13/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio in un Paese diviso tra laici e islamici, nel giorno di nuove manifestazioni a difesa del 'secolarismo'
 
Dal nostro inviato
Alessandro Ursic
 
Manifestazione di piazzaUna società fratturata. Laici contro islamici, la repubblica di Ataturk contro l’idea di un nuovo Iran: in sintesi, il messaggio arrivato in Europa dalla Turchia nell’ultimo mese è questo. E verrà riproposto probabilmente anche oggi, quando a Izmir si terrà un’altra manifestazione “a difesa del secolarismo”. Come in precedenza ad Ankara e Istanbul, si rivedranno centinaia di migliaia di persone in un mare rosso di bandiere turche, si sentiranno slogan come “la Turchia deve rimanere laica” e “Non vogliamo ritornare al Medioevo”. Le quattro settimane in cui nel Paese è successo di tutto (milioni di persone in piazza, moniti dell’esercito, elezioni presidenziali annullate, cambiamenti costituzionali per il voto popolare introdotti in tre giorni) hanno confermato l’immagine delle “due Turchie”, divise dall’approccio alla religione. Ma con i loro discorsi e comportamenti quotidiani, i turchi restituiscono un ritratto della società molto più complesso. Con sfaccettature che dipendono non solo dalla religione, ma anche da questioni economiche, sociali e culturali.

Controllo sociale. La base sociale del Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp), il partito islamico moderato del primo ministro Tayyip Erdogan, è costituita dalla piccola borghesia dell’Anatolia centro-orientale: una classe che ha le sue radici nelle aree rurali, religiosamente conservatrice, tradizionalmente vista come arretrata dall’élite occidentalizzata del Paese. Ma che negli ultimi quindici anni è cresciuta economicamente e culturalmente in modo esponenziale, è migrata verso le grandi città portando con sé i suoi costumi, e reclama i suoi diritti. Mert, uno studente di Erzurum che studia economia a Istanbul, è il sostenitore tipo dell’Akp: “La mia famiglia è religiosa, mia madre e mia sorella portano il velo, anch’io prego cinque volte al giorno”, spiega. “Io voglio dimostrare che si può essere un buon musulmano e avere successo nella vita. Dire che con l’Akp al potere il Paese rischia di ritornare al Medioevo è una strategia delle élite per mettere paura alla gente: in Turchia controllano tutto, dai media alle istituzioni”.

La moschea di IstanbulControllo sociale. Per molti, la classe al potere controlla anche le manifestazioni delle ultime settimane, organizzate ufficialmente da associazioni non governative. Vedendo gli spot in tv e sui giornali che pubblicizzano le adunate a difesa della laicità, il sospetto è legittimo. Ma è ovvio che non si porta un milione di persone in piazza, da diverse parti del Paese, se alla base non c’è un’idea popolare. Anche tra i giovani.“Guarda, guarda le foto su quel muro. Vedi? E’ il nostro gruppo che ha partecipato alla manifestazione del 29 aprile”, dice entusiasta una studentessa della Istanbul Kultur University, mostrando centinaia di foto di ragazzi avvolti nella bandiera turca, tra un’effigie di Ataturk e un simbolo dell’ateneo.

Riforme. Per Ferhat Kentel, un sociologo della Bilgi University, il problema non è religioso ma economico e sociale. “La classe che ha mantenuto il potere per ottanta anni si sente minacciata dallo sviluppo della popolazione che ha sempre guardato con disprezzo”, spiega. “Anche fisicamente: chi abita nelle ville sul Bosforo, per esempio, vede che qualche chilometro più in là sono sorti quartieri interi di emigrati dall’Anatolia, nota che con l’espandersi delle città la piccola criminalità è aumentata, e sente che sta perdendo il controllo di cui ha sempre goduto”. Fazilet, una giovane appena laureata che vive proprio lungo il Bosforo, incarna questa paura: “In quattro anni al governo, Erdogan non ha mostrato il suo vero volto”, dice. “Ma appena l’Akp mette le mani anche sulla presidenza, allora cercheranno di introdurre riforme molto più radicali. E io non voglio vivere in un Paese dominato dagli islamici”.

