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Esito scontato. L'Algeria di oggi è molto differente da quella di allora, ma gli attentati dell'11
aprile scorso ad Algeri, che hanno causato la morte di 30 persone, hanno riproposto
il tema del terrorismo islamico, che insieme alla corruzione e allo sviluppo economico
sono stati i temi di una campagna elettorale sotto tono, caratterizzata da una
serie di comizi annullati per scarsa affluenza. Ed è proprio il dato della partecipazione
al voto che interessa di più gli osservatori internazionali, che prevedono una
scarsa affluenza, legata alla scarsa attesa attorno ai risultati, considerata
la scontata vittoria del Fronte Nazionale di Liberazione (Fln), l'ex partito unico
che guidò il paese all'indipendenza dalla francia negli anni Sessanta e che adesso
è il capofila di una coalizione a tre con gli islamici moderati del Movimento
della Società di Pace (Msp) e i liberali del Raggruppamento Nazionale Democratico
(Rnp). Altri concorrenti di un certo spessore, oltre a una serie di liste più
piccole, sono il Partito dei Lavoratori (Pt), formazione di sinistra guidata da
Louiza Hanoune e il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (Rcd), guidato
da Said Sadi, che rappresenta la minoranza berbera, radicata nella regione della
Cabilia. Le scarse aspettative verso il voto sono rappresentate dalle parole di
Sadi che, annunciando la partecipazione al voto, dopo il boicottaggio di quelle
del 2002, ha dichiarato: “In queste elezioni ci saranno brogli, come sempre. Ma
adesso dobbiamo partecipare, per dire la nostra”. In linea con le idee di Sadi
un'altro partito, che però ha deciso di boicottare il voto: il Fronte delle Forze
Socialiste (Ffs), altra formazione radicata in Cabilia. Inviti al boicottaggio
sono venuti anche dagli ex leader delle formazioni islamiste del Fis e di El Islah.
Il senso di Boutef per il potere. Ma come mai tanta disillusione? La causa è, nel bene e nel male, il presidente
dell'Algeria, Abdelaziz Bouteflika, 70 anni, leader del Fln al potere dal 1999
e rieletto nel 2004. Boutef, come lo chiamano gli algerini, è il centro di gravità
permanente della politica algerina dell'ultimo decennio. E' l'uomo che, prima
con la Legge di concordia nazionale del 1999 e poi con la Carta per la pace e
la riconciliazione nazionale approvata con un referendum e in vigore dal 1 marzo
2006, ha chiuso i conti con i massacri della guerra civile. In realtà i conti
non si sono mai chiusi, e la lotta con gli integralisti islamici non è mai terminata,
ma le sue iniziative hanno garantito alla popolazione civile un senso di sicurezza
smarrito negli anni bui, confinando la violenza sulle montagne delle zone meno
abitate. Non a caso le sue cattive condizioni di salute, rese pubbliche dal ricovero
a Parigi nel 2005, che lo hanno portato a ridurre al minimo le apparizioni pubbliche,
preoccupano un'opinione pubblica che si chiede chi e come ne prenderà il posto.
Boutef, riapparso in pubblico proprio nei giorni scorsi per un comizio in vista
del voto del 17 maggio, smentisce di essere in difficoltà e anzi rilancia, dichiarando
guerra alle ultime frange della lotta armata e traghettando il paese nell'economia
di mercato dopo lo statalismo degli anni Novanta.
Il colore dei soldi. Proprio l'economia rappresenta il fiore all'occhiello della presidenza di Boutef. Secondo i dati del Mediterranean Investment Project Observatory, organismo che monitora i dati macroeconomici dei paesi del bacino mediterraneo,
l'Algeria ha nell'ultimo anno triplicato gli investimenti diretti dall'estero,
raggiungendo la somma di 2,2 milioni di euro. I partner stranieri mostrano quindi
di riconoscere all'economia algerina enormi potenzialità, agevolate dalla politica
di riforme economiche varate dal governo negli ultimi tempi. Secondo il Fondo
Monetario Internazionale, nel 2006, l'Algeria è riuscita a far crescere il Prodotto
Interno Lordo, ad aumentare le risorse valutarie, a far diminuire la disoccupazione
e il debito estero e a tenere sotto controllo l'inflazione. L'economia internazionale
ha valutato positivamente le privatizzazioni avviate nel settore pubblico, e fanno
gola a molti le future privatizzazioni che interesseranno i colossi nazionali
del petrolio, del gas, delle ferrovie e delle telecomunicazioni. La performance
più significativa è stata quella del debito estero, ridotto in anticipo dal 34
al 4 percento del Pil in negli ultimi anni. Solo nel 2004, il governo algerino
ha saldato debiti per 10 miliardi di euro, e annullato un debito con la Russia
di 3,5 miliardi di euro in cambio di materie prime. Tutto questo è stato possibile
con una gestione molto più trasparente e razionale dei proventi della vendita
del petrolio e del gas che, rispetto al passato, sono stati investiti in istruzione,
edilizia pubblica, sanità e infrastrutture. Boutef si è poi rivelato molto abile
nel giocare con spregiudicatezza sul tavolo della 'guerra delle risorse', legandosi
a tutti e a nessuno. Il piano quinquennale di sviluppo economico sarà sostenuto
dagli Stati Uniti con 60 miliardi di dollari e Algeri e Washington stanno lavorando
a un progetto comune per lo sviluppo dell'energia nucleare. Stesso tavolo con
la Russia, assieme alla quale il governo algerino lavora a un cartello dei paesi
produttori di gas. Infine con la Cina, alle cui aziende è stato appaltato il mega
progetto dell'autostrada che correrà lungo la costa algerina. Anche grazie a queste
iniziative, l'Algeria è a un passo dall'ingresso nell'Organizzazione Mondiale
del Commercio, visto che la comunità internazionale dimostra di credere alla stabilità
politica ed economica raggiunta dal paese, anche se ancora troppo dipendente dagli
idrocarburi. Tutto questo però rischia di essere messo in crisi dal ritorno del
terrorismo, in particolare nel settore del turismo, dove l'Algeria non è riuscita
ancora a crescere come il vicino Marocco. Gli attentati dell'11 aprile sono suonati
come un monito per Boutef e per l'Algeria lanciata verso il futuro.
