una situazione
aggravata dal blocco totale degli aiuti umanitari, che da sempre
tengono soggiogato e ricattato questo popolo di rifugiati.

La dolorosa situazione economica ha
decisamente contribuito alla rottura delle strutture sociali. Legge e
ordine sono saltati, le invasioni e i bombardamenti israeliani hanno
accresciuto la disperazione tra i residenti di Gaza, la maggior parte
dei quali è colpevole solo di vivere dentro questa Striscia.
L'autorità palestinese, sotto questo embargo economico
internazionale, non è stata in grado di dare risposte alle
richieste della popolazione. Si è creato un forte disagio:
la povertà è all'80 %, la disoccupazione al 40%. Non
solo, il 40% della popolazione giovanile sta scappando da questa
terra. In questa situazione la gente si è ripiegata sulla
famiglia e sulle tribù di appartenenza (la famiglia intesa
nella sua forza anche militare). Qui più è grande la
famiglia, maggiore è il potere. Ma la cosa più
incredibile è che durante questo pesante embargo sono riuscite
ad entrare ingenti quantità di armi che sono state messe in
mano a chiunque.
Forse, se questo governo avesse potuto
lavorare senza boicottaggio, le forze coinvolte avrebbero trovato dei
compromessi. Invece l'idea di accerchiarli e di stroncarli, sia
economicamente che fisicamente, li ha sicuramente incattiviti. Oggi
la situazione è senza ritorno. Le fazioni, sia quella di Fatah
che quella di Hamas, si sono preparate secondo i loro piani per
arrivare allo scontro finale. A marzo le due fazioni hanno formato un
governo di unità nazionale con l'accordo della Mecca. Le due
parti avrebbero dovuto lavorare insieme nel governo unito, ma gli
armati, fedeli alle due fazioni, hanno iniziato la dura battaglia per
le strade. Ieri, la società civile ha tentato di scendere in
strada per fermare gli scontri: gente disperata ma ancora cosciente
che tutto questo non serva alla causa palestinese. Questa mattina
Gaza si e' risvegliata in fretta, pescatori e lavoratori hanno
ripreso il ritmo approfittando della fragile tregua, in attesa del
rientro del Presidente. "I problemi" dicono, "non sono
finiti, ma una speranza vogliamo ancora averla".