Yarmuk è il nome di un fiume, affluente del Giordano, che divide la Siria dalla
Giordania. Per i musulmani questo nome evoca una battaglia che tredici secoli
fa fu decisiva per l'espansione dell’Islam in Medioriente. Il 30 agosto dell’anno
636 d.C., infatti, le armate arabe, approfittando di una tempesta di sabbia, passarono
il fiume Yarmuk travolgendo l'esercito bizantino dell'imperatore Teodoro, conquistando
la Siria e aprendosi la strada per la conquista della Palestina, che sarebbe avvenuta
quattro anni più tardi.
Assalto agli uffici anti-droga. Con questo simbolico nome, Yarmuk, si è presentato un nuovo gruppo armato integralista
islamico che nella notte tra lunedì e martedì ha attaccato gli uffici della polizia
anti-droga di Nalchik, capitale della piccola e pittoresca repubblica russo-caucasica
di Cabardino-Balcaria, poco a ovest della Cecenia. I guerriglieri hanno ucciso
quattro agenti e dall’armeria hanno sottratto un'ottantina di fucili mitragliatori,
centottanta pistole e molte casse di munizioni, prima di dare alle fiamme l'edificio.
"Non è un segreto che il commercio della droga nella nostra repubblica sia gestito,
non combattuto, dall’amministrazione locale con la copertura dei servizi segreti
russi. Quest’attività criminale sta favorendo la tossicodipendenza tra la nostra
gente. E soprattutto tra i nostri giovani. Per la sharìa i trafficanti di droga vanno puniti con la pena di morte".
Così si legge nel comunicato di rivendicazione di questo gruppo armato che in
agosto aveva annunciato l'inizio della
jihad contro il "tirannico e corrotto regime fantoccio" della Cabardino-Balcaria

accusandolo di essere nient’altro che un'organizzazione che "opprime, intimidisce
e sfrutta la popolazione per i propri interessi criminali", facendo crescere "povertà,
disoccupazione, alcolismo, tossicodipendenza, criminalità, prostituzione e depravazione"
nella repubblica, e portando avanti una brutale politica di repressione della
religione islamica, con la persecuzione poliziesca dei fedeli islamici e con la
chiusura delle moschee.
Un quadro, purtroppo, non distante dalla drammatica realtà socio-economica della
Cabardino-Balcaria, dove i giovani disoccupati che non si danno alla droga e all'alcol
diventano facile preda della crescente propaganda del radicalismo islamico di
matrice wahabita. Un radicalismo estraneo alla tradizione sufi e moderata dell’Islam
caucasico, ma sempre più diffuso tra le nuove generazioni afflitte dalla povertà.
Un fenomeno al quale le autorità locali, su ordine di Mosca, reagiscono solo con
una repressione durissima che non ha altro effetto se non quello di alimentare
il fuoco dell'estremismo.
Repressione e pogrom nel 2003. Tutto è cominciato nell'estate del 2003, quando nella repubblica si diffuse
la voce che il famigerato signore della guerra ceceno, Shamil Basayev, si era
nascosto a Baksan, un piccolo villaggio nella foresta. Quando, il 24 agosto 2003,
la polizia andò a controllare, venne attaccata da un gruppo di guerriglieri, uno
dei quali si fece saltare in aria con una carica esplosiva.
Nelle settimane successive il governo locale avviò una campagna di arresti di
massa nelle moschee della piccola repubblica, che poi vennero chiuse.
"Il 14 settembre la polizia fece irruzione nella nostra moschea, dopo la preghiera",
racconta Valery Gutov, 38 anni, assistente di un imam di Nalchik. "Ci hanno ammanettati
tutti e portati alla stazione di polizia. Lì ci hanno fatto mettere in fila, faccia
al muro e poi hanno cominciato a picchiarci con i bastoni e i calci dei fucili.
Poi ci hanno costretto a firmare dei fogli in cui ci accusavano di aver opposto
resistenza all’arresto e, con questa imputazione, ci hanno condannato a dieci
giorni di prigione. Una volta usciti, quei pochi di noi che avevano un lavoro
sono stati licenziati".
"Mi fanno ancora male i reni da quanto sono stato picchiato in quei giorni",
racconta Oleg Kardanov, 19 anni, disoccupato. "In prigione ho conosciuto un ragazzo
di Baksan (il villaggio dello scontro, ndr). Si chiamava Islam: non solo era stato picchiato, ma i poliziotti gli avevano
rasato i capelli a forma di croce".
"Anche mio figlio era stato arrestato in quei giorni", racconta Aminat Kardanova.
"Aveva solo vent’anni. Lo hanno picchiato brutalmente. Era solo uno studente,
e andava in moschea di rado. Purtroppo, perché ora non ci va più: sta tutto il
giorno in strada, e ha anche cominciato a drogarsi".

Negli stessi giorni, bande di ragazzi protetti dalla polizia organizzarono un
vero e proprio pogrom contro gli studenti universitari di origine cecena, scappati
in questi anni dalla guerra.
Tra il 15 e il 17 settembre 2003, centinaia di universitari ceceni vennero assaliti
nei dormitori del'ateneo di Nalchik, per le strade, all’uscita dai cinema e dal
teatro. "Hanno fatto irruzione nel nostro dormitorio armati di bastoni, spranghe
e coltelli, picchiando tutti senza pietà", racconta Alibek Dikiev, studente di
medicina ceceno che porta ancora i segni delle percosse sul volto. "Io sono svenuto
e mi sono risvegliato in prigione. Lì ci hanno fatto firmare dei fogli. Il giorno
dopo ci hanno consegnato le copie dei documenti firmati: c’era scritto che avevamo
creato disordini usando linguaggio osceno in un luogo pubblico, reagendo con la
violenza alle proteste di alcune persone, e che per questo dovevamo pagare una
multa di 500 rubli".
Da allora, nonostante la chiusura delle moschee e l'incarcerazione di molti leader
islamici locali, l'estremismo anti-governativo non ha fatto che aumentare. Lo
Yarmuk ha evidentemente fatto proseliti. E ora ha fatto anche scorta di armi,
ed è pronto per varcare un nuovo Yarmuk, lanciandosi alla conquista di un'altra
provincia da inglobare nell' Emirato islamico del Caucaso settentrionale sognato da Shamil Basayev. Ma rischiando solo di trasformare la Cabardino-Balcaria
in una nuova Cecenia.