Il ritorno della violenza. Le violenze non sono mai cessate dalla fine della guerra civile, ma il governo
era riuscito a isolare l'ultimo nucleo di irriducibili: il Gruppo Salafita per
la Predicazione e il Combattimento (Gspc). Nato nel 1998 da una costola del Gruppo
Islamico Armato (Gia), il gruppo armato che non si era arreso alla sconfitta del
Fis, il Gspc ha sempre rappresentato un problema per il governo algerino, ma come
espresso nel suo manifesto politico puntava solo a obiettivi militari, lasciando
in pace i civili. Alla fine del 2006 però, qualcosa è cambiato. All'improvviso,
l'incubo dei servizi segreti di mezzo mondo prende corpo, e il numero due di al-Qaeda
al-Zawahiri benedice l'ingresso del Gspc nell'organizzazione di Osama bin Laden.
Proprio quando, poco dopo, l'ex leader del Gspc Hassan Hattab annuncia di essere
pronto a trattare con il governo di Algeri. In realtà Hattab è già stato estromesso
dal potere, passato nelle mani di Abou Moussab Abdelwadoud, alias Abdelmalek Droukel,
sanguinario veterano della guerra civile.
Diritti al buio. Questo però, secondo i detrattori di Boutef, più che un rischio è l'ennesima
mossa da maestro del presidente. Tutti gli oppositori del leader del Fln lo hanno
infatti sempre accusato di usare la paura del terrorismo per guadagnarsi il sostengo
popolare. Una prova di questo, secondo i suoi accusatori, sarebbe proprio la Carta
che ha rimesso in libertà quasi 3mila miliziani coinvolti nella guerra civile.
Inoltre è atteso per la fine del 2007 un nuovo referendum, per la riforma della
Costituzione che, secondo alcune indiscrezioni, aumenterà ancora i già vasti poteri
del presidente, assicurandogli un mandato di 7 anni invece degli attuali 5 e la
possibilità di candidarsi per un terzo mandato, possibilità al momento negata
a Boutef che nel 2009 terminerà il suo secondo incarico. Quale miglior stimolo
per gli algerini a votare una riforma della Costituzione, sostengono i detrattori
del presidente, che la paura di perdere Boutef? Che peraltro, sempre secondo i
critici, in questa strategia ha un fiero alleato a Washington, con il quale collabora
al Plan Sahel, un accordo con i paesi della zona che permetterà di rendere sempre
più massiccia la presenza militare statunitense in Africa. Per lottare contro
al-Qaeda, ovviamente. Inoltre il governo algerino sostiene che il retroterra dei
miliziani fondamentalisti sia la regione della Cabilia, patria ribelle della minoranza
berbera, dove una rivolta di qualche anno fa venne repressa nel sangue su ordine
di Boutef. Come dire: due piccioni con una fava. L'idiosincrasia per l'opposizione
è l'aspetto di Boutef che resta ancora molto discusso. Reporter sans Frontiere, l'organizzazione che si batte per la libertà di stampa nel mondo, riconosce
al presidente che l'amnistia concessa a luglio dello scorso anno a tutti i giornalisti
accusati di “diffamazione alle autorità” ha permesso la scarcerazione di molti
cronisti in galera, ma accusa il governo di fare un uso ancora spregiudicato della
possibilità di arrestare un giornalista per “offesa all'Islam” e per la “denigrazione
dell'immagine internazionale dell'Algeria o della Carta di riconciliazione nazionale”.
Ed è proprio la Carta ad essere nel mirino di organizzazione non governative come
Amnesty International o Human Rights Watch, che accusano il governo di utilizzare la tortura nelle carceri e di aver optato
per il colpo di spugna sulla guerra civile, che cancella i crimini dei fondamentalisti,
ma anche quelli non meno gravi dei militari.
Christian Elia