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Il discorso
incriminato. Davanti all'assemblea episcopale Benedetto XVI ha detto: “Ma, che cosa ha significato
l'accettazione
della fede cristiana per i Paesi dell'America Latina e dei Caraibi?
Per essi ha significato conoscere ed accogliere Cristo, il Dio
sconosciuto che i loro antenati, senza saperlo, cercavano nelle loro
ricche tradizioni religiose. Cristo era il Salvatore a cui anelavano
silenziosamente. Ha significato anche avere ricevuto, con le acque
del Battesimo, la vita divina che li ha fatti figli di Dio per
adozione; avere ricevuto, inoltre, lo Spirito Santo che è
venuto a fecondare le loro culture, purificandole e sviluppando i
numerosi germi e semi che il Verbo incarnato aveva messo in esse,
orientandole così verso le strade del Vangelo. In effetti,
l'annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in
nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né
fu un'imposizione di una cultura straniera”.
Papa Woityla. E proprio per questo
la Chiesa di Giovanni Paolo II, che aveva sì celebrato la data
del 12 ottobre 1492 come quella dell' “arrivo del Vangelo nel Nuovo
Mondo”, ma aveva anche chiesto perdono per le terribili ingiustizie
che hanno dovuto subire gli abitanti del Centro e del Sud America in
nome di Gesù durante la colonizzazione.
“Occupano
un posto privilegiato nel cuore e nell’affetto del Papa i
discendenti degli uomini e delle donne che popolavano questo
continente quando la croce di Cristo venne piantata quel 12 ottobre
del 1492 – aveva dichiarato Giovanni Paolo II nell’ambito della
commemorazione del V Centenario dell’inizio dell’evangelizzazione
del Nuovo Mondo, lunedì 12 ottobre 1992, in un discorso a
Santo Domingo - Come potrebbe la chiesa, che con i suoi religiosi,
sacerdoti e vescovi é sempre stata accanto agli indigeni,
dimenticare, in questo V Centenario, le sofferenze enormi inflitte
agli abitanti di questo Continente durante l’epoca della Conquista
e della colonizzazione? Bisogna riconoscere in tutta sincerità
gli abusi commessi, dovuti alla mancanza d’amore da parte di quelle
persone che non seppero vedere negli indigeni dei fratelli, figli
dello stesso Dio Padre”.
“Lo stato usò
la Chiesa per fare il lavoro sporco – spiega Dionito José de
Souza, capo della tribù Makuxi, di Roraima – ma già
Giovanni Paolo II ci aveva chiesto perdono. Come mai il Papa adesso
sta facendo sì che la Chiesa di Roma torni sui suoi passi?”.
“Ripudiamo le dichiarazioni del Papa – aggiunge Sandro Tuxa, che
comanda il movimento tribale del Nordest – dire che la decimazione
del nostro popolo rappresenta una purificazione è offensivo e,
francamente, fa paura”.
Papa Ratzinger. Bendetto XVI, in realtà, ha
seguito molto le linee del discorso di Giovanni Paolo II, ma non ha
fatto nessun riferimento alle “sofferenze enormi” patite dagli
indigeni, provocando, dunque, la reazione esattamente opposta a
quella suscitata dal suo predecessore. Papa Ratzinger ha detto: “Il
Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche
storia e cultura. L'utopia di tornare a dare vita alle religioni
precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non
sarebbe un progresso, bensì un regresso. In realtà,
sarebbe un'involuzione verso un momento storico ancorato nel passato.
La saggezza dei popoli originari li portò fortunatamente a
formare una sintesi tra le loro culture e la fede cristiana che i
missionari offrivano loro. Di lì è nata la ricca e
profonda religiosità popolare, nella quale appare l'anima dei
popoli latinoamericani. Questa religiosità si esprime anche
nella devozione ai santi con le loro feste patronali, nell'amore al
Papa e agli altri Pastori, nell'amore alla Chiesa universale come
grande famiglia di Dio che non può né deve mai lasciare
soli o nella miseria i suoi propri figli. Tutto ciò forma il
grande mosaico della religiosità popolare che è il
prezioso tesoro della Chiesa cattolica in America Latina, e che essa
deve proteggere, promuovere e, quando fosse necessario, anche
purificare”.
Stella Spinelli
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