La disillusione degli algerini, in vista delle elezioni, nel racconto di uno dei tanti giovani del paese
scritto per noi da
Amar Bouzawer
Le elezioni in Algeria sembrano un
altro tentativo, l’ennesimo, di dare credibilità a un modo
di fare politica confuso e basato sull’interesse personale prima e
su quello nazionale poi. Un tentativo di legittimare un sistema
corrotto, contraddittorio e di chi fa finta di ignorare gli elementi
base della democrazia o almeno li aggira.
Spiragli di luce, in un quadro fosco. E
che, mentendo a se stesso sapendo di mentire, cerca di convincere
l’opinione pubblica ad andare alle urne oggi, non per esprimere il
suo diritto costituzionale o una scelta democratica, che significa
coscienza e maturità per la società algerina, ma
piuttosto a partecipare in massa per legittimare ancora di più
questo potere presso le cancellerie occidentali. A queste ultime non
interessa un bel niente della democrazia altrove, ma solo i loro
interessi energetici e per loro è meglio un regime corrotto
che uno stato teocratico, come in Iran. Grazie a questo meccanismo i
paesi occidentali vengono ricattati: perché se si votasse
democraticamente sarebbe netta la vittoria degli islamisti (moderati
e non) che lavorano da sempre sul terreno, vicino alla gente, e
predicando in nome dell’Islam vissuto come una fonte indiscutibile.
Bisogna dire anche però che il governo algerino, grazie alle
esportazioni di idrocarburi, con il prezzo del petrolio che è
passato da 14 dollari al barile fino a 72 dollari, ha aumentato le
entrate tanto da dare un po' di respiro alla popolazione e di
riavviare dei progetti congelati da anni, oltre a lanciarne di nuovi,
come le infrastrutture e le riforme sociali e pedagogiche che daranno
senz’altro molto all’Algeria. Ma non basta, perché questo
governo non ha saputo dare risposte a tante domande tra le quali la
disoccupazione, la corruzione e soprattutto sul rapporto elettore-
eletto,cittadino-stato. Manca quindi la fiducia tra il popolo e le
sue istituzioni, dovuto a tanti fattori storico-sociali e alla
politica del padre-padrone del presidente Bouteflika, dove i partiti
di opposizione non vengono quasi mai consultati su temi cruciali
dell’interesse nazionale. Un esempio di questo atteggiamento è
la storia di Benflis, ex delfino di Bouteflika nelle presidenziali
del 2004 e della dirigenza del suo partito Fln, allontanato grazie a
magistrati svegliati di notte per annullare il congresso del partito
e costringerlo a candidarsi da indipendente.
Astensione e disperazione. Un altro
aspetto dell'atteggiamento padronale del presidente è l’uso
spregiudicato dei mass-media pubblici, diventati apparato di
propaganda del potere, dove i partiti non partecipano se non in
qualche occasione e soprattutto quando serve a dare una bella
immagine internazionale del paese in vista delle elezioni. Ancora risalta l’incapacità
del governo e delle istituzioni di gestire l’affare al-Khalifa Bank
(un crack finanziario milardario di una grande banca d'affari), nota
anche come la truffa del secolo, limitandosi a perseguire il padrone
della banca e i suoi manager, ma lasciando da parte il mancato
controllo delle istituzioni, nonostante il coinvolgimento di alcuni
ministri dell'attuale esecutivo, o la mancanza di una legislazione
adeguata in merito. D'altronde tutti i ministri hanno la strana
abitudine, quando vengono intervistati su qualunque cosa, di
rispondere: “Come indicato da sua eccellenza il presidente della
repubblica... come nel programma del presidente che noi siamo
impegnati ad attuare” e cosi via. Tutto questo trasmette alla società
l'invito a delegare gli interessi dell’Algeria e del suo popolo a
delle irresponsabili, visto che tutto è nelle mani del
presidente. Trasmette l'idea che tutto è lecito se si
ubbidisce al potere e se si è furbi, ma non incide sulla
trasparenza e sul controllo popolare delle istituzioni. Queste elezioni quindi
sembrano le
solite, proposte come una straordinaria trasformazione moderna, ma
che perpetuano lo stesso potere, incapace di agire nell’interesse
dell’Algeria e di cercare di guidare una società dove il 70
percento della popolazione è al di sotto dei 30 anni. Giovani
che hanno una grande voglia di vivere e di condividere i loro sogni,
con i telefonini e con internet, mentre vengono invece ignorati da
questo potere che parla un linguaggio obsoleto. Questa distanza è
molto pericolosa, perché dopo 10 anni di guerra serrata contro
il terrorismo integralista, sconfitto nel confronto diretto con il
potere, sembra che sia cambiata la strategia dei guerriglieri che,
adeguandosi ai tempi, globalizzano la loro propaganda affiliandosi ad
al-Qaeda. E andando a pescare le nuove reclute nei sobborghi
periferici, tra i disperati disoccupati senza nessuna fiducia nel
presente, nel futuro e neanche nel loro passato, ma soprattutto in un
sistema politico che non ha niente a che vedere con loro e con i loro
problemi quotidiani. Un sistema corrotto e nepotista, dove i politici
si vedono solo per le elezioni, e ai quali la gente non può
chiedere: “Cosa avete fatto per noi? Perché dobbiamo votare,
visto che tutto è già deciso?”, e dove l'astensionismo sembra l'unica risposta
possibile.