16/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Salvatore Mancuso, narcotrafficante leader delle Auc, accusa il vice di Uribe e tre generali dell'Esercito
La cupola del governo di Alvaro Uribe sta tremando sotto i colpi d'ascia di Salvatore Mancuso, la testa pensante dell'Autodifesa Unita della Colombia, che ieri ha vuotato il sacco sulle collusioni fra uomini di potere e paramilitari. Nella lista eccellente l'attuale vicepresidente della Repubblica, Francisco Santos e quattro generali.

Salvatore MancusoLa sua verità. Erano giorni che il capo del temuto “Bloque Catatumbo” aveva annunciato di voler rendere pubblica la sua verità, tanto che l'intero paese e in particolare i parenti delle centinaia di migliaia di vittime cadute per mano di paramilitari dai mandanti misteriosi, l'aspettava con ansia. Le parole del carismatico capo mafia colombiano, leader del traffico di droga internazionale, hanno descritto un quadro inquietante. Il primo episodio riferito riguarda il vicepresidente di Uribe, con il quale, assieme all'altro leader indiscusso del paramilitarismo, ora morto, Carlos Castaño, si sarebbe riunito a El Volador de Tierralta, una vereda della provincia di Cordoba, per discutere del “funzionamento” delle autodifese in quell'area. Secondo Mancuso, fu allora che Santos manifestò il “desiderio di replicare il medesimo modello a Bogotá”. “Cercammo quindi chi potesse dirigere le Auc laggiù – ha raccontato il capo paramilitare - fino a che non venne fuori il nome del capitano Rojas (arrestato per aver venduto armi alle Auc), il quale passò poi il comando a Miguel Arroyave (morto)”. Secondo Mancuso sono state almeno quattro le riunioni con l'attuale vicepresidente, avvenute sia sulla Costa che nella capitale. Fra queste, una che si svolse con alcuni giornalisti nella sede de El Tiempo, il giornale più importante del paese.

Francisco Santos e Alvaro UribeNarcos e politica. Ma oltre a Francisco Santos, Salvatore Mancuso rammenta anche Juan Manuel Santos, ministro della Difesa, che avrebbe partecipato ad almeno due riunioni con lui e Castaño, sempre nella città di Cordoba. “Durante la chiacchierata, Santos chiese a Castaño se l'allora presidente Ernesto Samper fosse compromesso con il narcotraffico e Castaño gli rispose di sì e che poteva provarlo”. Fu in quel momento che Santos, secondo quanto riferito dal leader paramilitare, propose loro “una sorta di colpo di Stato”, idea che girò nei corridoi del palazzo fino ad arrivare alle orecchie dello stesso Samper, che cominciò a parlare di “cospiratori”. Era il 1995, anno in cui effettivamente venne aperto un procedimento a carico del presidente, in quanto accusato di aver pagato la propria campagna elettorale con i soldi dei narcos. Dato che in Colombia a giudicare il presidente della Repubblica è lo stesso Congresso, i parlamentari decisero di esonerare Samper da ogni carica. Quindi toccò al suo ministro della Difesa e a quello del Tesoro, rispettivamente Fernando Botero Zea e Santiago Medina, che vennero giudicati e incarcerati per riciclaggio e furto aggravato. Nonostante le tante prove raccolte su cartelli della droga impegnati a sostenere la sua ascesa al potere, l'allora presidente si è sempre dichiarato innocente e vittima di un complotto.

Alvaro Uribe e i capi dell'EsercitoI generali. Nella deposizione non giurata di Mancuso, che arriva a ricostruire i fatti fermandosi al 1997, non mancano né un'allusione al senatore Mario Uribe e a incontri per compravendita di voti, né riferimenti alle alte sfere dell'Esercito. In particolare ha menzionato tre generali, che in quel momento ricoprivano cariche di responsabilità nella regione di Cordoba e nell'Urabá, zona dove Mancuso ha cominciato l'attività paramilitare: Iván Ramírez, Rito Alejo del Río e Martín Orlando Carreño.
Ramirez, comandante della Prima Divisione dell'Esercito, ha assicurato di averlo incontrato più volte, spiegando che fu lui a fargli conoscere il generale Alfonso Manosalva, ormai morto ma allora comandante della Quarta Brigata e implicato in uno dei massacri che più hanno scioccato la Colombia. Quello di El Aro, nel dipartimento di Ituango.
 
Parata militareA braccetto. Ma è del generale Rito Alejo del Rio, che qualcuno definisce ironicamente il pacificatore dell'Urabá, che il capo Auc più ha parlato, indicandolo come l'artefice dell'espansione paramilitare in quella regione. In particolare fa riferimento a due incontri, a cui hanno partecipato l'immancabile Carlos Castaño e “El Aleman”, leader smobilitato: “Una si svolse a Tolová (Tierralta-Córdoba) e l'altra nella finca “La 21” a San Pedro, nell'Urabà. Nel secondo incontro il generale arrivò con un elicottero civile ma indossava l'uniforme”. Mentre su Carreño, che è succeduto a Del Rio a capo della famigerata Brigata 11 de Carepa e quindi diventato comandante dell'Esercito, ha precisato che ordinava azioni congiunte dei suoi soldati con i paramilitari in base a precise mappe inviate a Mancuso. Quindi un riferimento all'attuale ambasciatore in Austria ed ex direttore nazionale della Polizia Rosso José Serrano. Secondo il leader Auc, l'ufficiale intervenne affinché lui stesso e l'altro capo paras Jorge 40 venissero liberati dal carcere de La Guajira. “Ll paramilitarismo – ha quindi concluso – non era che un politica di Stato”. E ha rimandato ai prossimi giorni altre rivelazioni.
 
Parata militareLe reazioni. “Mancuso è un malintenzionato”, ha dichiarato il ministro della Difesa, spiegando di aver incontrato due volte Castaño per discutere di un eventuale processo di pace, che avrebbe dovuto includere sia i paras sia le parti contrapposte Farc ed Eln. “Se questa è la verità che il signor Mancuso intende raccontare, il paese rimarrà molto deluso”, ha aggiunto. Di “vendetta” contro le operazioni fatte contro i paras parla, invece, il generale Orlando Carreño, ora in lizza per diventare governatore di Santander, che ha qualificato le sue parole come calunniose. “E' falso (riferendosi al pattugliamento congiunto militari-paramilitari che Mancuso lo accusa di aver più volte ordinato). Mancuso, quando ancora non era ricercato, entrava nella Brigata, ma non può dire che io pattugliavo con lui o che ero io ad averlo ordinato alle mie truppe. Questa è una calunnia. Mancuso entrava nella Brigata come un qualsiasi cittadino. Avevamo un'organizzazione di amici della Brigata e c'erano persone di ogni condizione. Andava alle cerimonie come altri invitati, ma nessun autorità mi ha mai mandato una nota per dirmi 'questo signore è un paramilitare'”. La via del silenzio era stata inizialmente intrapresa da presidenza e da vicepresidenza. Poi Uribe, durante un'intervista a radio Caracol, ha precisato fi avere ''piena fiducia nella struttura morale del vicepresidente e dei membri del mio governo”. Per lui, le accuse al suo vice sono una freccia diretta al cuore del suo potere. Il momento è tragico per il governo e decidere il da farsi è cosa ardua: qualificare come false le dichiarazioni di Mancuso metterebbe in dubbio l'intero processo di smobilitazione dei paramilitari, tanto voluto da Uribe e dalla sua legge appositamente varata Giustizia e Pace.

Stella Spinelli

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