16/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Elezioni legislative in Algeria, ma è sempre il presidente l'ago della bilancia del paese
Giovedì 17 maggio prossimo, in Algeria, si terranno le elezioni legislative. Saranno circa 19 milioni gli algerini che si recheranno alle urne per eleggere i 389 deputati dell'Assemblea popolare nazionale. Sarà la terza volta che accade dal 1991, quando la vittoria al primo turno del Fronte Islamico di Salvezza (Fis), sigla che univa i partiti islamisti, causò la reazione dei vertici dell'esercito, che invalidarono il voto e arrestarono i leader del Fis. L'intervento scatenò una sanguinosa guerra civile che, in un decennio, costò la vita a circa 200mila persone, in larga parte civili.

un'immagine dell'attentato ad algeri dell'11 aprile 2007Esito scontato. L'Algeria di oggi è molto differente da quella di allora, ma gli attentati dell'11 aprile scorso ad Algeri, che hanno causato la morte di 30 persone, hanno riproposto il tema del terrorismo islamico, che insieme alla corruzione e allo sviluppo economico sono stati i temi di una campagna elettorale sotto tono, caratterizzata da una serie di comizi annullati per scarsa affluenza. Ed è proprio il dato della partecipazione al voto che interessa di più gli osservatori internazionali, che prevedono una scarsa affluenza, legata alla scarsa attesa attorno ai risultati, considerata la scontata vittoria del Fronte Nazionale di Liberazione (Fln), l'ex partito unico che guidò il paese all'indipendenza dalla francia negli anni Sessanta e che adesso è il capofila di una coalizione a tre con gli islamici moderati del Movimento della Società di Pace (Msp) e i liberali del Raggruppamento Nazionale Democratico (Rnp). Altri concorrenti di un certo spessore, oltre a una serie di liste più piccole, sono il Partito dei Lavoratori (Pt), formazione di sinistra guidata da Louiza Hanoune e il Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (Rcd), guidato da Said Sadi, che rappresenta la minoranza berbera, radicata nella regione della Cabilia. Le scarse aspettative verso il voto sono rappresentate dalle parole di Sadi che, annunciando la partecipazione al voto, dopo il boicottaggio di quelle del 2002, ha dichiarato: “In queste elezioni ci saranno brogli, come sempre. Ma adesso dobbiamo partecipare, per dire la nostra”. In linea con le idee di Sadi un'altro partito, che però ha deciso di boicottare il voto: il Fronte delle Forze Socialiste (Ffs), altra formazione radicata in Cabilia. Inviti al boicottaggio sono venuti anche dagli ex leader delle formazioni islamiste del Fis e di El Islah.

abdelaziz bouteflika, presidente dell'algeria dal 1999Il senso di Boutef per il potere. Ma come mai tanta disillusione? La causa è, nel bene e nel male, il presidente dell'Algeria, Abdelaziz Bouteflika, 70 anni, leader del Fln al potere dal 1999 e rieletto nel 2004. Boutef, come lo chiamano gli algerini, è il centro di gravità permanente della politica algerina dell'ultimo decennio. E' l'uomo che, prima con la Legge di concordia nazionale del 1999 e poi con la Carta per la pace e la riconciliazione nazionale approvata con un referendum e in vigore dal 1 marzo 2006, ha chiuso i conti con i massacri della guerra civile. In realtà i conti non si sono mai chiusi, e la lotta con gli integralisti islamici non è mai terminata, ma le sue iniziative hanno garantito alla popolazione civile un senso di sicurezza smarrito negli anni bui, confinando la violenza sulle montagne delle zone meno abitate. Non a caso le sue cattive condizioni di salute, rese pubbliche dal ricovero a Parigi nel 2005, che lo hanno portato a ridurre al minimo le apparizioni pubbliche, preoccupano un'opinione pubblica che si chiede chi e come ne prenderà il posto. Boutef, riapparso in pubblico proprio nei giorni scorsi per un comizio in vista del voto del 17 maggio, smentisce di essere in difficoltà e anzi rilancia, dichiarando guerra alle ultime frange della lotta armata e traghettando il paese nell'economia di mercato dopo lo statalismo degli anni Novanta.

