
Il ristorante dell’hotel Marhaba, il più rinomato e frequentato
della città vecchia di Peshawar, era affollato di clienti venuti per il pranzo
quando
un attentatore suicida è entrato nel locale e si è fatto esplodere. Il bilancio
è pesantissimo: almeno 25 morti e decine di feriti. La scena presentatasi ai soccorritori
è stata drammatica: pezzi di corpi e cadaveri straziati erano sparsi tra le
macerie del locale semidistrutto dalla potente deflagrazione.
Tre attentati in
pochi mesi. A Peshawar dintorni simili attentati sono sempre più frequenti.
Il 27 gennaio un kamikaze si era fatto esplodere nel centro
cittadino, uccidendo 17 poliziotti, tra cui il capo della polizia locale.
Il 28 aprile a Charsadda, 20 chilometri a nord di Peshawar,
il ministro degli Interni pachistano Aftab Sherpao è scampato per un soffio a
attentato
suicida contro di lui, nel quale sono rimaste uccise 28 persone.
Opera degli integralisti.
Dietro questi attacchi ci sono i movimenti integralisti islamici filo-talebani
che
così rispondono alla
campagna militare che il regime del generale Musharraf porta
avanti da anni – su pressione degli Stati Uniti – contro i militanti fondamentalisti
presenti nelle Aree Tribali (Fata) e nelle Province Nord-occidentali (Nwfp) confinanti
con l’Afghanistan.
La città di Peshawar si trova sulla linea del fronte di
questa guerra interna che ha causato finora oltre 3.500 morti dal 2004, di cui
700
solo quest’anno.
Un clima già pesante.
L’attentato di oggi cade in un momento già molto delicato per il Pakistan, dove
il regime di Musharraf è minacciato – per la prima volta dal golpe del 1999 –
da
un forte
movimento trasversale di opposizione, di cui fanno parte anche i
partiti integralisti del Fronte Unito d’Azione (Mma), l’alleanza politica fondamentalista
filo-talebana e anti-occidentale che governa nelle regioni autonome delle Fata
e dell’Nwfp, non a caso divenute retrovia dei talebani che combattono in
Afghanistan e rifugio di diversi gruppi jihadisti legati ad al Qaeda.