Viaggio in un Paese diviso tra laici e islamici, nel giorno di nuove manifestazioni a difesa del 'secolarismo'
Dal nostro inviato
Alessandro Ursic
Una società fratturata. Laici contro islamici, la repubblica di Ataturk contro l’idea di un nuovo Iran:
in sintesi, il messaggio arrivato in Europa dalla Turchia nell’ultimo mese è questo.
E verrà riproposto probabilmente anche oggi, quando a Izmir si terrà un’altra
manifestazione “a difesa del secolarismo”. Come in precedenza ad Ankara e Istanbul,
si rivedranno centinaia di migliaia di persone in un mare rosso di bandiere turche,
si sentiranno slogan come “la Turchia deve rimanere laica” e “Non vogliamo ritornare
al Medioevo”. Le quattro settimane in cui nel Paese è successo di tutto (milioni
di persone in piazza, moniti dell’esercito, elezioni presidenziali annullate,
cambiamenti costituzionali per il voto popolare introdotti in tre giorni) hanno
confermato l’immagine delle “due Turchie”, divise dall’approccio alla religione.
Ma con i loro discorsi e comportamenti quotidiani, i turchi restituiscono un ritratto
della società molto più complesso. Con sfaccettature che dipendono non solo dalla
religione, ma anche da questioni economiche, sociali e culturali.
Controllo sociale. La base sociale del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), il partito
islamico moderato del primo ministro Tayyip Erdogan, è costituita dalla piccola
borghesia dell’Anatolia centro-orientale: una classe che ha le sue radici nelle
aree rurali, religiosamente conservatrice, tradizionalmente vista come arretrata
dall’élite occidentalizzata del Paese. Ma che negli ultimi quindici anni è cresciuta economicamente
e culturalmente in modo esponenziale, è migrata verso le grandi città portando
con sé i suoi costumi, e reclama i suoi diritti. Mert, uno studente di Erzurum
che studia economia a Istanbul, è il sostenitore tipo dell’Akp: “La mia famiglia
è religiosa, mia madre e mia sorella portano il velo, anch’io prego cinque volte
al giorno”, spiega. “Io voglio dimostrare che si può essere un buon musulmano
e avere successo nella vita. Dire che con l’Akp al potere il Paese rischia di
ritornare al Medioevo è una strategia delle élite per mettere paura alla gente: in Turchia controllano tutto, dai media alle istituzioni”.
Controllo sociale. Per molti, la classe al potere controlla anche le manifestazioni delle ultime
settimane, organizzate ufficialmente da associazioni non governative. Vedendo
gli spot in tv e sui giornali che pubblicizzano le adunate a difesa della laicità,
il sospetto è legittimo. Ma è ovvio che non si porta un milione di persone in
piazza, da diverse parti del Paese, se alla base non c’è un’idea popolare. Anche
tra i giovani.“Guarda, guarda le foto su quel muro. Vedi? E’ il nostro gruppo
che ha partecipato alla manifestazione del 29 aprile”, dice entusiasta una studentessa
della Istanbul Kultur University, mostrando centinaia di foto di ragazzi avvolti
nella bandiera turca, tra un’effigie di Ataturk e un simbolo dell’ateneo.
Riforme. Per Ferhat Kentel, un sociologo della Bilgi University, il problema non è religioso
ma economico e sociale. “La classe che ha mantenuto il potere per ottanta anni
si sente minacciata dallo sviluppo della popolazione che ha sempre guardato con
disprezzo”, spiega. “Anche fisicamente: chi abita nelle ville sul Bosforo, per
esempio, vede che qualche chilometro più in là sono sorti quartieri interi di
emigrati dall’Anatolia, nota che con l’espandersi delle città la piccola criminalità
è aumentata, e sente che sta perdendo il controllo di cui ha sempre goduto”. Fazilet,
una giovane appena laureata che vive proprio lungo il Bosforo, incarna questa
paura: “In quattro anni al governo, Erdogan non ha mostrato il suo vero volto”,
dice. “Ma appena l’Akp mette le mani anche sulla presidenza, allora cercheranno
di introdurre riforme molto più radicali. E io non voglio vivere in un Paese dominato
dagli islamici”.