il logo della sonatrach, la compagnia petrolifera nazionale algerinaIl colore dei soldi. Proprio l'economia rappresenta il fiore all'occhiello della presidenza di Boutef.  Secondo i dati del Mediterranean Investment Project Observatory, organismo che monitora i dati macroeconomici dei paesi del bacino mediterraneo, l'Algeria ha nell'ultimo anno triplicato gli investimenti diretti dall'estero, raggiungendo la somma di 2,2 milioni di euro. I partner stranieri mostrano quindi di riconoscere all'economia algerina enormi potenzialità, agevolate dalla politica di riforme economiche varate dal governo negli ultimi tempi. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2006, l'Algeria è riuscita a far crescere il Prodotto Interno Lordo, ad aumentare le risorse valutarie, a far diminuire la disoccupazione e il debito estero e a tenere sotto controllo l'inflazione. L'economia internazionale ha valutato positivamente le privatizzazioni avviate nel settore pubblico, e fanno gola a molti le future privatizzazioni che interesseranno i colossi nazionali del petrolio, del gas, delle ferrovie e delle telecomunicazioni. La performance più significativa è stata quella del debito estero, ridotto in anticipo dal 34 al 4 percento del Pil in negli ultimi anni. Solo nel 2004, il governo algerino ha saldato debiti per 10 miliardi di euro, e annullato un debito con la Russia di 3,5 miliardi di euro in cambio di materie prime. Tutto questo è stato possibile con una gestione molto più trasparente e razionale dei proventi della vendita del petrolio e del gas che, rispetto al passato, sono stati investiti in istruzione, edilizia pubblica, sanità e infrastrutture. Boutef si è poi rivelato molto abile nel giocare con spregiudicatezza sul tavolo della 'guerra delle risorse', legandosi a tutti e a nessuno. Il piano quinquennale di sviluppo economico sarà sostenuto dagli Stati Uniti con 60 miliardi di dollari e Algeri e Washington stanno lavorando a un progetto comune per lo sviluppo dell'energia nucleare. Stesso tavolo con la Russia, assieme alla quale il governo algerino lavora a un cartello dei paesi produttori di gas. Infine con la Cina, alle cui aziende è stato appaltato il mega progetto dell'autostrada che correrà lungo la costa algerina. Anche grazie a queste iniziative, l'Algeria è a un passo dall'ingresso nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, visto che la comunità internazionale dimostra di credere alla stabilità politica ed economica raggiunta dal paese, anche se ancora troppo dipendente dagli idrocarburi. Tutto questo però rischia di essere messo in crisi dal ritorno del terrorismo, in particolare nel settore del turismo, dove l'Algeria non è riuscita ancora a crescere come il vicino Marocco. Gli attentati dell'11 aprile sono suonati come un monito per Boutef e per l'Algeria lanciata verso il futuro.

