09/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regime scarcera un'attivista, mentre l'Unione Europea deve decidere sulle sanzioni
Umida Niyazova è uscita di prigione. Per altre decine di attivisti, giornalisti e religiosi, invece, le porte delle galere dell'Uzbekistan rimangono chiuse. La repressione del regime di Karimov non risparmia nessuno, mentre l'Unione Europea deve prendere un'importante decisione.

Umida NiyazovaUmida Niyazova, trentadue anni, da due lavorava come traduttrice per l'organizzazione Human Rights Watch nella capitale Tashkent. Arrestata e processata per “diffusione di pubblicazioni antigovernative e sconfinamento illegale”, il primo maggio la Niyazova è stata condannata a sette anni di carcere da una corte uzbeca. Ieri, dalla gabbia in cui era rinchiusa in tribunale, l'attivista ha reso “piena confessione”: si è dichiarata colpevole, ha puntato il dito contro il personale di Human Rights Watch che l'avrebbe sobillata, e ha potuto così beneficiare di una sospensione della pena, che è stata anche ridotta da sette a tre anni e mezzo. Le porte del carcere si sono spalancate, quindi, grazie a una confessione forzata al termine dell'ennesimo processo farsa del sistema giudiziario uzbeco. Le motivazioni che stanno dietro al rilascio della Niyazova sono meramente politiche: l'Uzbekistan guarda con apprensione al prossimo 14 maggio, termine massimo entro cui l'Unione Europea dovrà decidere se sollevare o confermare le sanzioni contro questa repubblica ex-sovietica.

i corpi delle vittime della strage di Andijan, il giorno del massacroLe sanzioni erano state imposte ai primi di ottobre del 2005, dopo che il regime di Karimov aveva rifiutato di accettare un'inchiesta indipendente sul massacro di Andijan. Il 13 maggio 2005, la repressione di Tashkent contro una manifestazione aveva fatto centinaia di morti: la più grande strage di piazza dopo Tien An Men. Nei mesi successivi, decine di sopravvissuti sono spariti nel nulla, o sono stati rinchiusi nelle galere del governo e sottoposti a tortura per estorcere confessioni che assolvessero in qualche modo il regime di Karimov dalle proprie responsabilità. L'Unione Europea, dopo l'ennesimo diniego di Karimov alla richiesta di una commissione d'indagine, aveva quindi deciso per le sanzioni. Una risoluzione che ha segnato la storia dell'Europa: per la prima volta l'Unione ha rotto un accordo di partenariato e cooperazione con un altro paese. In molti, allora, avevano salutato il provvedimento come un bel giorno per la politica estera europea, perché, si era detto, il rispetto de diritti umani era stato anteposto alle valutazioni di carattere politico e, soprattutto, economico. La scorsa settimana la Germania aveva fatto sapere che considerava gli ultimi processi a Tashkent, tra cui quello contro Umida Niyazova, un pessimo segnale da parte del governo Karimov, e che questi abusi avrebbero pesato sulle prossime decisioni dell'Unione Europea. Oggi, gli attivisti per i diritti umani chiedono all'Europa di non tornare indietro, di confermare ed eventualmente inasprire le sanzioni, perché negli ultimi due anni in Uzbekistan la situazione non è migliorata.

Dimitri ShestakovAlmeno quindici attivisti per i diritti umani sono al momento rinchiusi nelle carceri uzbeche, tutti con l'accusa di attività antigovernative. La repressione colpisce anche i giornalisti: Jamshid Karimov, ad esempio, dal settembre 2006 è rinchiuso in un ospedale psichiatrico (e i familiari non hanno dubbi: Jamshid non è affetto da disturbi mentali, l'unico disturbo è quello che ha causato al regime con il suo lavoro di reporter indipendente). I corrispondenti delle testate estere – tra cui anche Bbc e Radio Free Europe – sono stati ripetutamente costretti ad abbandonare il paese. Nel giro di vite contro le Ong, solo nel 2006, almeno cinque organizzazioni hanno dovuto chiudere i battenti e lasciare l'Uzbekistan. E la libertà di religione rimane una chimera. In Uzbekistan, paese a maggioranza musulmana, ogni professione di culto deve essere autorizzata dal governo, che periodicamente incarcera uomini religiosi, confisca i loro beni e fa pubblici roghi dei loro testi sacri. L'ultimo inquietante caso ha visto protagonista il pastore cristiano Dmitry Shestakov, processato e condannato a quattro anni di campo di lavoro per “predicazione non autorizzata”. Il governo uzbeco ha reso noto oggi che Shestakov avrebbe rinunciato a fare ricorso contro la sentenza, ed espressamente richiesto di iniziare subito a scontare la sua pena. Una versione dei fatti a cui crede soltanto il regime di Karimov.

Cecilia Strada

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