"Il più grande politico dopo Ataturk". Ma una tale divisione nel modo di pensare non è sempre così evidente. Le “due
Turchie” vivono assieme, incrociandosi ogni giorno in modo naturale. Nelle vie
di Istanbul, vedi ragazze con addosso magliette aderenti camminare a braccetto
con amiche col velo. Ad Ankara, anche le donne velate si fanno fotografare sorridenti
davanti alla tomba di Ataturk, icona venerata dalla quasi totalità degli elettori
dell’Akp. “La società turca è già arrivata più avanti della classe politica”,
conclude il sociologo Kentel. “E’ inevitabile che, prima o poi, il potere dovrà
evolversi, e accettare che le regole scritte negli anni Venti devono essere adattate
a questa modernità creata dal basso”. Soprattutto, è fuorviante dire che “chi
vota per l’Akp è un musulmano praticante”. Il partito di Erdogan, emerso sì dalle
ceneri di un partito islamico bandito dall’esercito per alcune sue idee estremiste,
è visto come efficiente e vicino alla gente. “Erdogan è il più grande politico
turco dopo Ataturk”, afferma convinto Atilla, un venditore del Gran Bazar di Istanbul.
E ancora più popolare è il ministro degli esteri Abdullah Gul, l’uomo che sarebbe
diventato presidente se le elezioni non fossero state annullate dalla Corte costituzionale.
Sia Erdogan sia Gul vengono da famiglie non ricche; al contrario, i rappresentanti
del Partito repubblicano del popolo (Chp), il movimento socialdemocratico fondato
da Ataturk, sono consideranti distanti dalla gente comune. “Il leader del Chp,
Deniz Baykal, è un uomo autoritario. Guida un partito teoricamente di centro-sinistra,
ma delle classi più povere non parla mai”, spiega una professoressa universitaria
tedesca che vive da venti anni in Turchia.
Voto di massa. Considerando che l’Akp è a favore dell’entrata della Turchia nell’Unione europea
e ha iniziato un processo di riforme in tal senso, mentre il Chp sembra sempre
più avvolto in una spirale nazionalista (e in passato si è già alleato con i partiti
di estrema destra), il paradosso è completo: “Al momento, in Turchia la cosiddetta
sinistra è conservatrice e nazionalista, mentre la destra è progressista e aperta
ai capitali stranieri”, dice sorridendo Ugur, un ricercatore in scienze politiche
all’università di Trabzon. Yusuf, un giornalista di Istanbul, è d’accordo: “In
una situazione del genere, la gente vota in massa l’Akp perché non c’è alternativa.
In questo Paese manca un partito di sinistra moderato”.
"Voglio la democrazia". Nella scelta di campo entrano diversi fattori. Il trionfo dell’Akp nelle elezioni
del 2002 (vinse con il 34 percento dei voti) fu spiegato anche con la disaffezione
della gente verso il Chp, in risposta all’instabilità politica ed economica degli
anni Novanta. Molti ex elettori dei repubblicani votarono così per l’Akp, valutandolo
come più affidabile. Erkan Besli, un professore di economia all’università di
Trabzon, è tra questi. Ma ora, spaventato da una temuta deriva islamista del partito
di Erdogan, crede che tornerà a votare Chp. Il ricercatore Ugur, invece, farà
il contrario: “Cinque anni fa ho votato per i repubblicani, ma il loro comportamento
attuale è antidemocratico. Io voglio che in Turchia ci sia la democrazia, non
un esercito che appena apre bocca pone il veto su un rinnovamento. L’Akp merita
di governare, quindi lo voterò”, rivela.
"Voteremo il partito curdo". Il problema dell’attuale stallo, fanno notare alcuni analisti, è la crisi di
rappresentanza causata dalla soglia del 10 percento dei voti necessari per entrare
in Parlamento, attualmente composto da Akp (quasi due terzi dei seggi, ottenuti
con un terzo dei voti), Chp e due partitini minori. Introdotta dopo il colpo di
Stato del 1980 con l’obiettivo di escludere dal Parlamento i movimenti di sinistra
e quelli curdi, la soglia paralizza oggi il mondo politico turco. Che però è improvvisamente
in fermento: in vista delle elezioni del 22 luglio, i partiti più piccoli hanno
già iniziato a intavolare coalizioni per cercare di superarla; a sentire i sondaggi,
sarà difficile. Il Dtp, il maggior partito curdo, ha annunciato invece di voler
far correre i propri candidati come “indipendenti”, uno stratagemma che gli consentirebbe
di aggirare il sistema della soglia e di entrare in Parlamento con qualche decina
di deputati. Che riceveranno il voto anche di Asli, studentessa di Samsun turca
al cento percento, che guarda con disgusto alle manifestazioni di Ankara, Istanbul
e Izmir. “E’ ora di finirla con questa finta lotta di campo, imposta dall’alto”,
dice. “Io e almeno una decina di miei amici non ne possiamo più. E per dimostrare
che questo Paese ha anche altri problemi, voteremo per il partito curdo”.