Ragazza con velo"Il più grande politico dopo Ataturk". Ma una tale divisione nel modo di pensare non è sempre così evidente. Le “due Turchie” vivono assieme, incrociandosi ogni giorno in modo naturale. Nelle vie di Istanbul, vedi ragazze con addosso magliette aderenti camminare a braccetto con amiche col velo. Ad Ankara, anche le donne velate si fanno fotografare sorridenti davanti alla tomba di Ataturk, icona venerata dalla quasi totalità degli elettori dell’Akp. “La società turca è già arrivata più avanti della classe politica”, conclude il sociologo Kentel. “E’ inevitabile che, prima o poi, il potere dovrà evolversi, e accettare che le regole scritte negli anni Venti devono essere adattate a questa modernità creata dal basso”. Soprattutto, è fuorviante dire che “chi vota per l’Akp è un musulmano praticante”. Il partito di Erdogan, emerso sì dalle ceneri di un partito islamico bandito dall’esercito per alcune sue idee estremiste, è visto come efficiente e vicino alla gente. “Erdogan è il più grande politico turco dopo Ataturk”, afferma convinto Atilla, un venditore del Gran Bazar di Istanbul. E ancora più popolare è il ministro degli esteri Abdullah Gul, l’uomo che sarebbe diventato presidente se le elezioni non fossero state annullate dalla Corte costituzionale. Sia Erdogan sia Gul vengono da famiglie non ricche; al contrario, i rappresentanti del Partito repubblicano del popolo (Chp), il movimento socialdemocratico fondato da Ataturk, sono consideranti distanti dalla gente comune. “Il leader del Chp, Deniz Baykal, è un uomo autoritario. Guida un partito teoricamente di centro-sinistra, ma delle classi più povere non parla mai”, spiega una professoressa universitaria tedesca che vive da venti anni in Turchia.

Voto di massa. Considerando che l’Akp è a favore dell’entrata della Turchia nell’Unione europea e ha iniziato un processo di riforme in tal senso, mentre il Chp sembra sempre più avvolto in una spirale nazionalista (e in passato si è già alleato con i partiti di estrema destra), il paradosso è completo: “Al momento, in Turchia la cosiddetta sinistra è conservatrice e nazionalista, mentre la destra è progressista e aperta ai capitali stranieri”, dice sorridendo Ugur, un ricercatore in scienze politiche all’università di Trabzon. Yusuf, un giornalista di Istanbul, è d’accordo: “In una situazione del genere, la gente vota in massa l’Akp perché non c’è alternativa. In questo Paese manca un partito di sinistra moderato”.

Il giardino dell'università"Voglio la democrazia". Nella scelta di campo entrano diversi fattori. Il trionfo dell’Akp nelle elezioni del 2002 (vinse con il 34 percento dei voti) fu spiegato anche con la disaffezione della gente verso il Chp, in risposta all’instabilità politica ed economica degli anni Novanta. Molti ex elettori dei repubblicani votarono così per l’Akp, valutandolo come più affidabile. Erkan Besli, un professore di economia all’università di Trabzon, è tra questi. Ma ora, spaventato da una temuta deriva islamista del partito di Erdogan, crede che tornerà a votare Chp. Il ricercatore Ugur, invece, farà il contrario: “Cinque anni fa ho votato per i repubblicani, ma il loro comportamento attuale è antidemocratico. Io voglio che in Turchia ci sia la democrazia, non un esercito che appena apre bocca pone il veto su un rinnovamento. L’Akp merita di governare, quindi lo voterò”, rivela.

Laici in piazza"Voteremo il partito curdo". Il problema dell’attuale stallo, fanno notare alcuni analisti, è la crisi di rappresentanza causata dalla soglia del 10 percento dei voti necessari per entrare in Parlamento, attualmente composto da Akp (quasi due terzi dei seggi, ottenuti con un terzo dei voti), Chp e due partitini minori. Introdotta dopo il colpo di Stato del 1980 con l’obiettivo di escludere dal Parlamento i movimenti di sinistra e quelli curdi, la soglia paralizza oggi il mondo politico turco. Che però è improvvisamente in fermento: in vista delle elezioni del 22 luglio, i partiti più piccoli hanno già iniziato a intavolare coalizioni per cercare di superarla; a sentire i sondaggi, sarà difficile. Il Dtp, il maggior partito curdo, ha annunciato invece di voler far correre i propri candidati come “indipendenti”, uno stratagemma che gli consentirebbe di aggirare il sistema della soglia e di entrare in Parlamento con qualche decina di deputati. Che riceveranno il voto anche di Asli, studentessa di Samsun turca al cento percento, che guarda con disgusto alle manifestazioni di Ankara, Istanbul e Izmir. “E’ ora di finirla con questa finta lotta di campo, imposta dall’alto”, dice. “Io e almeno una decina di miei amici non ne possiamo più. E per dimostrare che questo Paese ha anche altri problemi, voteremo per il partito curdo”.
Parole chiave: turchia, ataturk, erdogan, ursic
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Turchia