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Umida
Niyazova, trentadue anni, da due lavorava come traduttrice per
l'organizzazione Human Rights Watch nella capitale Tashkent.
Arrestata e processata per “diffusione di pubblicazioni
antigovernative e sconfinamento illegale”, il primo maggio la
Niyazova è stata condannata a sette anni di carcere da una
corte uzbeca. Ieri, dalla gabbia in cui era rinchiusa in tribunale,
l'attivista ha reso “piena confessione”: si è dichiarata
colpevole, ha puntato il dito contro il personale di Human Rights
Watch che l'avrebbe sobillata, e ha potuto così beneficiare di
una sospensione della pena, che è stata anche ridotta da sette
a tre anni e mezzo. Le porte del carcere si sono spalancate, quindi,
grazie a una confessione forzata al termine dell'ennesimo processo
farsa del sistema giudiziario uzbeco. Le motivazioni che stanno
dietro al rilascio della Niyazova sono meramente politiche:
l'Uzbekistan guarda con apprensione al prossimo 14 maggio, termine
massimo entro cui l'Unione Europea dovrà decidere se sollevare
o confermare le sanzioni contro questa repubblica ex-sovietica.
Le sanzioni erano state imposte ai
primi di ottobre del 2005, dopo che il regime di Karimov aveva
rifiutato di accettare un'inchiesta indipendente sul massacro di
Andijan. Il 13 maggio 2005, la repressione di Tashkent contro una
manifestazione aveva fatto centinaia di morti: la più grande
strage di piazza dopo Tien An Men. Nei mesi successivi, decine di
sopravvissuti sono spariti nel nulla, o sono stati rinchiusi nelle
galere del governo e sottoposti a tortura per estorcere confessioni
che assolvessero in qualche modo il regime di Karimov dalle proprie
responsabilità. L'Unione Europea, dopo l'ennesimo diniego di
Karimov alla richiesta di una commissione d'indagine, aveva quindi
deciso per le sanzioni. Una risoluzione che ha segnato la storia
dell'Europa: per la prima volta l'Unione ha rotto un accordo di
partenariato e cooperazione con un altro paese. In molti, allora,
avevano salutato il provvedimento come un bel giorno per la politica
estera europea, perché, si era detto, il rispetto de diritti
umani era stato anteposto alle valutazioni di carattere politico e,
soprattutto, economico. La scorsa settimana la Germania aveva fatto
sapere che considerava gli ultimi processi a Tashkent, tra cui quello
contro Umida Niyazova, un pessimo segnale da parte del governo
Karimov, e che questi abusi avrebbero pesato sulle prossime decisioni
dell'Unione Europea. Oggi, gli attivisti per i diritti umani chiedono
all'Europa di non tornare indietro, di confermare ed eventualmente
inasprire le sanzioni, perché negli ultimi due anni in
Uzbekistan la situazione non è migliorata.
Almeno quindici attivisti per i diritti
umani sono al momento rinchiusi nelle carceri uzbeche, tutti con
l'accusa di attività antigovernative. La repressione colpisce
anche i giornalisti: Jamshid Karimov, ad esempio, dal settembre 2006
è rinchiuso in un ospedale psichiatrico (e i familiari non
hanno dubbi: Jamshid non è affetto da disturbi mentali,
l'unico disturbo è quello che ha causato al regime con il suo
lavoro di reporter indipendente). I corrispondenti delle testate
estere – tra cui anche Bbc e Radio Free Europe – sono stati
ripetutamente costretti ad abbandonare il paese. Nel giro di vite
contro le Ong, solo nel 2006, almeno cinque organizzazioni hanno
dovuto chiudere i battenti e lasciare l'Uzbekistan. E la libertà
di religione rimane una chimera. In Uzbekistan, paese a maggioranza
musulmana, ogni professione di culto deve essere autorizzata dal
governo, che periodicamente incarcera uomini religiosi, confisca i
loro beni e fa pubblici roghi dei loro testi sacri. L'ultimo
inquietante caso ha visto protagonista il pastore cristiano Dmitry
Shestakov, processato e condannato a quattro anni di campo di lavoro
per “predicazione non autorizzata”. Il governo uzbeco ha reso
noto oggi che Shestakov avrebbe rinunciato a fare ricorso contro la
sentenza, ed espressamente richiesto di iniziare subito a scontare la
sua pena. Una versione dei fatti a cui crede soltanto il regime di
Karimov. Cecilia Strada