il leader dell'organizzazione di al-qaeda in iraq abdulouadoudIl ritorno della violenza. Le violenze non sono mai cessate dalla fine della guerra civile, ma il governo era riuscito a isolare l'ultimo nucleo di irriducibili: il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (Gspc). Nato nel 1998 da una costola del Gruppo Islamico Armato (Gia), il gruppo armato che non si era arreso alla sconfitta del Fis, il Gspc ha sempre rappresentato un problema per il governo algerino, ma come espresso nel suo manifesto politico puntava solo a obiettivi militari, lasciando in pace i civili. Alla fine del 2006 però, qualcosa è cambiato. All'improvviso, l'incubo dei servizi segreti di mezzo mondo prende corpo, e il numero due di al-Qaeda al-Zawahiri benedice l'ingresso del Gspc nell'organizzazione di Osama bin Laden. Proprio quando, poco dopo, l'ex leader del Gspc Hassan Hattab annuncia di essere pronto a trattare con il governo di Algeri. In realtà Hattab è già stato estromesso dal potere, passato nelle mani di Abou Moussab Abdelwadoud, alias Abdelmalek Droukel, sanguinario veterano della guerra civile.
E Abdelwadoud annuncia la svolta: a dicembre 2006 vengono colpiti alcuni dipendenti di una compagnia Usa che lavorano in Algeria. E' l'inizio di una nuova strategia che comprende attacchi a civili e a interessi occidentali nel paese. Il gruppo punta alla leadership regionale, cambiando il suo nome in Organizzazione di al-Qaeda in Maghreb. Anche la Tunisia, il Marocco e il Mali sono coinvolti e attentati vengono preparati, minacciati o eseguiti, come appunto l'11 aprile 2007. Il rischio che l'Algeria possa ricadere nella spirale della lotta armata potrebbe allontanare gli investitori stranieri, rendendo vane le performance economiche di Boutef e dei suoi accoliti. Il governo, per impedire tutto questo, mobilita più di 10mila uomini dei corpi speciali in una grande operazione antiterrorismo, senza esclusione di colpi.

una delle donne che, ogni settimana, scende in piazza ad algeri e chiede la verità sui desaparecidos della guerra civileDiritti al buio. Questo però, secondo i detrattori di Boutef, più che un rischio è l'ennesima mossa da maestro del presidente. Tutti gli oppositori del leader del Fln lo hanno infatti sempre accusato di usare la paura del terrorismo per guadagnarsi il sostengo popolare. Una prova di questo, secondo i suoi accusatori, sarebbe proprio la Carta che ha rimesso in libertà quasi 3mila miliziani coinvolti nella guerra civile. Inoltre è atteso per la fine del 2007 un nuovo referendum, per la riforma della Costituzione che, secondo alcune indiscrezioni, aumenterà ancora i già vasti poteri del presidente, assicurandogli un mandato di 7 anni invece degli attuali 5 e la possibilità di candidarsi per un terzo mandato, possibilità al momento negata a Boutef che nel 2009 terminerà il suo secondo incarico. Quale miglior stimolo per gli algerini a votare una riforma della Costituzione, sostengono i detrattori del presidente, che la paura di perdere Boutef? Che peraltro, sempre secondo i critici, in questa strategia ha un fiero alleato a Washington, con il quale collabora al Plan Sahel, un accordo con i paesi della zona che permetterà di rendere sempre più massiccia la presenza militare statunitense in Africa. Per lottare contro al-Qaeda, ovviamente. Inoltre il governo algerino sostiene che il retroterra dei miliziani fondamentalisti sia la regione della Cabilia, patria ribelle della minoranza berbera, dove una rivolta di qualche anno fa venne repressa nel sangue su ordine di Boutef. Come dire: due piccioni con una fava. L'idiosincrasia per l'opposizione è l'aspetto di Boutef che resta ancora molto discusso. Reporter sans Frontiere, l'organizzazione che si batte per la libertà di stampa nel mondo, riconosce al presidente che l'amnistia concessa a luglio dello scorso anno a tutti i giornalisti accusati di “diffamazione alle autorità” ha permesso la scarcerazione di molti cronisti in galera, ma accusa il governo di fare un uso ancora spregiudicato della possibilità di arrestare un giornalista per “offesa all'Islam” e per la “denigrazione dell'immagine internazionale dell'Algeria o della Carta di riconciliazione nazionale”. Ed è proprio la Carta ad essere nel mirino di organizzazione non governative come Amnesty International o Human Rights Watch, che accusano il governo di utilizzare la tortura nelle carceri e di aver optato per il colpo di spugna sulla guerra civile, che cancella i crimini dei fondamentalisti, ma anche quelli non meno gravi dei militari.
Le elezioni del 17 maggio sembra insomma una sorta di plebiscito su Boutef, e sulle luci e sulle ombre del suo potere.

Christian Elia

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