14/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



L'elezione del nuovo presidente francese suscita speranze e paure nel continente
Nicholas o Segolene? Oltre ai francesi, nelle ultime settimane la domanda ha appassionato tutto il continente africano. Il ballottaggio per le presidenziali è stato vissuto come una finale di coppa del mondo di calcio, tante erano le implicazioni che la vittoria dell'uno o dell'altro candidato avrebbero significato per l'Africa. Ha vinto Sarkozy, tra i due contendenti sicuramente il meno amato dalla popolazione del continente. Nel bene o nel male, la sua ascesa potrebbe significare una svolta nella politica dell'Eliseo verso le antiche colonie.

Nicholas SarkozyPaure. La vittoria di Sarkozy è stata accolta con diffidenza in tutti i Paesi del continente: la nuova legge sull'immigrazione, varata lo scorso anno proprio su iniziativa dell'allora ministro degli Interni, è ancora viva nelle menti degli africani. I programmi di immigrazione selettiva, che secondo i critici mirano a drenare i migliori cervelli del continente a beneficio della Francia, riducendo invece gli spazi per i lavoratori non qualificati, hanno suscitato molte polemiche. Se lo ricorda bene lo stesso Sarkozy, che lo scorso anno fu oggetto di feroci manifestazioni anti-francesi in occasione delle visite di stato in Benin e Mali. Lo stesso presidente maliano, Amadou Toumani Touré, criticò apertamente il provvedimento, che tra le altre cose ha eliminato la possibilità di chiedere la cittadinanza francese dopo dieci anni di residenza nel Paese e ha reso più difficili i ricongiungimenti familiari, oltre a chiedere agli immigrati non europei di firmare un “contratto” in cui questi ultimi si impegnano a rispettare le leggi e i princìpi che stanno alla base della repubblica francese.

Trasparenza. Ma se le popolazioni non vedono di buon occhio l'uomo nuovo dell'Eliseo, tutt'altra musica è quella suonata dai leader africani. Tutti, o quasi, si sono congratulati con Sarkozy al termine delle elezioni, data l'importanza che ancora rivestono le relazioni con Parigi. Basti pensare che la Francia è tra i tre Paesi (assieme a Usa e Cina) che intrattengono le maggiori relazioni commerciali con il continente. Sarkozy ne è ben cosciente, tanto da aver dedicato all'Africa, e in particolare alla creazione di un'unione mediterranea complementare a quella europea, un passo importante del suo discorso inaugurale.
Ma quello che fa più ben sperare per i rapporti futuri è quanto il nuovo presidente ha promesso in termini di trasparenza nei rapporti bilaterali, una trasparenza che, dalla decolonizzazione in poi, la Francia ha trascurato a favore di più immediati obiettivi di realpolitik.

Manifestazione anti-Sarkozy in BeninBenefici. Sarkozy ha promesso di farla finita con le “relazioni personali” che i suoi predecessori hanno intrattenuto con alcuni dei leader del continente. Relazioni costruite sulla base degli immediati interessi francesi, e che hanno portato Parigi ad allearsi con alcune delle personalità più controverse che abbiano governato l'Africa: Idriss Deby, l'ex-presidente ciadiano sotto processo per crimini contro l'umanità, sostenuto negli anni '80 da Usa e Francia in funzione anti-libica, ne è forse l'esempio più lampante.
La redifinizione dei rapporti proposta da Sarkozy comprende anche i trattati di alleanza militare che Parigi ha siglato con le sue ex-colonie, e che hanno portato la Francia a intervenire recentemente nelle crisi in Ciad e Repubblica Centrafricana, oltre che nella guerra civile in Costa d'Avorio. Parigi ha tre grandi basi militari nel continente (in Senegal, Gabon e Gibuti), dove sono stanziati 6.000 uomini. Troppi per un Paese che ha detto da tempo addio alle velleità da grande potenza: per conservare la propria influenza in Africa, Sarkozy punterà più sui rapporti economici che sui contigenti militari, che verranno sensibilmente ridotti.
Da questo punto di vista, Sarkozy potrebbe essere l'uomo giusto per spazzare via i rimasugli del passato: chissà che i rapporti tra Parigi e l'Africa, per troppo tempo cristallizzati nei rispettivi ruoli di madrepatria e colonie, non ne traggano un mutuo beneficio.

Matteo Fagotto

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