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Gli incidenti. La ricostruzione
degli incidenti è ancora controversa, fonti della sicurezza
riferiscono che sono cominciati quando miliziani di Hamas hanno
attaccato un check point della sicurezza nazionale ad abu Deira, sul
lungomare di Gaza city, ferendo gravemente un ufficiale. Ma un
portavoce delle brigate Ezzeddin al Qassam, una delle milizie di
Hamas, ha negato ogni coinvolgimento e ha accusato i servizi di
sicurezza per avere arrestato un miliziano del partito islamico cui è
stato sequestrato il kalashnikov. Secondo un'altra versione,
miliziani non meglio precisati, avrebbero accerchiato 18 membri delle
forze di sicurezza, confiscando le loro armi. Nella sparatoria sono
rimaste ferite otto persone, tra cui attivisti di Fatah, di Hamas e
civili. In una seconda sparatoria, avvenuta nel campo profughi di
Jabaliya, in periferia di Gaza city, sono rimaste ferite altre due
persone. Sempre venerdì mattina, quattro persone sono state
rapite, e rilasciate poco dopo, nel campo profughi di Nusseriat.
Il piano per la sicurezza. Il
giorno prima, giovedì, tremila agenti di polizia erano stati
dispiegati in tutto il territorio della Striscia di Gaza, per attuare
il piano di sicurezza concordato dal presidente Abu Mazen insieme al
premier di Hamas, Haniyeh. Il piano, approvato lo scorso 14 aprile,
prevede la cooperazione tra miliziani delle due principali fazioni
palestinesi, che hanno preso parte ai pattugliamenti indossando, per
la prima volta, le stesse divise. Si sperava che l'operazione
congiunta potesse arginare il clima di violenza e anarchia che
funesta il territorio della Striscia da oltre un anno, ma i primi
risultati non fanno che alimentare lo scetticismo attorno alla
manovra. Perplessità espresse in primo luogo dal ministro
dell'Interno, l'indipendente Hani al Qawashmeh. Il controllo delle
forze di sicurezza è nelle mani del presidente Mazen, e pare
che al Qawashmeh abbia abbandonato la riunione per decidere le
modalità dell'operazione di sicurezza, perché le sue
perplessità sulla mancanza di coordinamento tra le varie forze
non hanno trovato ascolto da parte di Mazen, Haniyeh e del
reposnsabile generale per la sicurezza Rashid Abu Shbak. Nonostante
l'accordo per la divisione dei poteri, Hamas non sembra disposta a
smantellare le sue milizie.
Alan Johnston. La sorte di Alan
Johnston, il reporter della Bbc sequestrato il 12 marzo scorso,
rimane ancora un mistero. Ad
aprile un gruppo chiamato “Brigate della Jihad per il Monoteismo”
ne ha rivendicato l'uccisione mentre, secondo altre fonti, il
reporter sarebbe tuttora prigioniero di un importante clan della
Striscia, i Dogmush. Sulle sue condizioni non ci sono state notizie
fino a questa settimana, quando l'Esercito Islamico, una delle
milizie che rivendicò il rapimento del caporale israeliano
Gilad Shalit, ha pubblicato su internet un video in cui viene
mostrato il tesserino del giornalista. Non è una prova che
Johnston sia in vita ma, contestualmente, sono state rese note anche
le richieste per il suo rilascio. I rapitori chiedono la liberazione
di due persone legate ad Al Qaeda e coinvolte negli attentati di
Amman, in Giordania, del novembre 2005, la cessione di parte del
territorio della Striscia (quello degli ex insediamenti ebraici), e
il pagamento di 5milioni di dollari. Se le prime richieste fanno
pensare a un collegamento dei rapitori con al Qaeda, la cessione di
parte del territorio della Striscia sembra invece confermare la pista
tribale, ma non si può escludere che le due in qualche modo
coincidano. Ufficiosamente si dice che il reporter è vivo e
sta bene ma, fonti bene informate sostengono che le autorità
britanniche hanno chiesto all'Anp di non intervenire. La tenda che
era stata allestita a Gaza, per chiedere la liberazione di Johnston,
è stata chiusa in seguito ai tafferugli tra giornalisti e
forze di sicurezza palestinesi, ma le foto del reporter britannico
rimangono appese in quasi tutti i negozi e gli uffici della città,
come a ricordare che a Gaza, oltre alle milizie e ai radicali ci sono
ancora tanti, tanti civili normali. Naoki Tomasini