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Gli oppositori del governo della
presidente Arroyo hanno già iniziato a denunciare i tentativi
di manipolazione del voto. Ma accuse del genere piovono anche dagli
ambienti che al governo dovrebbero essere più favorevoli: un
gruppo di generali dell'esercito in pensione, ad esempio, si è
riunito sotto il nome di Bantay Boto, letteralmente 'le
guardie del voto', per denunciare che alcuni ufficiali dell'esercito
– proprio quelli che sono stati incaricati da Gloria Arroyo di
vigilare sulla sicurezza e la trasparenza della campagna - starebbero
lavorando sottobanco insieme ai funzionari elettorali per falsarne
l'esito. Il broglio, accusano i Bantay Boto, potrebbe
investire sedici province, con quattordici milioni di voti che
potrebbero essere dirottati a favore dei candidati alleati della
presidente Arroyo.
Intanto non si fermano gli scontri e le
violenze sui tre fronti interni che il governo di Manila, ormai da
decenni, combatte con scarsi risultati. Martedì scorso a
Mindanao, nel sud musulmano, un'esplosione in un mercato – per cui
il governo ha subito accusato i fondamentalisti islamici – ha
ucciso otto civili. Mentre a Jolo i gruppi musulmani festeggiano la
decisione di un tribunale di Manila, che ha concesso a Nur Misuari,
leader del Fronte Moro di Liberazione Nazionale (Mnlf), di candidarsi
alla carica di governatore, nonostante sia da anni agli arresti
domiciliari. Dal 1971 a oggi, il conflitto indipendentista islamico
nel sud del paese ha causato la morte di almeno 150 mila persone.
Nell'isola di Mindoro, invece, giovedì mattina i combattenti
comunisti del Nuovo Esercito Popolare (Npa) hanno ucciso cinque
poliziotti filippini facendo detonare una mina al passaggio del loro
convoglio. Contro l'Npa, attivo nell'arcipelago da trentotto anni, la
presidente Arroyo e il suo esercito usano il pugno di ferro:
bombardamenti, sparatorie sui civili, assedii di stampo medievale per
stanare i guerriglieri, per cui non sono mancate le critiche delle
organizzazioni per il rispetto dei diritti umani. Cecilia Strada